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31 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Ritiro sociale e Hikikomori a scuola: che fare?

    Come può la scuola accorgersi in tempo del ritiro sociale? Quali segnali dovrebbero mettere in allarme docenti, coordinatori di classe e famiglie? E che cosa si può fare prima che una studentessa o uno studente smetta del tutto di frequentare? Il fenomeno del ritiro sociale adolescenziale e degli Hikikomori è sempre più presente anche nel contesto scolastico. Spesso viene letto con categorie troppo semplici: svogliatezza, pigrizia, disinteresse, dipendenza da internet, mancanza di volontà. In realtà, dietro l’isolamento può esserci un malessere profondo, legato alla difficoltà di sostenere pressioni, aspettative, giudizi e richieste provenienti dal mondo esterno. In una nuova intervista sul canale YouTube FuoriClasse, Irene Gualdo ne parla con la Dott.ssa Nadia Trecca, psicologa e psicoterapeuta esperta nel lavoro con adolescenti, giovani adulti e famiglie, supervisore dell’Associazione Fiori d’Acciaio. Ne nasce una guida pratica per docenti, educatori e genitori: non una diagnosi, ma una mappa per riconoscere i primi segnali, evitare letture superficiali e attivare interventi scolastici possibili. Per vedere l'intervista completa sul canale YouTube FuoriClasse: https://youtu.be/81WvSlBmd3U?is=Se4c2I5asgfMJtop Per leggere l'articolo completo di Irene Gualdo: https://www.fuoriclasseacademy.com/ritiro-sociale-e-hikikomori-a-scuola-che-fare/ Progetto Fuori dalla Stanza Link per donare: https://sostieni.link/40283

  • Takopi's Original Sin e la Solitudine Invisibile dei Bambini: Quando i Genitori Non Vedono la Loro Sofferenza

    ⚠️ ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER SULL'ANIME Lo shock è fisico, surreale, quasi impossibile da processare mentre si guarda la prima puntata di Takopi's Original Sin. Una bambina di nove anni, Shizuka, si toglie la vita, impiccandosi con un nastro rosa che avrebbe dovuto farle fare pace con l’amica Marina. Non è una premessa narrativa tra le tante, è il cuore pulsante e straziante di tutta la serie. Il suicidio infantile non viene trattato come espediente drammatico ma come conseguenza diretta di una solitudine invisibile, di una sofferenza che nessuno ha visto, nessuno ha riconosciuto, nessuno ha potuto contenere. Guardare quella scena è vivere un trauma secondario, è sentirsi impotenti di fronte alla perdita di una vita che poteva essere salvata se solo qualcuno avesse davvero visto il dolore di quella bambina. Genitori, scuola, adulti. Questo è il primo messaggio che Takopi's Original Sin lancia con brutalità: i bambini si tolgono la vita perché il loro dolore è diventato insostenibile e nessuno è stato in grado di renderlo sostenibile. Al cuore della storia c'è proprio questa tragedia. Shizuka, una bambina di nove anni che si trova troppo sola, incontra Takopi, un piccolo alieno rosa a forma di polpo proveniente dal Pianeta Happy. Takopi porta con sé gadget magici chiamati "strumenti happy", tra cui la "Happy Camera"che permette viaggi nel tempo, con la missione di portare felicità alle persone sulla Terra. Ma ciò che emerge dalla narrazione è la tragica consapevolezza che nessuna magia può colmare il vuoto di un affetto non ricambiato e che la felicità impostata dall'esterno non sostituisce l'amore autentico. Takopi dice esplicitamente in una scena fondamentale: «Non ci capisco più niente». Questa frase è molto più di un dialogo innocente tra un alieno e una bambina. Rappresenta l'incapacità infantile di comprendere la complessità delle relazioni adulte, della depressione genitoriale, delle psicopatologie che si annidano nelle famiglie. Il polipetto rosa, con la sua morbidezza e vulnerabilità, incarna lo stesso stato di confusione del bambino che non riesce a dare senso al caos emotivo che vive. Takopi è un polipo rosa, animali che nella loro natura biologica sono molli, privi di scheletro interno, capaci di adattarsi a qualsiasi spazio ma anche estremamente vulnerabili. Questa morbidezza simbolizza la delicatezza dell'infanzia, la mancanza di difese strutturali del bambino che non ha ancora sviluppato le risorse per proteggersi dal mondo. Il colore rosa richiama la tenera infanzia, l'innocenza, la vulnerabilità che merita protezione. Takopi proviene dal Pianeta Happy, un nome che evoca la felicità sia come destinazione che come luogo di origine, eppure arriva sulla Terra proprio perché qualcosa di profondamente rotto richiede guarigione. Gli strumenti happy che porta con sé rappresentano il tentativo di trovare soluzioni magiche al dolore emotivo, gadget che promettono di risolvere problemi che invece richiedono tempo, presenza e relazione autentica. La Happy Camera, che permette di rivisitare il passato, simboleggia il desiderio universale di tornare indietro per correggere gli errori, per riparare le ferite che sono state inflitte, ma la storia ci insegna che il tempo non torna indietro e che ciò che conta è come viviamo il presente. La struttura narrativa dell'anime si