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  • Figli di internet: tra vita virtuale e questioni reali

    In questo articolo saranno esplorate le possibili posizioni dei genitori rispetto al rapporto tra figli e vita online, valutandone i punti di forza e i rischi. I genitori degli adolescenti di oggi sono figli di una generazione di “immigrati digitali” (Ammaniti, 2018) e con fatica si muovono in questo nuovo mondo, il più delle volte non comprendendolo a fondo. Nel film-documentario “The Social Dilemma” viene citato il famoso film “The Truman Show” per spiegare la realtà odierna: gli adolescenti, figli di un’era digitale, sono “tutti un po’ Truman”. Connessi ed osservati 24 h al giorno, in un mondo che ha sancito la vittoria dell’immagine sul linguaggio, i ragazzi accettano questa realtà non conoscendone un’altra. A differenza dei più grandi, che hanno sperimentato una vita relazionale in carne ed ossa per poi conoscere la realtà virtuale, i piccoli sono nati dentro lo “Show”. Noi adulti siamo l’ultima generazione che non è nata online e l’unica ad aver vissuto il passaggio tra queste due realtà. Pertanto da ora in poi per gli adolescenti sarà naturale essere online nel quotidiano. I genitori si confronteranno costantemente con la vita in rete dei propri figli ed il rischio è che possano assumere posizioni estreme. I genitori più tradizionalisti potrebbero incoraggiare i figli a vivere così come hanno vissuto loro l’adolescenza (senza dispositivi elettronici), con l’intento di trasferire preziosi valori che presto andranno perduti. Questi genitori potrebbero essere spaventati dalla possibilità di allevare una generazione di “fragili” o “dipendenti” o forse potrebbero temere quei rapporti che sentono deumanizzanti. Sceglieranno quindi di negare categoricamente il telefono ai bambini alle scuole elementari, l’iscrizione ai social network alle scuole medie e di veicolare la condivisione di contenuti personali alle scuole superiori. Un atteggiamento totalmente diverso potrebbero assumerlo quei genitori che hanno imparato in prima persona ad amare le relazioni virtuali considerandole al pari di quelle reali. Questi genitori potrebbero temere che, privando i figli di tale esperienza, possano perdere il contatto con loro o ancora possano crescerli “fuori tempo”, tagliandoli fuori dalla realtà. Proviamo ora ad immaginare i rischi di entrambe queste posizioni. Vietare categoricamente l’utilizzo di internet potrebbe esporre al rischio di crescere un figlio decontestualizzato: non è possibile rimettere il genio nella lampada e gli adolescenti sono figli di questa realtà! I social media per le nuove generazioni sono l’equivalente della piazzetta intorno alla quale, qualche decennio fa, si incontravano gli adolescenti, rimandando continuamente il momento di tornare a casa. Non permettere loro di frequentare la piazzetta (disconnetterli) sarebbe equivalente dell’escluderli dalla realtà sociale. Tagliarli fuori dall’esperienza on line, però, non è l’unico comportamento genitoriale non favorevole. Provare a controllare ogni movimento in rete dei figli potrebbe essere ugualmente dannoso. La privacy dell’adolescente è, infatti, parte integrante di un normale processo di differenziazione dai genitori. Gli adolescenti hanno dei segreti che non vogliono condividere con i grandi e questo ha un valore evolutivo. Un perenne controllo dei contenuti online e un’assenza di confini nel rapporto tra genitori e gli adolescenti più grandi e potrebbe inibire quest’ultimi e rendere più faticoso il distacco dal passato infantile e dalle identificazioni familiari. Questo non vuol dire lasciare l’adolescente in mare aperto, a navigare online a tutte le età, con la fiducia che possa orientarsi facilmente e giovarne indistintamente, ma imparare a perfezionare la propria capacità di giudizio genitoriale (cosa controllare?, quando?, in che misura?, mio figlio “esiste” solo online?). Non scordiamoci, infatti, che tutti i mezzi tecnologici, sono spesso utilizzati come mezzo di evasione dalle relazioni reali (familiari e sociali) e possono anche essere pericolosi se non accompagnati da un’attenta valutazione. I luoghi e le relazioni virtuali dei figli andrebbero quindi pensati e trattati come estensione di luoghi e relazioni fisiche. Ad esempio quando i vostri figli passano gran parte del loro tempo in un luogo preciso (campetto, palestra, casa di Mario…) probabilmente sarete curiosi di sapere cosa fanno lì, cosa gli piace, che esperienza fanno. Ecco, forse lo stesso andrebbe fatto per i luoghi virtuali che i ragazzi frequentano, soprattutto quando sono ancora nell’età in cui qualcosa vogliono condividerla con voi e non vi vedono ancora come Boomer (Boomer= vecchio). L’ingresso in questa fase della vita per i genitori è molto faticoso. I bambini “belli e buoni” inizieranno a cambiare nell’aspetto fisico e nel carattere, com’è normale che sia in un sano sviluppo evolutivo, saranno i genitori a dover cambiare marcia: comportamenti e regole precedenti non saranno più validi! (Freud, 1957). I genitori di oggi si troveranno davanti ad adolescenti vedenti e non parlanti, che si scambiano sguardi digitali e apprezzamenti virtuali. Sono giovani che anticipano mentalmente il parere di un’audience virtuale e ne sono fortemente condizionati. Bisogna inoltre ricordare che in adolescenza si definisce meglio l’identità. L’identità è un concetto flessibile, che non include esclusivamente chi siamo ma anche ciò che pensiamo di essere. Gli adolescenti oggi interagiscono attraverso vari siti web e piattaforme social e in