• Fiori d'Acciaio

Tutti a casa! Psicoterapia, Compagno Adulto e pandemia.

Aggiornato il: ott 6




Ci fa piacere poter condividere con voi l'articolo apparso sul numero speciale di Babele dedicato al Covid -19 di aprile 2020.


Tutti a casa! Psicoterapia, Compagno Adulto e pandemia.


Di Eugenia Cassandra e Diana Paolantoni

Pandemia, lockdown, COVID, quarantena, isolamento, distanziamento sociale, fase uno, fase due. Tutti ci siamo dovuti abituare e, nel minor tempo possibile, a convivere, comprendere , metabolizzare, familiarizzare con il nuovo glossario che il 2020 ha portato prepotentemente con sé. Tutti. Ma una necessità e una velocità maggiore ha interessato chi lavora in ambito psicologico, con la salute psichica, con l’emergenza. Anche tutti coloro già abituati a lavorare in situazioni drammatiche improvvise, hanno dovuto resettare la funzione pensiero perché, a differenza di terremoti, tsunami, catastrofi, in cui generalmente si arriva a dare sostegno a disastro avvenuto, in questa nuova emergenza si trovano tutti galleggianti, fluttuanti, inondati, sospesi in una condizione emergenziale senza confini e senza una fine certa. In questa sospensione ci siamo ritrovati noi tutti, esponenti dell’aiuto alla salute mentale, a dover rimodulare i nostri Setting terapeutici, a doverli trasformare, a ridiscutere anche i confini degli stessi Setting e alcuni dei principi fondanti il rapporto psicanalitico. I mezzi “social” (Whatsapp, Skype, Zoom) fino a questo momento studiati, analizzati, criticati e a volte demonizzati, sono diventati in un batter d’occhio l’unica soluzione possibile al mantenimento della continuità terapeutica. E senza rendercene conto sono diventati gli alleati numero uno per il proseguimento delle psicoterapie. Contestualmente anche il nostro Setting, tanto protetto e protettivo, si è trasformato, e i pazienti sono entrati direttamente nelle nostre case trasformando e in parte umanizzando la figura del terapeuta. Il paziente entra in casa del terapeuta osservandone quadri, librerie, specchi, lampadari e ascoltandone i rumori e, in questo modo condivide il privato del terapeuta, che entra a fare parte della relazione terapeutica, concretizzando e alimentando le fantasie del paziente in quanto l’ambiente domestico si trasforma in elementi intrusivi e di distrazione. In qualche modo la distanza tra il terapeuta ed il paziente diminuisce, incontrandosi in un vissuto condiviso, in una medesima esperienza, in una storia che tutti e due stanno vivendo come identica e nello stesso momento. Il terapeuta subisce un processo di umanizzazione da parte del paziente, il quale sa che il terapeuta è vittima dello stesso malessere, dello stesso stordimento, delle stesse difficoltà e questo mette in moto un processo di identificazione forte, di proiezioni, di risonanze che il terapeuta è tenuto a gestire prima ancora di aver elaborato egli stesso la sua ferita. Il terapeuta, che fino a quel momento si portava addosso l’archetipo del “guaritore ferito”, colui che ha fatto l’esperienza del dolore e lo ha attraversato, è sopravvissuto ed in virtù di questo sopravvivere al dolore, come il centauro Chirone , può mettere a disposizione ciò che ha imparato a servizio di chi è intorno, diventa in men che non si dica il <compagno di trauma> del paziente. Siamo tutti dentro al pericolo insieme, ma è nostro dovere, in qualità di terapeuti, correre a contattare le nostre emozioni, correre a contattare la nostra parte ferita e trovare nuovamente il nostro equilibrio da mettere al servizio del paziente. Come terapeuti siamo chiamati a sentire, ad elaborare ed integrare prontamente le reazioni che questo momento storico attiva in noi e nei nostri pazienti: agiti, paralisi, impotenza, ribellione e i vissuti emotivi ad esse associati, depressione, noia, ansia generalizzata, angoscia di morte. Come psicoterapeute e responsabili del progetto di “Compagno Adulto” dell’Associazione Fiori d’Acciaio ci siamo trovate, inoltre, a dover affrontare un grande paraddosso lavorativo ed esecutivo. Il “Compagno Adulto” è di per sé un assetto terapeutico dedicato all’adolescenza che presuppone, generalmente, l’inaccessibilità del paziente ad un Setting terapeutico dialogico. La caratteristica del progetto è la domiciliarità: l’intervento, in genere bisettimanale e della durata di due ore, si svolge