• Fiori d'Acciaio

Il setting nel lavoro di Compagno Adulto



Nel campo della cura psicologica il concetto di setting fa principalmente riferimento a due diversi significati legati tra loro: da una parte lo spazio fisico e materiale dell'incontro, dall'altro ai contenuti affettivi del paziente e del clinico che emergono nella loro interazione. Questi vengono anche definiti come setting esterno e setting interno.


Nel lavoro di Compagno Adulto® con gli adolescenti, le due dimensioni del setting assumono sfumature particolari ed il loro equilibrio risulta fondamentale per la buona riuscita dell’intervento terapeutico.

Gli interventi di Compagno Adulto®, seppure lontani da un setting classico, mantengono la loro valenza terapeutica grazie a due aspetti fondamentali.

In primo luogo il fatto che in adolescenza, più che in altre fasi dello sviluppo, ambiente interno e ambiente esterno sono sovrapponibili (Biondo, 2017). I luoghi significativi che l’adolescente vive, come la strada o il muretto, hanno per lui un forte valore affettivo e relazionale diventando spazi in cui depositare e sperimentare parti di sé. È in tale ottica che il lavoro di Compagno Adulto® è centrato sul fare insieme, sulla condivisone di esperienze reali in questi luoghi appartenenti al ragazzo, potendo percorrere strade nuove insieme.

Inoltre, per caratterizzare terapeuticamente l'intervento di Compagno Adulto® dobbiamo far ricorso ad un secondo elemento, dicevamo, a quello che abbiamo definito come setting interno.

Cosa intendiamo con setting interno? Per meglio comprenderlo possiamo fare riferimento al lavoro di Tito Baldini (Baldini, 2017). Egli parte dall’osservazione di come ogni operatore delle professioni di aiuto conosca la sofferenza che l’altro gli porta in quanto vissuta, in maniera soggettiva, sulla propria pelle. Egli avrà ascoltato, vissuto e gestito il proprio dolore tramite l’altro, lo psicoterapeuta, all’interno di un ambiente sufficientemente buono, la relazione terapeutica, e può ora utilizzarlo per entrare in sintonia con il dolore dell’altro. Un’immagine, che rimanda all’archetipo del “guaritore ferito” ripreso dalla mitologia e presentato da Jung (Sedgwick, 2001) che vede come protagonista Chirone, centauro immortale, colpito durante un combattimento da un colpo di freccia che gli procurerà innumerevoli sofferenze. Sarà proprio da tale dolore e dall’impossibilità sia di perire che di guarire che Chirone, non ignorando tale sofferenza, la renderà invece un elemento fecondo, uno strumento per connettersi al dolore dell’altro. Allo stesso modo, l’operatore delle professioni di aiuto, non avrà silenziato le proprie angosce ma le avrà rese una chiave preziosa per connettersi all’altro grazie al contatto profondo e accogliente vissuto in prima persona con il proprio psicoterapeuta. Questa esperienza vissuta sulla propria pelle getta le basi per la costruzione del setting interno dell’operatore, una struttura interna che ritornerà sempre nella relazione clinica con l’altro e che sarà l’elemento chiave per porsi dall’altro lato della relazione, quella di chi aiuta.

È in tale ottica che ogni luogo può essere lo scenario di un incontro terapeutico portato avanti dal Compagno Adulto®: verrà messa in campo la sua capacità di osservare, di ascoltare il ragazzo, di lasciargli spazio di narrarsi, nel cercare di comprendere cosa egli stia indirettamente chiedendo o rimandando di sé, ma anche quando usare la tecnica, intervenire, sostenere delle idee o fornirne di nuove.

Le parole di Tito Baldini ci vengono ancora una volta in aiuto nella comprensione di cosa sia il setting interno, fornendo una descrizione esemplificativa del proprio operare, che possiamo rintracciare anche nel lavoro di Compagno Adulto®. Egli riporta di come, nel lavoro con gli adolescenti difficili il suo inconscio abbia nel tempo allestito nel proprio studio tre ambienti diversi: una stanza per il setting analitico classico, una stanza calda e accogliente in cui l’adolescente solitamente instaura un rapporto dialogico e una terza stanza grande e disordinata “senza quadri, con ai muri fogli scritti da ragazzi di oggi e di ieri, mille cose messe dove non dovrebbero essere, ma che stanno bene per chi ve le ha posate” (Baldini, 2017, p. 175).

I ragazzi “più difficili” solitamente si orientano fin da subito in questa ultima stanza piena di confusione e disordine come se avessero proprio bisogno di questo per rappresentarvi la propria confusione interiore.