ognuno di questi esprimono aspetti diversi della propria personalità. Sembrano muoversi da soli, senza la consapevolezza di sapere chi sono in una rete caratterizzata dalla persistenza (non ha oblio), visibilità, possibilità di diffusione, anonimato. Hanno identità multiple, decorporizzate, che possono essere aperte o chiuse come finestre di uno schermo. Il rischio potrebbe essere quello di aumentare la fantasia dell’onnipotenza, in cui il corpo è oggetto reso perfetto e il pensiero è nascosto dall’apparenza dell’immagine. L’adolescente si modifica e si rende “così come vorrebbe essere”, identificandosi in una foto perfetta e mostrando all’altro solo quello che decide di voler mostrare. Le relazioni che instaurano tramite i vari social sono spesso intercambiabili. Le loro esperienze affettive extra-familiari sono colorate da una vasta lista di nomi di persone con cui costruiscono relazioni amicali e sentimentali. Le relazioni attuali sono meno stabili e più virtuali. L’algoritmo virtuale li incoraggerà a conoscere sempre una stessa tipologia di “nuova persona” e, quindi, le dinamiche relazionali spesso si ripeteranno. La rottura di una relazione (virtuale) che riterranno significativa più facilmente sarà elaborata, in quanto considerata sostituibile da un’altra relazione facilmente trovata sul web, dalla quale ricaveranno simili benefici. Per alcuni ragazzi, inoltre, la rete può essere un mezzo di rivalsa o occasione per combattere la solitudine ed entrare in contatto con persone “simili” che difficilmente incontreranno in contesti scolastici. Queste relazioni, quindi, sono spesso vitali e salvifiche. Nella rete però, così come nella realtà, esiste il pericolo di imbattersi in persone non affidabili e fittizie o in coetanei “leoni da tastiera” che, forti dall’approvazione del web, si prendono gioco di chi non trova spazio nel mondo. I genitori dovrebbero comprendere che il mondo offline per gli adolescenti è un’estensione del mondo online. È importante quindi conoscere questa realtà per poi creare delle regole adatte al proprio figlio. Recenti dati epidemiologici ci suggeriscono che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni di età. 3 adolescenti su 10 hanno avuto modo di utilizzarlo direttamente già prima dei 2 anni (Bambino Gesù, 2017). E’ però importante dirci che la sovraesposizione alla tecnologia al di sotto dei 12 anni può causare gravi conseguenze per lo sviluppo del bambino. I rischi per la salute fisica possono essere diversi: riduzione del movimento con rischio di obesità, privazione di sonno con difficoltà di apprendimento, irritabilità. Accanto a ciò è necessario considerare i rischi inerenti alla sfera relazionale, questi ultimi inoltre sembrano diminuire significativamente al di sopra dei 12 anni. E’ proprio a quesa età che inizia lo sviluppo cerebrale della corteccia pre-frontale, struttura deputata al controllo degli impulsi e alla consapevolezza delle conseguenze delle azioni proprie e altrui (osservatorio nazionale adolescente e Telefono Azzurro - https://azzurro.it/wp-content/uploads/2020/08/Doxa2014.pdf). Nella società odierna appare però molto difficile evitare l’esposizione alle nuove tecnologie prima dei 12 anni ma i genitori possono ovviare a questo problema evitando esposizioni dirette e autonome. I genitori possono quindi fungere da “corteccia pre-frontale” per i propri figli ponendosi come filtro di protezione e dosandone le quantità giornaliere. Può essere utile stabilire dei momenti (controllati) dedicati alla tecnologia per esempio giocare alla play con papà o messaggiare con il gruppo classe dopo aver fatto i compiti o ancora promuovere dei momenti in cui la protagonista resterà la comunicazione reale, ad esempio non permettere l’utilizzo del telefono a tavola. Bisogna educare i figli al web, insegnandoli a rapportarsi con equilibrio ad un mondo che è reale ma non sempre online. Il covid-19 ci ha in parte insegnato ad interrogarci sull’utilità e le conseguenze della vita online. La famigerata didattica a distanza (DAD) per i giovani e le disposizioni per il nuovo virus limitano i contatti ravvicinati, privando i giovani di essenziali esperienze relazionali al di fuori della famiglia. Gli adolescenti, nel periodo in cui dovrebbero scoprire il senso del “noi” di gruppo come estensione del proprio “io” (Ammaniti, 2018), sono tenuti dentro le mura di casa a stretto contatto con i genitori. Stiamo sperimentando una realtà distopica in cui le relazioni virtuali non solo esistono per affiancare quelle reali, ma sono in un certo senso le uniche possibili. Questo sogno ad occhi aperti ha portato non solo i genitori ma anche molti adolescenti a viverle con forte insofferenza. Non scordiamoci però le relazioni virtuali hanno permesso di mantenere una parvenza di normalità, una forma di contatto che molti giovani, fortunatamente, già conoscevano. In un’epoca di nativi digitali, frequenti scoperte tecnologiche, lavori precari e continui spostamenti, saranno sempre più ambite le relazioni virtuali. Pertanto non possiamo vivere in questa società come se gli anni di progresso scientifico non fossero stati mai realizzati ma al contempo dobbiamo cambiarne il peso, insegnando fin da bambini ai nostri figli, l’importanza di un contatto umano non mediato da uno schermo. Dott.ssa Martina Crisafulli Bibliografia Ammaniti, M. (2008). Adolescenti senza tempo. Milano: Raffaello Cortina. Freud, A. (1957). Adolescenza. In: Opere, Vol. 2, Boringhieri, Torino 1979. Sitografia Bambino Gesù (2017). Techno-mania: i consigli degli specialisti, Istituto per la salute.