articola attraverso salti temporali che non sono un semplice espediente tecnico ma portano un significato psicologico profondo. La storia inizia nel 2025 con Shizuka e Takopi, per poi rivelare attraverso la Happy Camera che il vero primo arrivo di Takopi sulla Terra è avvenuto nel 2021 con un'altra ragazza, Marina. Questo doppio timeline non è casuale ma rivela come il trauma si trasmetta nel tempo, come le ferite non guarite si ripresentino in forme diverse nelle generazioni successive. I salti temporali mostrano come la sofferenza infantile non sia mai isolata nel tempo ma si articoli in pattern transgenerazionali che si ripetono fino a quando qualcuno non mette coscienza e interrompe il ciclo. La struttura temporale frammentata riflette anche la frammentazione della memoria traumatica, che non si conserva come narrazione lineare ma come pezzi disconnessi che il bambino cerca di ricomporre senza avere gli strumenti per farlo. Ma ciò che rende Takopi's Original Sin clinicamente rilevante è la rappresentazione di tre tipologie di madri, ciascuna delle quali incarna una forma diversa di genitorialità compromessa che produce solitudine infantile. La prima madre fa la prostituta e il padre è altrove, assente. Questa situazione rappresenta l'abbandono strutturale, dove il bambino cresce in un ambiente in cui la figura materna è fisicamente presente ma emotivamente indisponibile, mentre la figura paterna è completamente assente. Il bambino in questa situazione cresce con un senso di invisibilità radicale, con la convinzione profonda di non essere abbastanza importante da essere presidiato e protetto. La mancanza del padre e la presenza abbandonica della madre creano un vuoto relazionale che il bambino cerca di colmare in modi disfunzionali, sviluppando spesso un attaccamento insicuro che lo porterà a cercare conferme esteriori che non arriveranno mai. La madre di Marina è psichicamente distrutta da un marito traditore, violento e manipolatore. Questa figura materna incarna la depressione genitoriale non elaborata, dove la madre è fisicamente presente ma psicologicamente assente perché completamente assorbita dal proprio dolore. Il marito traditore e manipolatore ha distrutto la sua capacità di contenere le emozioni del figlio, ha eroso la sua autostima e la sua capacità di vedere il bambino al di là del proprio trauma. La manipolazione psicologica subita dalla madre crea anche un ambiente familiare in cui la realtà è distorta, dove il bambino non riesce a discernere cosa è vero e cosa è falso, sviluppando una sfiducia di base verso il mondo e verso le proprie percezioni. Questo tipo di violenza domestica psicologica è spesso invisibile all'esterno ma produce ferite profonde che si manifestano in difficoltà relazionali, bassa autostima, incapacità di fidarsi degli altri, agiti violenti. Marina, la prima bambina che incontra Takopi nel 2021, diventa bulla a scuola non per cattiveria intrinseca ma perché espelle fuori ciò che non può contenere dentro. In casa vive una violenza domestica nascosta, subisce abusi dal padre, che manipola e distrugge la madre, e tutta questa sofferenza diventa esplosiva verso l'esterno. Il meccanismo è chiaro: Marina non ha uno spazio interno abbastanza solido da contenere il dolore, non ha un genitore che possa ricevere e trasformare la sua angoscia, quindi la espelle colpendo gli altri. Diventa bulla perché colpire significa sentirsi potenti anche solo per un momento, significa non essere più la vittima impotente che è in casa. Fuori è esplosiva, aggressiva, controllante, ma dentro è svuotata, terrorizzata, disperata, completamente sola. Questo passaggio da vittima a carnefice è più comune di quanto si pensi nella clinica dell'età evolutiva: il bambino maltrattato spesso diventa il bullo perché ha interiorizzato un modello relazionale basato sulla potenza e sulla sopraffazione, perché non ha sperimentato nulla di diverso, perché l'unico modo che conosce per non sentirsi impotente è mettere negli altri la stessa impotenza che prova lui. La terza madre è la madre performante, figura che incarna l'ossessione per il successo, per l'apparenza, per la produttività. Questa madre è presente fisicamente ma è concentrata solo sul raggiungere obiettivi, sul mantenere un'immagine sociale perfetta, sul garantire al figlio risultati eccellenti. Il bambino in questa situazione cresce con la convinzione di essere amabile solo nelle condizioni di performance, solo quando raggiunge standard esterni di successo. Le sue emozioni, i suoi bisogni, la sua soggettività vengono annullate in favore di un'immagine di figlio perfetto che soddisfi le aspettative della madre. Il bambino della madre performante cresce con la convinzione di non essere abbastanza se non raggiunge standard elevati, sviluppando ansia da prestazione che lo accompagnerà per tutta la vita. Queste tre madri, pur essendo molto diverse sulla superficie, condividono un elemento fondamentale: nessuna di loro è realmente disponibile emotivamente per il figlio e il risultato finale è lo stesso: un bambino che cresce nella