Pensare la relazione d’aiuto all’interno di una cornice psicoanalitica: il Compagno Adulto e la cura dell’adolescenza

Una lente per guardare l’altro
Si è svolto il 3 ottobre, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, l’incontro «Pensare la relazione d’aiuto all’interno di una cornice psicoanalitica», nell’ambito del ciclo Dialoghi di Psicoanalisi del Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute. L’intento del ciclo è rendere il pensiero analitico accessibile e dialogante, non riservato in modo esclusivo agli addetti ai lavori.
Ad aprire la mattinata è stata la Prof.ssa Silvia Cimino, la quale ha posto due quesiti cardine: il pensiero psicoanalitico può aiutarci nelle diverse forme di relazione d’aiuto? E può essere una lente per leggere l’incontro con l’altro, nella professione come nella vita quotidiana? La risposta è passata attraverso un concetto chiave, quello di contenimento. Richiamando il vaso di Pandora, la Prof.ssa Silvia Cimino ha suggerito che tra i mali del mondo potremmo oggi collocarvi la perdita di contatto con le proprie emozioni e la violenza come risposta all’impossibilità di dare senso all’esperienza della vita. Una fragilità che resta troppo spesso non intercettata, soprattutto nei più giovani.

Un grande e anonimo porto di mare
Il corpo, ha mostrato la Prof.ssa Paola Carbone, è uno dei luoghi in cui questa fragilità si manifesta. In adolescenza la crescente capacità di auto-osservazione compensa l’assenza di un sistema istintuale, ma se troppo investita può condurre a una scissione: il corpo diventa un corpo «cosa», uno strumento da eccitare o maltrattare al fine di raggiungere uno stato desiderato. Ogni comportamento patologico è letto come il conglomerato delle difese apprese per sopravvivere, una forma di auto-terapia che appare efficace agli occhi di chi la applica. Per questo i ragazzi che hanno trovato nel distanziamento la propria soluzione non
cercano il terapeuta. Quindi, il punto di incontro può essere proprio il corpo che, esausto, chiede aiuto, e il pronto soccorso, vissuto come «un grande e anonimo porto di mare», diventa un luogo in cui intercettarli.
Qui si inserisce lo sportello di dialogo aperto proposto dalla Prof.ssa Paola Carbone, pensato come area di soggettivazione possibile che usa due appigli principali: la crisi, intesa come rottura che permette di entrare in contatto con il dolore, e la sorpresa, che risiede nelle domande «dove sono e chi sono?».

Una mente a pezzi
Ma come lavorare con una mente che non riesce a pensare il proprio dolore? Il Dott. Daniele Biondo ha ricordato che la psicoanalisi ha dovuto fare i conti con le trasformazioni del nostro tempo e, in particolar modo, con ciò che gli adolescenti stessi hanno spinto a considerare.
Più un ragazzo è traumatizzato, più risulta inibita la corticalizzazione e più è difficile mentalizzare il dolore, che viene vissuto a «pezzetti» attraverso frammentazione e dissociazione. Da qui il setting multiplo, con interventi anche domiciliari e nuovi contesti in cui la mente non unitaria dell’adolescente possa disporre i propri investimenti. La chiave per rimanere psicoanalisti è il gruppo di supervisione, che permette di riconnettere i frammenti lasciati nel singolo operatore attraverso il lavoro sul controtransfert.
Camminare accanto: il Compagno Adulto
In questo quadro si sono inserite la Dott.ssa Eugenia Cassandra, psicologa, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Fiori d’Acciaio, e la Dott.ssa Diana Paolantoni, psicologa, psicoterapeuta e Vicepresidente, che hanno presentato il volume Il Compagno Adulto. Il modello Fiori d’Acciaio, nato per far conoscere il modello e per cogliere i cambiamenti osservati in adolescenza, in particolare nella sintomatologia. Lavorare con i ragazzi, ha spiegato la Dott.ssa Cassandra, significa mettere in gioco una propria quota personale e un interesse genuino, e non è un lavoro che si possa fare da soli, perché l’operatore è costantemente sottoposto a oscillazioni tra onnipotenza e impotenza. La Dott.ssa Paolantoni ha ricordato situazioni come quella degli hikikomori (ritiro sociale), per i quali un invito a presentarsi in studio è fallimentare, e il fatto che si lavora all’interno di un sistema: vengono presi in carico anche i genitori, spesso a loro volta traumatizzati e quindi traumatizzanti, senza il cui sostegno c’è il rischio che i movimenti evolutivi dei ragazzi si traducono in regressioni. La posizione del Compagno Adulto, ha sottolineato a questo proposito la Prof.ssa Paola Carbone, non è quella del pedagogo che spiega, ma una posizione che dovrebbe essere di ispirazione a tutti: quella di chi è in grado di accogliere l’altro nella sua interezza, con affettuosità, e, così facendo, di aprire in lui lo spazio per domandarsi a sua volta.

Imparare a contenere, essendo stati contenuti
La Prof.ssa Silvia Cimino, attraverso l’Infant Observation, ha ricordato che si impara a contenere solo avendo fatto esperienza di essere stati contenuti, e che spesso agire e parlare sono per il clinico un modo per sfuggire alla propria incapacità di sentire. Il controtransfert diventa allora strumento di comprensione, purché il terapeuta disponga di oggetti sufficientemente buoni che lo sostengano quando emergono vissuti non simbolizzati.
Il Compagno Vivo
A chiudere, la Dott.ssa Jona Kozdine ha presentato un tributo al «Compagno Vivo» di Anna Alvarez: un terapeuta che si nutre e si prende cura della propria vitalità, per non uscire distrutto dai contenuti emotivi che incontra e per non colludere con il ritiro del paziente né reagirvi con invadenza. Per il paziente, interiorizzare un oggetto vivo porta alla produzione di effetti anche tra una seduta e l’altra: l’esperienza di essere stati raggiunti diventa gradualmente capacità di raggiungere l’altro.
Costruire il contesto, accompagnare la crescita
Da queste voci è emerso un filo comune: il disagio, quando non trova parole, passa per il corpo e per l’agito, e chi lavora con i ragazzi è chiamato a offrire contenimento prima ancora di interpretare. Servono setting capaci di adattarsi al funzionamento frammentato dell’adolescente, un operatore che si prenda cura della propria vitalità e la certezza che nessuno possa accompagnare l’adolescenza da solo, perché ogni passo verso la crescita passa da un contesto coeso, riflessivo e versatile.

Redatto da:
Eleonora Dell'Oste
Martina Dicorato




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