  • Il setting nel lavoro di Compagno Adulto

    Nel campo della cura psicologica il concetto di setting fa principalmente riferimento a due diversi significati legati tra loro: da una parte lo spazio fisico e materiale dell'incontro, dall'altro ai contenuti affettivi del paziente e del clinico che emergono nella loro interazione. Questi vengono anche definiti come setting esterno e setting interno. Nel lavoro di Compagno Adulto® con gli adolescenti, le due dimensioni del setting assumono sfumature particolari ed il loro equilibrio risulta fondamentale per la buona riuscita dell’intervento terapeutico. Gli interventi di Compagno Adulto®, seppure lontani da un setting classico, mantengono la loro valenza terapeutica grazie a due aspetti fondamentali. In primo luogo il fatto che in adolescenza, più che in altre fasi dello sviluppo, ambiente interno e ambiente esterno sono sovrapponibili (Biondo, 2017). I luoghi significativi che l’adolescente vive, come la strada o il muretto, hanno per lui un forte valore affettivo e relazionale diventando spazi in cui depositare e sperimentare parti di sé. È in tale ottica che il lavoro di Compagno Adulto® è centrato sul fare insieme, sulla condivisone di esperienze reali in questi luoghi appartenenti al ragazzo, potendo percorrere strade nuove insieme. Inoltre, per caratterizzare terapeuticamente l'intervento di Compagno Adulto® dobbiamo far ricorso ad un secondo elemento, dicevamo, a quello che abbiamo definito come setting interno. Cosa intendiamo con setting interno? Per meglio comprenderlo possiamo fare riferimento al lavoro di Tito Baldini (Baldini, 2017). Egli parte dall’osservazione di come ogni operatore delle professioni di aiuto conosca la sofferenza che l’altro gli porta in quanto vissuta, in maniera soggettiva, sulla propria pelle. Egli avrà ascoltato, vissuto e gestito il proprio dolore tramite l’altro, lo psicoterapeuta, all’interno di un ambiente sufficientemente buono, la relazione terapeutica, e può ora utilizzarlo per entrare in sintonia con il dolore dell’altro. Un’immagine, che rimanda all’archetipo del “guaritore ferito” ripreso dalla mitologia e presentato da Jung (Sedgwick, 2001) che vede come protagonista Chirone, centauro immortale, colpito durante un combattimento da un colpo di freccia che gli procurerà innumerevoli sofferenze. Sarà proprio da tale dolore e dall’impossibilità sia di perire che di guarire che Chirone, non ignorando tale sofferenza, la renderà invece un elemento fecondo, uno strumento per connettersi al dolore dell’altro. Allo stesso modo, l’operatore delle professioni di aiuto, non avrà silenziato le proprie angosce ma le avrà rese una chiave preziosa per connettersi all’altro grazie al contatto profondo e accogliente vissuto in prima persona con il proprio psicoterapeuta. Questa esperienza vissuta sulla propria pelle getta le basi per la costruzione del setting interno dell’operatore, una struttura interna che ritornerà sempre nella relazione clinica con l’altro e che sarà l’elemento chiave per porsi dall’altro lato della relazione, quella di chi aiuta. È in tale ottica che ogni luogo può essere lo scenario di un incontro terapeutico portato avanti dal Compagno Adulto®: verrà messa in campo la sua capacità di osservare, di ascoltare il ragazzo, di lasciargli spazio di narrarsi, nel cercare di comprendere cosa egli stia indirettamente chiedendo o rimandando di sé, ma anche quando usare la tecnica, intervenire, sostenere delle idee o fornirne di nuove. Le parole di Tito Baldini ci vengono ancora una volta in aiuto nella comprensione di cosa sia il setting interno, fornendo una descrizione esemplificativa del proprio operare, che possiamo rintracciare anche nel lavoro di Compagno Adulto®. Egli riporta di come, nel lavoro con gli adolescenti difficili il suo inconscio abbia nel tempo allestito nel proprio studio tre ambienti diversi: una stanza per il setting analitico classico, una stanza calda e accogliente in cui l’adolescente solitamente instaura un rapporto dialogico e una terza stanza grande e disordinata “senza quadri, con ai muri fogli scritti da ragazzi di oggi e di ieri, mille cose messe dove non dovrebbero essere, ma che stanno bene per chi ve le ha posate” (Baldini, 2017, p. 175). I ragazzi “più difficili” solitamente si orientano fin da subito in questa ultima stanza piena di confusione e disordine come se avessero proprio bisogno di questo per rappresentarvi la propria confusione interiore. Potersi collocare, come terapeuta e allo stesso