Potersi collocare, come terapeuta e allo stesso tempo anche come operatore di Compagno Adulto® tramite un setting diverso, vicino allo stato psicologico rudimentale dell’adolescente significa raggiungere il ragazzo sul suo piano, fargli comprendere che accettiamo il suo mondo, lo rispettiamo e che oltretutto la nostra relazione potrà muoversi proprio in questo spazio a lui familiare e prevedibile.

Baldini osserva che i ragazzi difficili si orientano verso la terza stanza anche perché sentono che in essa sono presenti degli aspetti peculiari del clinico, probabilmente affini ai propri, con cui poter entrare in risonanza e sentire riconosciute quelle parti di sé altrove disconosciute.

Anche nella relazione tra adolescente e Compagno Adulto® si viene a ricreare questa dinamica: aspetti dell’uno e dell’altro entrano in contatto. L’operatore fa lavorare la propria adolescenza per entrare in sintonia con il ragazzo, per lanciargli un messaggio di comprensione dei suoi vissuti da cui iniziare a tessere una nuova relazione di aiuto. La relazione si costruisce insieme, così come il setting, anche se non nella sua concezione classica. Si tratta di un modo di aiutare l’altro basato a volte sullo “stare insieme” in quella stanza, una stanza “riempita delle rappresentazioni di chi aiuta e di chi è aiutato… come se, all’inizio di un percorso di aiuto… con pazienti in grave difficoltà o in età adolescenziale, spesso non si possa né non si debba fare altro che essere insieme li” (Baldini, 2017, p. 180).


Infine ben si accosta all'immagine del Compagno Adulto® che opera nei vari luoghi dell’adolescente facendo di questi uno spazio transizionale, l’immagine del terapeuta come “barista” offerta da Bolognini (Bolognini, 2005).

La sua descrizione fa riferimento ai bar che di solito si trovano nei film, collocati nel mezzo del deserto, con nulla attorno. A tali bar fanno spesso accesso diversi personaggi con le loro difficoltà e all’interno vi ritrovano un barista con peculiari caratteristiche psicologiche: tenace, fermo, in grado di ascoltare le peripezie dei suoi clienti senza scomporsi, riservato ma disponibile e con la porta sempre aperta. Quindi il Compagno Adulto® si presenta all'adolescente come il barista di questa immagine: qualcuno disponibile e presente, ma anche qualcuno che il giovane possa considerare di passaggio, qualcuno da lasciare indietro e recuperare in un secondo momento, in grado di tollerare la ferita narcisistica che gli procurerà tale ruolo precario. Un interlocutore che non sia protagonista, ma comunque presente e di sostegno, che non gli fornisca ciò di cui ha bisogno dal nulla, ma che lo aiuti a raggiungerlo. L’adolescente deve sentire che l’operatore di Compagno Adulto® sia in grado di accogliere e soprattutto di sostenere le emozioni forti e massicce che riporta, che sappia “sopravvivere” a tali contenuti. Come il barista nel deserto che accoglie i racconti dei viaggiatori, così anche il Compagno Adulto® raccoglie i vissuti del giovane in qualsiasi luogo, nel vuoto di un parco o di una camera o nel caos della città.


In conclusione gli incontri tra adolescente e Compagno Adulto® fanno riferimento all’idea del “fare insieme” esperienze nuove o quotidiane all’interno di spazi familiari. Questo grazie al ricorso al setting interno dell’operatore che può, in ultimo, essere inteso come l’insieme delle disponibilità che l’operatore è in condizioni di mettere in campo nel rapporto con l’adolescente. Il fine è quello di “organizzare un luogo, fisico e mentale, ove con-tenere (tenere insieme) l’angoscia che fino ad allora il paziente aveva esperito in solitudine” (Baldini, 2017, p. 173), identificandosi sempre meno con stanza ed orario dell’incontro e sempre di più con le capacità dell’operatore di far lavorare il suo mondo interno. In questo modo ogni luogo può farsi terreno per l’intervento di aiuto perché è il solido setting interno dell'operatore di Compagno Adulto® ad essere fonte di sostegno significavo per il giovane in difficoltà.

Dott.ssa Michela Mammola



Bibliografia

Baldini, T., (2017). Costruzione del setting. In Carbone, P. & Cimino, S. (A cura di), Adolescenze: itinerari psicoanalitici. (p 171-184). Roma: Edizione Magi.

Biondo, D., (2017). Violenza. In Carbone, P. & Cimino, S. (A cura di), Adolescenze: itinerari psicoanalitici. (p 319-342). Roma: Edizione Magi.

Bolognini, S., (2005). Il bar nel deserto. Simmetria e asimmetria nel trattamento di adolescenti difficili. Rivista Psicoanal., 51, p 33-44.

Sedgwick, D., (2001). Il guaritore ferito. La Biblioteca di Vivarium.

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