solitudine, che non vede riconosciuto il proprio dolore, che sviluppa un filtro percettivo distorto della realtà emotiva. Jyunya, il fratello maggiore di Naoki Azuma, è anche lui chiamato Azuma in alcune traduzioni, emerge come figura di contenimento affettivo e sostegno del fratello minore in quest'ambiente familiare compromesso. È l'unico disposto ad aiutare, l'unico che riesce a vedere la profonda sofferenza del fratello piccolo e assume il ruolo di genitore surrogato con una qualità relazionale rara. Lui vede realmente il dolore di Naoki quando gli altri non lo notano, contiene la sua angoscia senza giudicare, rimane presente anche quando non può risolvere la situazione e si assume una responsabilità emotiva che non gli compete, sacrificando il proprio benessere per quello del fratello. Ma ciò che rende Jyunya-Azuma particolarmente significativo clinicamente è la sua disponibilità a scoperchiare tutto, a portare alla luce la verità sul funzionamento familiare anche se questo significa perdere parti di sé. Questa dinamica è clinicamente significativa perché dimostra come in assenza di genitori disponibili il figlio maggiore può trasformarsi in figura di contenimento. Ma Jyunya-Azuma non può davvero salvare il fratello. La sua presenza è un ammortizzatore che rallenta la caduta ma non può fermarla. Questo è uno dei messaggi più tragici dell'anime, ovvero che l'amore fraterno non può sostituire l'amore genitoriale. Uno dei rischi più gravi per un bambino che cresce in un ambiente emotivamente trascurante è sviluppare un filtro percettivo distorto della realtà emotiva. Come osserva Donald Winnicott il bambino ha bisogno di un ambiente affidabile che gli restituisca un'immagine coerente della realtà emotiva. Quando il genitore è depresso, assente o concentrato solo sulla performance il bambino non riceve un rispecchiamento adeguato. Il bambino ha bisogno di vedere nel volto del genitore ciò che lui stesso sta sentendo per poterlo riconoscere e integrare. Senza questo processo di rispecchiamento il bambino inizia a vivere le emozioni come paura, tristezza e rabbia attraverso una lente distorta. Minimizza il dolore altrui e il proprio, non riconosce la gravità reale delle situazioni traumatiche e sviluppa un falso sé adattivo che nasconde la vulnerabilità reale. Questo meccanismo prepara il terreno per ciò che Carl Gustav Jung chiamava proiezione dell'ombra. Ciò che il bambino non può riconoscere in sé come la rabbia, l'impotenza e la paura viene proiettato sugli altri diventando spesso agito verso i pari. Takopi's Original Sin mostra in modo crudo come Shizuka diventi vittima di bullismo a scuola. Ma ciò che emerge con forza nella narrazione è il nesso causale tra neglect, trascuratezza infantile, violenza domestica nascosta e bullismo a scuola. Shizuka vive maltrattamenti in famiglia che nessuno vede, nessuno domanda, nessuno valida e questa invisibilità genera una rabbia intrappolata che non può essere espressa verso i genitori perché rappresentano figure di dipendenza vitale. Nello sviluppo sano esiste uno spazio transizionale tra interno ed esterno dove il bambino sperimenta la creatività, gioca con la realtà ed elabora le emozioni. Jyunya-Azuma cerca di creare questo spazio per il fratello, ma lo spazio che offre è precario perché non supportato da un sistema adulto funzionante. La ricerca sull’attaccamento suggerisce che il legame fraterno possa assumere la funzione di figura di attaccamento secondaria, offrendo supporto emotivo e una base di sicurezza soprattutto quando i caregiver sono temporaneamente indisponibili; tuttavia, esso non sostituisce completamente la figura di attaccamento primaria. La scuola in Takopi's Original Sin appare come un'altra istituzione che non riesce a vedere il disagio di Shizuka, confermando il tema centrale dell'invisibilità della sofferenza infantile. I docenti non colgono, o non vogliono cogliere, i segnali di allarme che la bambina trasmette, accecati dall'apparenza esteriore o dalla normalità con cui Shizuka cerca di nascondere il proprio dolore. Il bullismo che subisce a scuola, non è un evento isolato ma la conseguenza diretta della violenza domestica che vive in famiglia, e la scuola non riesce a intercettare questo nesso causale. Nessun insegnante si interroga sul perché Shizuka sia così sola, così chiusa, così diversa dalle altre bambine. Nessun insegnante controlla ciò che accade dentro e fuori la classe. La scuola dovrebbe essere un luogo di protezione secondaria, un ambiente dove i bambini traumatizzati possono trovare adulti affidabili che notino il loro disagio, ma nell'anime si rivela un'altra istituzione che fallisce nel suo compito di tutela. Questo riflette una realtà clinica preoccupante: troppe scuole non sono formate a riconoscere i segnali di violenza domestica e disagio familiare, troppo spesso si concentrano sul rendimento scolastico trascurando il benessere emotivo degli alunni. Il bullismo che Shizuka subisce dimostra come la sofferenza non contenuta in famiglia si estenda all'esterno, trasformando il bambino in bersaglio perché