tempo anche come operatore di Compagno Adulto® tramite un setting diverso, vicino allo stato psicologico rudimentale dell’adolescente significa raggiungere il ragazzo sul suo piano, fargli comprendere che accettiamo il suo mondo, lo rispettiamo e che oltretutto la nostra relazione potrà muoversi proprio in questo spazio a lui familiare e prevedibile. Baldini osserva che i ragazzi difficili si orientano verso la terza stanza anche perché sentono che in essa sono presenti degli aspetti peculiari del clinico, probabilmente affini ai propri, con cui poter entrare in risonanza e sentire riconosciute quelle parti di sé altrove disconosciute. Anche nella relazione tra adolescente e Compagno Adulto® si viene a ricreare questa dinamica: aspetti dell’uno e dell’altro entrano in contatto. L’operatore fa lavorare la propria adolescenza per entrare in sintonia con il ragazzo, per lanciargli un messaggio di comprensione dei suoi vissuti da cui iniziare a tessere una nuova relazione di aiuto. La relazione si costruisce insieme, così come il setting, anche se non nella sua concezione classica. Si tratta di un modo di aiutare l’altro basato a volte sullo “stare insieme” in quella stanza, una stanza “riempita delle rappresentazioni di chi aiuta e di chi è aiutato… come se, all’inizio di un percorso di aiuto… con pazienti in grave difficoltà o in età adolescenziale, spesso non si possa né non si debba fare altro che essere insieme li” (Baldini, 2017, p. 180). Infine ben si accosta all'immagine del Compagno Adulto® che opera nei vari luoghi dell’adolescente facendo di questi uno spazio transizionale, l’immagine del terapeuta come “barista” offerta da Bolognini (Bolognini, 2005). La sua descrizione fa riferimento ai bar che di solito si trovano nei film, collocati nel mezzo del deserto, con nulla attorno. A tali bar fanno spesso accesso diversi personaggi con le loro difficoltà e all’interno vi ritrovano un barista con peculiari caratteristiche psicologiche: tenace, fermo, in grado di ascoltare le peripezie dei suoi clienti senza scomporsi, riservato ma disponibile e con la porta sempre aperta. Quindi il Compagno Adulto® si presenta all'adolescente come il barista di questa immagine: qualcuno disponibile e presente, ma anche qualcuno che il giovane possa considerare di passaggio, qualcuno da lasciare indietro e recuperare in un secondo momento, in grado di tollerare la ferita narcisistica che gli procurerà tale ruolo precario. Un interlocutore che non sia protagonista, ma comunque presente e di sostegno, che non gli fornisca ciò di cui ha bisogno dal nulla, ma che lo aiuti a raggiungerlo. L’adolescente deve sentire che l’operatore di Compagno Adulto® sia in grado di accogliere e soprattutto di sostenere le emozioni forti e massicce che riporta, che sappia “sopravvivere” a tali contenuti. Come il barista nel deserto che accoglie i racconti dei viaggiatori, così anche il Compagno Adulto® raccoglie i vissuti del giovane in qualsiasi luogo, nel vuoto di un parco o di una camera o nel caos della città. In conclusione gli incontri tra adolescente e Compagno Adulto® fanno riferimento all’idea del “fare insieme” esperienze nuove o quotidiane all’interno di spazi familiari. Questo grazie al ricorso al setting interno dell’operatore che può, in ultimo, essere inteso come l’insieme delle disponibilità che l’operatore è in condizioni di mettere in campo nel rapporto con l’adolescente. Il fine è quello di “organizzare un luogo, fisico e mentale, ove con-tenere (tenere insieme) l’angoscia che fino ad allora il paziente aveva esperito in solitudine” (Baldini, 2017, p. 173), identificandosi sempre meno con stanza ed orario dell’incontro e sempre di più con le capacità dell’operatore di far lavorare il suo mondo interno. In questo modo ogni luogo può farsi terreno per l’intervento di aiuto perché è il solido setting interno dell'operatore di Compagno Adulto® ad essere fonte di sostegno significavo per il giovane in difficoltà. Dott.ssa Michela Mammola Bibliografia Baldini, T., (2017). Costruzione del setting. In Carbone, P. & Cimino, S. (A cura di), Adolescenze: itinerari psicoanalitici. (p 171-184). Roma: Edizione Magi. Biondo, D., (2017). Violenza. In Carbone, P. & Cimino, S. (A cura di), Adolescenze: itinerari psicoanalitici. (p 319-342). Roma: Edizione Magi. Bolognini, S., (2005). Il bar nel deserto. Simmetria e asimmetria nel trattamento di adolescenti difficili. Rivista Psicoanal., 51, p 33-44. Sedgwick, D., (2001). Il guaritore ferito. La Biblioteca di Vivarium.