nell’abitazione o nei luoghi di interesse del ragazzo, facendo cose insieme, passeggiando nel quartiere, giocando a carte, chiacchierando, stando vicini, facendo lavori creativi finalizzati alla espressione e comprensione delle emozioni. La terapeuticità e la singolarità dell’intervento sono racchiuse, quindi, nel fare insieme, nell’esperire insieme. Se nei pazienti adulti la grossa difficoltà del passaggio dalla terapia a studio alla terapia on-line può essere rintracciabile nella “vicinanza” che tale mezzo comporta, in quei pazienti adolescenti, giudicati a più livelli non adatti ad un rapporto esclusivamente dialettico, ci siamo chieste come reinterpretare il progetto di “Compagno Adulto” in questa nuova fase storica. Il dato davvero interessante è stato, nell’osservazione della reazione dei ragazzi, l’inaspettata duttilità e adattabilità degli stessi, che sono riusciti ad immergersi con entusiasmo e volontà nel rapporto nuovo con i loro operatori. É stato indiscutibilmente necessario ripersonalizzare e riequilibrare l’intervento su ogni singolo ragazzo, per modalità, tempo, e numero di incontri. In questa rimodulazione degli interventi, ci siamo trovate di fronte ad un altro paradosso, venutoci però in aiuto, costituito da un’ ulteriore caratteristica fondante l’intervento di Compagno Adulto, ovvero la sua domiciliarità. Se altri ambiti della vita quotidiana dei ragazzi, trasposti su piattaforma, possono essere vissuti dalle famiglie e dagli adolescenti da noi seguiti con un sentimento di invadenza ed intrusività fino ad arrivare, a volte, ad un senso di persecuzione nel privato, il “Compagno Adulto”, essendo già presente nella quotidianità casalinga del ragazzo, non ha risentito di questi vissuti, venendo accolto con naturalezza. Inoltre, la forte necessità di un contatto “sicuro” con l’esterno, difficilmente rintracciabile, per i nostri ragazzi, nelle relazioni scolastiche e amicali generalmente assenti e insoddisfacenti, gli ha permesso di potersi adattare al mezzo video costruendo insieme agli operatori un nuovo rapporto, sostenuto da una flessibilità che non tutti i pazienti riescono a manifestare. Riuscire a tenere unito e, allo stesso tempo monitorare il lavoro di un gran numero di operatori da remoto, ha richiesto un sensibile sforzo da parte di noi responsabili del progetto, chiamandoci ad essere più presenti con riunioni settimanali, piuttosto che mensili, sempre mediate dal mezzo video. Se nel lavoro di “Compagno Adulto” un pericolo costante è rappresentato dal lasciare solo l’operatore, con il rischio di vissuti che oscillano dall’ onnipotenza all’impotenza, è stato necessario implementare un meticoloso lavoro di supervisioni individuali, di gruppo e momenti di confronto con l’intera equipe, anche con la finalità di mantenere vivo un senso di appartenenza ad un gruppo, ad un progetto di lavoro grande, ad una identità professionale, ad una responsabilità terapeutica. Inoltre, il “Compagno Adulto”, coerente, autorevole, maturo quanto basta per rappresentare un luogo di proiezioni e identificazioni sicure e stabili, utili alla crescita dei nostri ragazzi, ma al contempo non abbastanza grande - appunto un compagno - da creare una distanza ingestibile dal ragazzo, una figura in cui le funzioni puer e senex sono continuamente fluttuanti nella relazione d’aiuto, si trova anche lui ad affrontare, nel rapporto mediato dal video, a dover gestire quell’intrusione nel proprio ambiente privato, domestico, che mette in crisi i confini interni. In conclusione, sia che ci troviamo a lavorare con l’adulto, sia che ci troviamo a lavorare con l’adolescente, o in un Setting di “Compagno Adulto”, la riflessione sul lavoro terapeutico, in tempi di pandemia, sembra riportare ad una riflessione sui limiti e confini.

Se fino a poco tempo fa i confini e i limiti del Setting erano chiaramente rappresentati da una serie di gesti ed elementi anche concreti appartenenti alle nostre stanze di analisi, ci siamo trovati a dover sfoderare, come un’ arma, una flessibilità e una capacità di adattamento impensabili, dove l’elemento più significativo è stato, e continua ad essere, il mantenimento di saldi - non rigidi - e chiari confini interni, in una relazione in cui i precedenti confini sono improvvisamente scomparsi, stravolti, sfumati.


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