emana un'energia emotiva disturbata che attrae aggressività dai pari. La scuola avrebbe potuto essere un luogo di speranza, di riconoscimento, di contenimento, ma diventa un'altra sede di traumatizzazione, confermando il messaggio tragico dell'anime: quando tutti falliscono, quando nessuno vede, il bambino rimane completamente solo con un dolore insostenibile. Massimo Ammaniti, uno dei massimi esperti italiani di psicologia dell'età evolutiva, ha elaborato la teoria del paradosso e del trauma adolescenziale che offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere ciò che accade nei bambini e negli adolescenti che crescono in famiglie disfunzionali. Il paradosso nasce quando il bambino riceve messaggi contraddittori dalle figure genitoriali: da un lato viene incoraggiato a crescere, a diventare autonomo, a prendersi cura degli altri, dall'altro lato viene privato delle strutture di sicurezza di cui ha bisogno per svilupparsi armoniosamente. Questo paradosso crea una situazione in cui il bambino è costretto a diventare adulto prima del tempo senza avere gli strumenti emotivi e psicologici per farlo. Ammaniti parla di trauma adolescenziale per descrivere quell'insieme di ferite psichiche che si accumulano durante lo sviluppo quando l'ambiente non risponde adeguatamente ai bisogni evolutivi. Il trauma non è necessariamente un evento singolo e drammatico ma può essere l'effetto cumulativo di microtraumi relazionali che si ripetono nel tempo: la mancanza di riconoscimento, l'assenza di contenimento emotivo, la necessità di prendersi cura degli altri invece di essere curati. Nei bambini come Shizuka, Marina e nei fratelli Jyunya e Naoki il paradosso ammanittiano si manifesta in modo particolarmente evidente. Vengono spinti a maturare precocemente, a contenere le emozioni degli adulti, a proteggere i fratelli più piccoli, ma allo stesso tempo vengono privati dello spazio per essere bambini, per giocare, per elaborare le emozioni in modo sano. Questo crea una frattura nello sviluppo che si manifesta in età adolescenziale con sintomi che vanno dalla depressione all'agito impulsivo, al ritiro sociale. Ammaniti sottolinea come il trauma adolescenziale non sia mai solo individuale ma sia sempre inscritto in un contesto familiare e sociale che non riesce a fornire le funzioni genitoriali adeguate. La teoria di Ammaniti ci aiuta a comprendere perché alcuni bambini come Shizuka arrivano al punto di non ritorno. Il paradosso della richiesta di maturità senza supporto provoca un accumulo di tensione emotiva che alla fine diventa insostenibile. Quando il bambino non ha nessuno che possa contenere la sua angoscia, quando non ha spazi in cui essere vulnerabile senza paura di essere giudicato, quando ogni tentativo di chiedere aiuto viene ignorato o minimizzato, la morte diventa l'unica via di uscita percepita. Il sacrificio finale del polipetto Takopi assume un significato simbolico profondo. Quando Takopi comprende che gli strumenti happy non possono salvare Shizuka, quando realizza che la magia non può riparare le ferite che richiedono amore umano autentico, sceglie di dare la propria vita per permettere a Shizuka di rivivere i momenti con Marina, di vedere la verità sul suo dolore, di comprendere che non era sola anche se nessuno l'ha mai vista. Takopi muore per Shizuka, muore per Marina, muore per tutti i bambini invisibili. Questo sacrificio rappresenta l'unico atto d'amore genuino che la storia abbia mostrato: un essere che dà tutto per qualcuno che non può salvare. Takopi diventa così l'unico vero contenitore che Shizuka e Marina abbiano mai avuto, l'unico che ha accettato il limite della propria onnipotenza magica e ha scelto l'amore reale invece della soluzione illusoria. Il suo sacrificio finale è l’unico “happy ending” possibile in un mondo dove gli adulti hanno fallito: un alieno che muore per bambini che gli adulti hanno lasciato soli. La fine dell'anime è straziante, ma necessaria. Shizuka viene salvata attraverso il sacrificio di Takopi. Il pubblico vede cosa è successo, comprende perché è successo, riconosce il dolore di Shizuka. Marina, attraverso i salti temporali, comprende di non essere stata l'unica, di essere stata una bambina ferita che ha ferito altri perché non ha ricevuto aiuto. I tre bambini diventano amici, uniti da un inconscio condiviso, perché Takopi, attraverso il suo sacrificio finale, ha lasciato un'ancora emotiva per connettersi tra loro, e perché alla fine hanno capito che solo l'uno l'altro possono davvero comprendere le proprie circostanze. Non è un lieto fine magico, ma un finale realistico e commovente: la sofferenza non scompare, ma non devono più affrontarla da soli. Di Eugenia Cassandra Psicologa Analista e Psicoterapeuta dell'Età Evolutiva Presidente dell'Associazione Fiori d'Acciaio Ammaniti, M. (2024). I paradossi degli adolescenti. Raffaello Cortina Editore. Bowlby, J. (1996). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina.

  • Il Ragazzo Invisibile: Dal Compagno Adulto nelle Periferie di Roma al Numero Verde Nazionale "Fuori dalla Stanza”.