  • Hkikomori: a cosa devono far attenzione i genitori?

    Nel tempo l'Associazione Fiori d'Acciaio ha incontrato diversi ragazzi in Hikikomori. Ciascuna situazione ha mostrato avere caratteristiche proprie, ci sono però alcune cose che abbiamo notato essere presenti in modo trasversale in tutte le storie che abbiamo conosciuto e crediamo sia importante segnalare questi elementi ai genitori in modo che possano cogliere precocemente dei segnali importanti. In questo ambito, come in molti altri, la tempestività con cui un genitore coglie dei segnali di malessere nel proprio figlio per poi rivolgersi ad un professionista può davvero fare la differenza. Poter intervenire infatti quando i ragazzi mostrano i primi segnali di chiusura piuttosto che dopo anni di isolamento permette di evitare sofferenza nel ragazzo stesso e nella famiglia, oltre che dare la possibilità al professionista e al ragazzo con cui andrà a lavorare di affrontare dinamiche psicologiche maggiormente malleabili. Ecco quindi alcune cose a cui i genitori possono fare attenzione per decidere tempestivamente di rivolgersi ad un professionista: Osservate la qualità delle relazioni e delle interazioni che i ragazzi hanno fuori dal contesto famigliare. Spesso infatti i ragazzi in Hikikomori, anche da piccoli, non mostrano uno spiccato interesse per attività e relazioni fuori dal contesto famigliare. Sono bimbi e ragazzi che non chiedono mai di partecipare a piccoli o grandi eventi sociali come feste o attività con amici. Può mancare anche dai racconti la presenza di un amico speciale o una persona adulta a cui sono particolarmente legati o con cui fanno una buona esperienza di relazione. Le relazioni on line. I ragazzi possono essere molto coinvolti in relazioni on line a scapito di rapporti con persone che possono incontrare nel quotidiano o dal vivo. Il divertimento è solo in rete. Si assiste spesso ad una importante preferenza per attività di gioco o svago on line a scapito di attività praticate in presenza, o con l'utilizzo attivo del proprio corpo. La scuola è un problema. La carriera scolastico spesso è segnata da importanti difficoltà pur essendo solitamente ragazzi dalla spiccata intelligenza e che in alcuni momenti possono raggiungere risultati più che soddisfacenti. Si riscontra spesso nelle storie di ragazzi Hikikomori anche cambi di scuola o abbandoni nella frequenza delle lezioni. Giorno e notte si confondono. L'inversione dei ritmi sonno-veglia mette spesso questi ragazzi nella condizione di vivere quando il resto della famiglia dorme e vice versa, creando un importante distacco dalla famiglia stessa, dalle attività e dalle relazioni con genitori e fratelli. E' possibile che dei segnali di questo tipo possano essere emersi recentemente come frutto dell'esperienza di lockdown. E' importante, in questo caso, valutare quanto i ragazzi vivano la mancanza delle vecchie modalità di relazione e interazione. Il grande rischio in questo periodo è che ragazzi con pregresse tendenze al ritiro possano sperimentare una sorta di "comodità" trovando il distanziamento sociale e l'interruzione delle attività scolastiche ed extrascolastiche dal vivo, conforme alle proprie caratteristiche. Questo potrebbe rendere molto complicato il ritorno alla vita sociale o addirittura potrebbe favorire lo sviluppo di un ritiro sociale più importante.

  • Gli effetti psicologici del Lockdown sui più piccoli

    Gli effetti psicologici del lockdown sono stati esplorati dagli psicologi di tutto il mondo per poter supportare la comunità più allargata in questa inusuale e difficile esperienza. Il Presidente dell'Associazione Fiori d'Acciaio, la dott.ssa Eugenia Cassandra intervistata on line sul canale You Tube "Welcome aboard! Fatti e opinioni dal Regno Unito" parla degli effetti del lockdown sui più piccoli.

  • Tutti a casa! Psicoterapia, Compagno Adulto e pandemia.