    Il percorso di Fiori d’Acciaio nell’esplorazione del ritiro sociale La nostra associazione ha incontrato i primi adolescenti in ritiro nel 2016. Con loro abbiamo fatto molta strada. Ci siamo occupati della difficile costruzione di progetti terapeutici quando un ragazzo sfugge alle logiche dell’adolescenza comune. Pochi o nessun amico, niente uscite, niente scuola, alle volte solo la loro stanza come luogo di vita. Sono difficoltà che spesso neanche i professionisti o i servizi territoriali e la scuola sanno come affrontare. Abbiamo accolto cosi tanti genitori con le loro angosce da non poter rimanere indifferenti. Abbiamo nel tempo ricevuto richieste di aiuto da parte di persone in difficoltà in punti diversi d'Italia, alla ricerca di soluzioni dopo averle provate tutte. Cosi è nata tanto tempo fa questa fantasia “un numero verde nazionale dedicato a questi temi per sostenere ed orientare”, ma la strada è stata lunga. Ora vi raccontiamo come abbiamo fatto ad arrivare ad oggi, alla nascita del Numero Verde Nazionale “Fuori dalla stanza”: Le nostre radici: Il Compagno Adulto come ponte Prima ancora che la nostra associazione nascesse formalmente nel 2016, il nostro gruppo di lavoro si era formato lavorando fianco a fianco in altri servizi territoriali, portando la figura del Compagno Adulto nelle periferie di Roma. Per chi ci conosceva e per i professionisti con cui avevamo collaborato nel tempo, è stato facile immaginarci accanto ai primi ragazzi che arrivavano nei loro studi e poi sparivano, rifugiandosi nelle loro stanze. Il Compagno Adulto, come modello di intervento, esisteva da tempo e vantava una modalità operativa forte basata sull'andare a lavorare con gli adolescenti nei loro luoghi: stanze, case, quartieri. Per questo il nostro incontro con il ritiro sociale è stato quasi "naturale". Ci dicevano: “Ci sono adolescenti che non escono di casa, andate voi ad aiutarli”. E così abbiamo fatto. All’inizio non sapevamo effettivamente cosa fosse il ritiro sociale o l’Hikikomori ovvero la forma più estrema di ritiro; lo abbiamo incontrato prima clinicamente questo fenomeno e solo dopo ci siamo immersi in ricerche, letture, formazioni e approfondimenti. Dal 2019, abbiamo un progetto di Compagno Adulto interamente dedicato ad adolescenti in ritiro sociale. Abbiamo imparato a rispettare tempi e spazi, a dare senso e significato alle paure e alle loro angosce. Le ricorsività del Ritiro Sociale: Cosa accade “dentro la stanza" Anno dopo anno, ci siamo resi conto che non si trattava di casi isolati, ma di una configurazione clinica ben definita che stava interessando intere generazioni di adolescenti e giovani adulti. Nel ritiro sociale tornano spesso dinamiche precise: L'inversione del ritmo sonno veglia: La notte diventa l'unico momento di pace, lontano dalle aspettative del mondo diurno. Spazio di libertà in cui fare senza giudizio, magari connessi a persone che sono dall’altra parte del mondo. La paralisi del corpo: Il movimento verso l'esterno è bloccato da un'angoscia profonda, quasi fisica. Ci si prepara il giorno prima per andare a scuola ma poi la mattina i mal di pancia, i mal di testa, la nausea. Non si può uscire. L'ipersensibilità al giudizio: Ogni sguardo esterno è percepito come una minaccia o una conferma della propria inadeguatezza. Nessuno capisce, in alcuni casi il mondo fuori genera lucido disprezzo e l’evitamento di ogni contatto diventa l’unica via. Il rifugio nel virtuale: Internet non è la causa, ma l'ultimo legame che impedisce il crollo totale del Sé sociale. Diventa tutto, si passano ore ed ore a giocare on line, a parlare on line o a sbirciare le vite altrui tramite i social. Tanto che alle volte, agli occhi degli adulti appare essere questo il problema. Eppure non lo è, è una specie di antidoto all'isolamento totale. Quando il sistema si ferma: Le criticità dei servizi Immaginate le criticità, le difficoltà e il dolore che abbiamo cercato di raccontarvi fino ad ora, e adesso provate ad aggiungere gli ostacoli ulteriori che il mondo attorno alle famiglie coinvolte dispiega. Esistono modalità della società allargata, della scuola e dei servizi che purtroppo non agevolano il percorso di aiuto. Ecco i nodi che riscontriamo più spesso: Il limite del setting tradizionale: Molti professionisti sostengono ancora che "se il ragazzo non viene a studio, non si può fare nulla". Questo approccio ignora la natura stessa del problema. Ma i genitori non possono fare altro che provare, cercare nuovi professionisti, seguire indicazioni alle volte bizzarre, fare colloqui per interposta persona. Tutte cose che dopo mesi e mesi si arenano e si fermano lasciando sconfortati e soli sia i ragazzi dentro alle loro stanza che i genitori fuori dalle loro porte. L'impotenza del sistema scuola: Se il ragazzo non va a scuola, l'istituzione spesso non ha modo di raggiungerlo, limitandosi a registrare l'assenza invece di creare ponti alternativi. I docenti negli ultimi anni si sono abituati ad accogliere e supportare altre manifestazioni di disagio giovanile. Ormai arrivano a dirci “dottoressa fa caldo, una ragazza è in classe con le maniche lunghe ho pensato faccia cutting, è sempre triste” o “esce spesso e va in bagno, l’ho raggiunta e stava avendo un attacco di panico ma lo avevo immaginato”. Hanno fatto esperienza di questo ma il ritiro sociale no, non lo conoscono. Si accompagna al fenomeno della dispersione scolastica quindi nulla che sia davvero accaduto sotto agli occhi dei docenti. Alle volte rimangono stupiti nel mettere insieme l’immagine che noi cerchiamo di raccontare di quel ragazzo “perché quando viene in classe è brillante, trascina gli altri ed è molto intelligente”…. Peccato che riesca ad esserci i primi giorni di scuola e poco più per poi eclissarsi tra assenze e malattie lunghe. Serve formazione e informazione che alle volte manca. Eppure la scuola è piena di risorse e strumenti che possono essere preziosissimi per i ragazzi e le ragazze in ritiro. Il carico sui genitori: Se non sono i genitori a farsi carico di tutto — dall'organizzazione delle attività alla ricerca dei professionisti — i ragazzi rimangono isolati. Ma la famiglia non può essere l'unico motore dell’intervento. Le famiglie non hanno competenze tecniche e fanno tentativi, vanno in processione tra i servizi, chiamano, leggono. Si ingegnano come possono. Ma questo fa perdere tempo prezioso. La frammentazione degli aiuti: Servizi che non comunicano tra loro, lasciando la "presa in carico" in sospeso tra burocrazia e mancanza di visione d’insieme. E invece è proprio la rete attorno a queste situazioni a funzionare e a fare la differenza. Una nuova risposta: Il Numero Verde Nazionale "Fuori dalla Stanza" Proprio per rompere queste criticità, nasce il progetto "Il Ragazzo Invisibile" e il servizio "Fuori dalla Stanza”. Lo facciamo in modo informale da anni e ora abbiamo l’occasione di strutturare questo servizio. Grazie al Bando Energie di Comunità di Ita Solidale e Produzioni dal Basso che ha supportato la nostra raccolta fondi in soli tre giorni abbiamo raccolto la cifra necessaria per avviare questo progetto e sostenerlo per i primi 12 mesi. Ora dobbiamo potenziarlo e dargli lunga vita! Vogliamo che il nostro Numero Verde Nazionale (attivo da Novembre 2026) sia il primo passo per chi non riesce a farne. Un servizio che non aspetta che il ragazzo "venga a studio", ma che offra supporto immediato, orientamento e una visione che va oltre le quattro mura di una stanza. Sarà uno spazio di ascolto ma soprattutto di orientamento tra i servizi affinché sul proprio territorio ciascun genitore possa fare passaggi veloci e mirati per chiedere il giusto aiuto a professionisti, scuole e servizi davvero capaci di quella professionalità che serve per lavorare con ragazzi e ragazze in ritiro sociale e in Hikikomori. Dona ora. Servizio attivo da novembre 2026. Sostieni Fiori d'Acciaio per permetterci di continuare a portare l'aiuto dove gli altri si fermano. Insieme, possiamo trasformare l'invisibilità in una nuova possibilità di incontro. Dott.ssa M. I. Nadia Trecca Referente Compagno Adulto per Ritiro Sociale e Hikikomori

  • Un viaggio in cerca di sé stessi: il gruppo come bussola relazionale

    In adolescenza i ragazzi sono chiamati a ridefinire la propria identità, confrontandosi con le proprie trasformazioni corporee, affettive e relazionali.   Ciò significa oscillare tra la spinta a separarsi dal nucleo familiare e il bisogno di appartenenza, ponendo l’adolescente di fronte alla necessità di dare un nuovo senso alla propria esperienza (Ammaniti et al., 2005). Tuttavia, il mancato raggiungimento dei compiti evolutivi tipici di questa fase, può riattivare nuclei traumatici precedenti o compromettere la costruzione identitaria, dando origine a vissuti di vuoto, disorientamento o frammentazione (Lancini & Salvi, 2018). In questo caso, il gruppo dei pari può costituire un importante fattore protettivo poiché rappresenta un   luogo in cui i ragazzi possono sperimentare appartenenza e differenziazione. A partire da questi presupposti teorici, viene proposta una lettura clinica del personaggio Arisu, protagonista della serie Alice in Borderland. La sua storia, segnata dalla perdita, porta alla luce alcuni temi chiave dell’adolescenza: la costruzione della propria identità, il valore dei legami con i pari e la possibilità di una riorganizzazione psichica dopo una frattura traumatica. Il mondo in cui si svolge la vicenda diventa una vera e propria metafora dello spazio psichico di confine che ogni adolescente attraversa nel tentativo di ritrovare coesione, senso e continuità nelle proprie esperienze. Le sfide evolutive in adolescenza I profondi cambiamenti familiari, sociali e culturali influenzano il modo in cui gli adolescenti crescono e costruiscono la propria identità. Nonostante ciò, il loro percorso verso l’età adulta continua a essere segnato da compiti evolutivi fondamentali: integrare i cambiamenti puberali, rielaborare la nuova immagine corporea, separarsi gradualmente dalla famiglia e trovare nel gruppo dei pari uno spazio di sperimentazione relazionale ed emotiva (Lancini & Salvi, 2018). Al contrario, quando un adolescente fatica a raggiungere alcune tappe di sviluppo, il suo benessere psicologico può risentirne; soprattutto se proviene da contesti disorganizzati, traumatici o segnati da abbandoni ripetuti. Dunque, per comprendere le difficoltà vissute dall’adolescente, è necessario adottare uno sguardo più ampio capace di cogliere l’intreccio tra fattori individuali e contesti di vita, valorizzando la complessità e unicità del suo sviluppo. L’assenza di un’adeguata autorità simbolica e di confini chiari posti dai genitori può spingere l’adolescente verso comportamenti impulsivi mentre un ascolto empatico e non giudicante rappresenta un sostegno fondamentale per la sua crescita (Memmoli et al., 2020). Parallelamente, il gruppo dei pari rappresenta