    Ci fa piacere poter condividere con voi l'articolo apparso sul numero speciale di Babele dedicato al Covid -19 di aprile 2020. Tutti a casa! Psicoterapia, Compagno Adulto e pandemia. Di Eugenia Cassandra e Diana Paolantoni Pandemia, lockdown, COVID, quarantena, isolamento, distanziamento sociale, fase uno, fase due. Tutti ci siamo dovuti abituare e, nel minor tempo possibile, a convivere, comprendere , metabolizzare, familiarizzare con il nuovo glossario che il 2020 ha portato prepotentemente con sé. Tutti. Ma una necessità e una velocità maggiore ha interessato chi lavora in ambito psicologico, con la salute psichica, con l’emergenza. Anche tutti coloro già abituati a lavorare in situazioni drammatiche improvvise, hanno dovuto resettare la funzione pensiero perché, a differenza di terremoti, tsunami, catastrofi, in cui generalmente si arriva a dare sostegno a disastro avvenuto, in questa nuova emergenza si trovano tutti galleggianti, fluttuanti, inondati, sospesi in una condizione emergenziale senza confini e senza una fine certa. In questa sospensione ci siamo ritrovati noi tutti, esponenti dell’aiuto alla salute mentale, a dover rimodulare i nostri Setting terapeutici, a doverli trasformare, a ridiscutere anche i confini degli stessi Setting e alcuni dei principi fondanti il rapporto psicanalitico. I mezzi “social” (Whatsapp, Skype, Zoom) fino a questo momento studiati, analizzati, criticati e a volte demonizzati, sono diventati in un batter d’occhio l’unica soluzione possibile al mantenimento della continuità terapeutica. E senza rendercene conto sono diventati gli alleati numero uno per il proseguimento delle psicoterapie. Contestualmente anche il nostro Setting, tanto protetto e protettivo, si è trasformato, e i pazienti sono entrati direttamente nelle nostre case trasformando e in parte umanizzando la figura del terapeuta. Il paziente entra in casa del terapeuta osservandone quadri, librerie, specchi, lampadari e ascoltandone i rumori e, in questo modo condivide il privato del terapeuta, che entra a fare parte della relazione terapeutica, concretizzando e alimentando le fantasie del paziente in quanto l’ambiente domestico si trasforma in elementi intrusivi e di distrazione. In qualche modo la distanza tra il terapeuta ed il paziente diminuisce, incontrandosi in un vissuto condiviso, in una medesima esperienza, in una storia che tutti e due stanno vivendo come identica e nello stesso momento. Il terapeuta subisce un processo di umanizzazione da parte del paziente, il quale sa che il terapeuta è vittima dello stesso malessere, dello stesso stordimento, delle stesse difficoltà e questo mette in moto un processo di identificazione forte, di proiezioni, di risonanze che il terapeuta è tenuto a gestire prima ancora di aver elaborato egli stesso la sua ferita. Il terapeuta, che fino a quel momento si portava addosso l’archetipo del “guaritore ferito”, colui che ha fatto l’esperienza del dolore e lo ha attraversato, è sopravvissuto ed in virtù di questo sopravvivere al dolore, come il centauro Chirone , può mettere a disposizione ciò che ha imparato a servizio di chi è intorno, diventa in men che non si dica il del paziente. Siamo tutti dentro al pericolo insieme, ma è nostro dovere, in qualità di terapeuti, correre a contattare le nostre emozioni, correre a contattare la nostra parte ferita e trovare nuovamente il nostro equilibrio da mettere al servizio del paziente. Come terapeuti siamo chiamati a sentire, ad elaborare ed integrare prontamente le reazioni che questo momento storico attiva in noi e nei nostri pazienti: agiti, paralisi, impotenza, ribellione e i vissuti emotivi ad esse associati, depressione, noia, ansia generalizzata, angoscia di morte. Come psicoterapeute e responsabili del progetto di “Compagno Adulto” dell’Associazione Fiori d’Acciaio ci siamo trovate, inoltre, a dover affrontare un grande paraddosso lavorativo ed esecutivo. Il “Compagno Adulto” è di per sé un assetto terapeutico dedicato all’adolescenza che presuppone, generalmente, l’inaccessibilità del paziente ad un Setting terapeutico dialogico. La caratteristica del progetto è la domiciliarità: l’intervento, in genere bisettimanale e della durata di due ore, si svolge nell’abitazione o nei luoghi di interesse del ragazzo, facendo cose insieme, passeggiando nel quartiere, giocando a carte, chiacchierando, stando vicini, facendo lavori creativi finalizzati alla espressione e comprensione delle emozioni. La terapeuticità e la singolarità dell’intervento sono racchiuse, quindi, nel fare insieme, nell’esperire insieme. Se nei pazienti adulti la grossa difficoltà del passaggio dalla terapia a studio alla terapia on-line può essere rintracciabile nella “vicinanza” che tale mezzo comporta, in quei pazienti adolescenti, giudicati a più livelli non adatti ad un rapporto esclusivamente dialettico, ci siamo chieste come reinterpretare il progetto di “Compagno Adulto” in questa nuova fase storica. Il dato davvero interessante è stato, nell’osservazione della reazione dei ragazzi, l’inaspettata duttilità e adattabilità degli stessi, che sono riusciti ad immergersi con entusiasmo e volontà nel rapporto nuovo con i loro operatori. É stato indiscutibilmente