un laboratorio sociale in cui l’adolescente sperimenta nuovi modi di relazionarsi, sviluppa nuove competenze e affronta il processo di separazione dai genitori tra rispecchiamento, appartenenza e prime relazioni intime. Queste ultime sostengono l’emergere di un’identità solida e autentica (Charmet, G. P., 2000). Infine, il contesto socio-culturale contemporaneo, fortemente influenzato dalla cultura digitale e da ideali narcisistici o collettivisti, esercita pressioni che generano tensioni tra autenticità e conformità a standard elevati (Perfetti, S., 2023), rendendo complesso per i giovani trovare spazi sicuri in cui conoscersi davvero e dare forma a un’identità autentica e genuina. La storia di Arisu Questa riflessione clinica nasce dall’osservazione del lavoro di Haro Aso, autore del manga Alice in Borderland  (2010), da cui sono tratti l’Anime e la serie live action. Il protagonista, Ryohei Arisu , è un diciottenne che trascorre le sue giornate isolato, immerso nei videogiochi e incapace di trovare il proprio posto nel mondo. Nella costruzione del personaggio, l’autore si ispira chiaramente ad Alice di Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie  (1865)   e riprende in chiave contemporanea il suo famoso viaggio. Come la bambina, anche Arisu si rifugia in un mondo parallelo più tollerabile del reale, spinto da solitudine e mancanza di legami significativi. Questa forma di ritiro psichico emerge quando l’adolescente vive incomprensioni o deprivazione affettiva e può portare a un distacco dalle relazioni reali (Pappa, S. G., 2022). In questo caso, il distacco è temporaneo e per Arisu diventa un modo per sopravvivere ai propri conflitti interni e al profondo senso di solitudine sperimentato. È tipico del processo di crescita adolescenziale che la separazione progressiva dal caregiver porti con sé sentimenti di solitudine e perdita; ma se elaborati, favoriscono la maturazione del ragazzo. La solitudine, infatti, può avere una funzione adattiva: stimola la riflessione su sé stessi ed è fisiologica se momentanea; invece, diventa rischiosa quando si cronicizza (Corsano, P., 2003). All’inizio della storia, Arisu sembra bloccato proprio in questa fase: vive un forte senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative familiari e sociali e, non riuscendo a soddisfarle, si rifugia in un mondo alternativo in cui ridefinirsi. Le perdite della madre e degli amici aggravano il suo smarrimento. Anche Usagi, sua compagna di avventure, è provata dal trauma della perdita del padre e si isola per il senso di colpa e vergogna sperimentato. In generale, tutti i ragazzi che si ritrovano in Borderland  condividono vissuti di perdita, colpa e disorientamento. Il mondo distopico in cui si muovono diventa così una metafora del loro mondo interno: uno spazio liminale e transizionale — sospeso tra realtà e fantasia — in cui possono dare forma ai propri conflitti e tentare una riorganizzazione psichica. Il potere trasformativo del gruppo per Arisu In Borderland  i personaggi riescono a sopravvivere solo grazie alla cooperazione e alla fiducia reciproca. Il gruppo diventa un contesto trasformativo: in adolescenza i confini della propria identità sono ancora permeabili e questo permette ai ragazzi di identificarsi e intrecciare i propri vissuti emotivi con quelli degli altri, e costruire una sorta di mente collettiva condivisa con il gruppo (Charmet, G. P. 2000). Il legame con Usagi e con il gruppo rappresenta per Arisu la possibilità di riaprire un dialogo tra mondo interno ed esterno, favorendo un’identità più integra e capace di amare. Usagi svolge per lui una funzione di rispecchiamento, aiutandolo a ritrovare la fiducia nei legami con gli altri. L’appartenenza al gruppo si rivela quindi centrale per la costruzione dell’identità adolescenziale: offre riconoscimento, sostegno emotivo e uno spazio in cui elaborare emozioni complesse, prevenendo isolamento e disagio (Ammaniti, M., 2024). Grazie a questa esperienza condivisa, i protagonisti riescono a ritornare nel mondo reale e Arisu ne esce trasformato: costruisce un’identità più matura, capace di affrontare il mondo e di costruire relazioni affettive stabili. In questo senso, il Borderland  diventa un vero e proprio viaggio iniziatico verso l’individuazione che permette ai giovani di progettare un futuro realizzabile e alla loro portata. Roberta Iannuzzi BIBLIOGRAFIA Ammaniti M. (2024). I paradossi degli adolescenti. Raffaello Cortina Editore. Ammaniti, M., Cimino, S., & Petrocchi, M. (2005). Adolescenza ed esperienze traumatiche: influenze sul funzionamento emotivo-adattivo. Infanz. Adolesc, 4, 145-155. Charmet, G. P. (2000). I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida. Raffaello Cortina Editore. Corsano, P. (2003). Adolescenza e solitudini. In P. Corsano (Ed.), Processi di sviluppo nel ciclo di vita. Saggi in onore di Marta Montanini Manfredi (pp. 73-94). Milano: Unicopli. Lancini & Salvi (2018). Ricercazione. Vol- 10, n.2. Istituto Minotauro, Milano. Memmoli, A., Di Renzo, M., & Bianchi di Castelbianco, F. (2020). L’ascolto a scuola: Una lettura psicodinamica della generazione 2.0. Magi Edizioni, ISBN 978-8874874439. Pappa M. G. (2022). Il ritiro psichico. Una lettura dell’analisi infantile. Società psicoanalitica italiana. Perfetti, S. (2023). Adults and young people in the mirror between emotional crisis and digital culture. Affective education as a formative bet. Encyclopaideia, 27(65), 49–60.