necessario ripersonalizzare e riequilibrare l’intervento su ogni singolo ragazzo, per modalità, tempo, e numero di incontri. In questa rimodulazione degli interventi, ci siamo trovate di fronte ad un altro paradosso, venutoci però in aiuto, costituito da un’ ulteriore caratteristica fondante l’intervento di Compagno Adulto, ovvero la sua domiciliarità. Se altri ambiti della vita quotidiana dei ragazzi, trasposti su piattaforma, possono essere vissuti dalle famiglie e dagli adolescenti da noi seguiti con un sentimento di invadenza ed intrusività fino ad arrivare, a volte, ad un senso di persecuzione nel privato, il “Compagno Adulto”, essendo già presente nella quotidianità casalinga del ragazzo, non ha risentito di questi vissuti, venendo accolto con naturalezza. Inoltre, la forte necessità di un contatto “sicuro” con l’esterno, difficilmente rintracciabile, per i nostri ragazzi, nelle relazioni scolastiche e amicali generalmente assenti e insoddisfacenti, gli ha permesso di potersi adattare al mezzo video costruendo insieme agli operatori un nuovo rapporto, sostenuto da una flessibilità che non tutti i pazienti riescono a manifestare. Riuscire a tenere unito e, allo stesso tempo monitorare il lavoro di un gran numero di operatori da remoto, ha richiesto un sensibile sforzo da parte di noi responsabili del progetto, chiamandoci ad essere più presenti con riunioni settimanali, piuttosto che mensili, sempre mediate dal mezzo video. Se nel lavoro di “Compagno Adulto” un pericolo costante è rappresentato dal lasciare solo l’operatore, con il rischio di vissuti che oscillano dall’ onnipotenza all’impotenza, è stato necessario implementare un meticoloso lavoro di supervisioni individuali, di gruppo e momenti di confronto con l’intera equipe, anche con la finalità di mantenere vivo un senso di appartenenza ad un gruppo, ad un progetto di lavoro grande, ad una identità professionale, ad una responsabilità terapeutica. Inoltre, il “Compagno Adulto”, coerente, autorevole, maturo quanto basta per rappresentare un luogo di proiezioni e identificazioni sicure e stabili, utili alla crescita dei nostri ragazzi, ma al contempo non abbastanza grande - appunto un compagno - da creare una distanza ingestibile dal ragazzo, una figura in cui le funzioni puer e senex sono continuamente fluttuanti nella relazione d’aiuto, si trova anche lui ad affrontare, nel rapporto mediato dal video, a dover gestire quell’intrusione nel proprio ambiente privato, domestico, che mette in crisi i confini interni. In conclusione, sia che ci troviamo a lavorare con l’adulto, sia che ci troviamo a lavorare con l’adolescente, o in un Setting di “Compagno Adulto”, la riflessione sul lavoro terapeutico, in tempi di pandemia, sembra riportare ad una riflessione sui limiti e confini. Se fino a poco tempo fa i confini e i limiti del Setting erano chiaramente rappresentati da una serie di gesti ed elementi anche concreti appartenenti alle nostre stanze di analisi, ci siamo trovati a dover sfoderare, come un’ arma, una flessibilità e una capacità di adattamento impensabili, dove l’elemento più significativo è stato, e continua ad essere, il mantenimento di saldi - non rigidi - e chiari confini interni, in una relazione in cui i precedenti confini sono improvvisamente scomparsi, stravolti, sfumati. Potete scaricare l'interno Numero Speciale della rivista Babele cliccando qui.

  • I Disturbi dello Spettro Autistico in Adolescenza

    L'Associazione Fiori d'Acciaio da diverso tempo propone servizi e progetti rivolti a ragazzi con Disturbo dello Spettro Autistico in Adolescenza. Proviamo a definire meglio i presupposti del lavoro che svolgiamo con i ragazzi in questo particolare momento di vita. Disturbi dello Spettro Autistico, cosa sono Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5; APA, 2013) i Disturbi dello Spettro Autistico (Autism Spectrum Disorders- ASD) rientrano nei disturbi del neurosviluppo. Si caratterizzano per la presenza di deficit persistenti nella comunicazione e nelle interazioni sociali in molteplici contesti e con pattern di comportamento ripetitivi e stereotipati. Proviamo a descrivere meglio queste aree Il livello di gravità dipende dalla compromissione delle aree definite qui di seguito. 1. Area della comunicazione e dell'interazione sociale. Si riscontrano: - deficit della reciprocità socio-emotiva; - deficit dei comportamenti comunicativi non verbali per l'interazione sociale. La comunicazione verbale e non verbale risulta scarsamente integrata. Si notano anomalie del contatto visivo e del linguaggio del corpo, si evidenziano deficit della comprensione e dell'uso dei gesti e una compromissione nell'espressività facciale; - deficit dello sviluppo, della gestione e della comprensione delle relazioni. Si riscontrano difficoltà nel gioco simbolico e nella capacità di sviluppare, mantenere e comprendere le relazioni e le amicizie. 2. Pattern di comportamento, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Si notano: - movimenti, uso degli oggetti o eloquio stereotipati o ripetitivi. Stereotipie motorie semplici come l'utilizzo incongruo dell'oggetto, ecolalia, frasi idiosincratiche; - aderenza alla routine priva di flessibilità. I ragazzi provano disagio davanti a piccoli cambiamenti, presentano schemi di pensiero rigidi, saluti rituali e selettività alimentare; - gli interessi sono molto limitati e anomali per intensità o profondità. Si notano interessi eccessivamente circoscritti per persone o cose; - iper o iporeattività in risposta a stimoli sensoriali, interessi insoliti verso aspetti sensoriali dell'ambiente. Possono presentare avversione nei confronti di suoni o consistenze tattili specifiche. Possono mostrare la tendenza ad annusare o toccare oggetti in modo eccessivo o risultano affascinati da luci o da movimenti. Questi deficit si presentano generalmente nelle prime fasi dello sviluppo. Causano una compromissione clinicamente significativa del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Tali alterazioni non sono necessariamente spiegate dalla presenza di una disabilità intellettiva pur essendo spesso ad essa accompagnati. Quali trattamenti? Gli approcci utilizzati nel trattamento dei Disturbi dello Spettro Autistico sono diversi e comprendono: - trattamenti centrati sul corpo, - su emozioni e sensazioni, - sull'educazione, - sulle abilità individuali, - trattamenti volti a ridurre la sintomatologia, - interventi di sostegno alla genitorialità e all'intero nucleo famigliare. Data la possibilità di fare Diagnosi di Autismo già nei primi anni di vita, i trattamenti sono volti prevalentemente alla presa in carico del bambino e della famiglia. Cosa succede in adolescenza? Rispetto all'adolescenza e all'età adulta assistiamo invece ad un "vuoto sanitario". Le famiglie sono spesso costrette a circondarsi di figure professionali, più o meno specializzate, che vanno però ad intervenire su aree specifiche della vita del ragazzo lavorando in modo circoscritto e non integrato. Nello specifico, figure come l'insegnante di sostegno, la baby-sitter, l'educatore, l'istruttore di sport sono certamente importanti ma non possono sostituire l'approccio psicologico all'intervento. Uno psicologo formato per supportare l’adolescente e la sua famiglia, oltre a lavorare specificatamente su questioni psicologiche, fa da raccordo tra i diversi ambiti della vita del ragazzo. Soprattutto in adolescenza l'intervento terapeutico deve sostenere infatti l’individuazione e la costruzione di una propria identità all’interno della società e dei contesti in cui il ragazzo vive. Il Compagno Adulto per Adolescenti con Disturbo dello Spettro Autistico L'Associazione Fiori d'Acciaio, mediante la figura del Compagno Adulto per ragazzi con Disturbo delle Spettro Autistico, si propone di seguire l'adolescente e il giovane adulto intervenendo su diverse aree di sviluppo. L'obiettivo è lavorare su: - autonomie personali, - vissuto emotivo - e sull'esperienza relazionale e sociale (anche all'interno del gruppo dei pari). Ovviamente, lavorare con adolescenti con Disturbo dello Spettro Autistico pone in primo piano temi e dinamiche differenti rispetto a quelle che animano il lavoro con i più piccoli. - la condivisione e la socializzazione tra i pari, - inserimento nella vita sociale (contesto scolastico, lavoro sull'utilizzo del denaro, confronto con l'altro), - autonomie personali, - le emozioni e i vissuti interni, - l'identità corporea e l'intimità, - l'affermazione di sè attraverso la percezione di propri bisogni, - uno spazio di pensiero su di sè dedicato ai genitori . Laboratorio Crescere con l'Autismo Tra i servizi offerti da Fiori d'Acciaio troviamo un nuovo progetto dedicato ad adolescenti con Disturbo dello Spettro Autistico che serve del lavoro in piccoli gruppi. Il Laboratorio Crescere con l'Autismo è rivolto ad adolescenti dai 14 ai 18 anni e ai loro genitori e partirà ad ottobre 2020. Il Progetto prevede: - uno spazio dedicato ai ragazzi che, in piccoli gruppi, si incontrano settimanalmente, - - uno spazio di gruppo dedicato ai genitori, con incontri mensili. L'obiettivo dei questo progetto è sostenere i ragazzi e le loro famiglie. Il lavoro è centrato sulle dinamiche tipiche dell'adolescenza, declinate per lavorare con adolescenti con Disturbi dello Spettro Autistico. Qui tutti i dettagli relativi al Laboratorio Crescere con l'Autismo .

  • Hikikomori, quali sono i segnali a cui fare attenzione?

    In un intervento sul Canale You Tube "Welcome aboard! Fatti e opinioni dal Regno Unito" il Presidente dell'Associazione Fiori d'Acciaio Dott.ssa Eugenia Cassandra e la Dott.ssa Maria I. Trecca- Referente dell'Area di Intervento Hikikomori di Fiori d'Acciaio danno alcune piccole indicazioni sui segnali importanti ai quali i genitori possono portare la loro attenzione. Lo scopo è quello di valutare la presenza o meno di dinamiche disfunzionali che possono essere segnali di un inizio di Ritiro pervasivo dalla vita sociale o di alte condizioni che meritano l'ascolto attento di un professionista. Si parla inoltre del Gruppo Clinico Hikikomori, iniziativa di formazione continua per professionisti che operano in questo ambito di interesse promossa da Fiori d'Acciaio. Questo il link dell'intervento https://www.youtube.com/watch?v=2qDWD-4Ivdg&feature=youtu.be&fbclid=IwAR0tkAtq_Gaok_bNWrGdjnSg2tYs44rQZWoXKrNQGzEM8RCVJ_U_3PjiteQ

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