  • Il dolore invisibile

    I ragazzi non sanno più come dire: “ sto male ”. Parliamo ogni giorno di atti estremi , leggiamo, ci rammarichiamo, ci sconvolgiamo, facciamo rumore, ma noi esponenti della salute mentale sappiamo quanta difficoltà ci sia nelle famiglie, a scuola, nei servizi pubblici a volte, ovunque, a prendere in mano la situazione. Noi come Associazione cerchiamo di partecipare a bandi, di entrare nelle scuole, ma ci sentiamo dire “ se lavorate gratis, sì ”, “ se ci pensate voi a trovare i soldi, sì ”, “ i genitori non sono disposti ”. Ma non è vero. Ci sono i bandi, ci sono i soldi. A volte non c’è volontà. Ogni giorno vediamo genitori che ci vengono a parlare del malessere dei figli, ma quando parliamo loro della necessità di un lavoro sulla genitorialità si arrabbiano, negano, non si rendono disponibili. I ragazzi chiedono a voce altissima di avere regole, limiti, confini e i genitori rispondono invece mandandoli a scuola da soli a 8 anni, facendo feste in discoteca a 12, facendo festini con alcol e droghe a 13, facendo finta di non vedere. E tutto è normale, perché oggi i ragazzi le regole le devono capire senza esperirle. L’abbandono del concetto di autorità genitoriale , che rende effettivamente più semplice essere genitori senza responsabilità , ha definitivamente distrutto gli adolescenti di oggi, che si sentono continuamente dispersi tra una richiesta precoce di adultità e il bisogno profondo, ancestrale, arcaico, di accudimento e regole decise, ma affettuose. I bulli chiedono di essere bloccati e ascoltati, i "bullizzati" chiedono di essere aiutati e ascoltati, gli outsider , gli antisociali, gli oppositivi-provocatori, i ragazzi e le ragazze con disturbi alimentari, tutti chiedono di essere ascoltati . L’ansia, la depressione, gli attacchi di panico, l’uso di sostanze psicotrope sono il primo tentativo di tutti di curarsi e di urlare un dolore nel tentativo di farsi curare. E ad ascoltare non c’è nessuno , a prendersi la responsabilità di tanto dolore non c’è nessuno. Un ragazzo si suicida e la responsabilità non se la prende mai nessuno, se la rimbalzano l’un l’altro come una "patata bollente" che tutti sperano non esploda in mano a loro. La verità è che noi che lavoriamo con l’adolescenza ad alto rischio la responsabilità ce la prendiamo e spesso siamo costretti a mollare perché siamo gli unici ad avere il coraggio di farlo e gli unici a non avere paura di cosa ogni sintomo può nascondere nel profondo . Tuttavia, a volte le famiglie ci seguono, si impegnano, si mettono in discussione, spendono soldi e tempo, emozioni e lacrime. E fosse anche solo una famiglia, e se fosse anche solo un ragazzo o una ragazza che riusciremo a salvare ne sarà valsa la pena. E di sicuro ci ricorderemo di loro per tutta la vita. E viceversa. A cura di: Dott.ssa Eugenia Cassandra

  • “Ragazze Interrotte”: una storia di reclusione

    Ambientato negli Stati Uniti del 1967, Susanna Kaysen, diciassette anni, tenta il suicidio.   I genitori, solitamente   poco attenti al suo benessere, la portano in visita da uno psichiatra dal quale riceve la diagnosi di “Disturbo Borderline di Personalità”, suscitando disappunto nella madre, disgustata da una figlia poco conformista e “matta”.   Firmando “volontariamente” per il ricovero, Susanna è catapultata all’interno del Claymore Hospital, una struttura psichiatrica abitata da altre ragazze, ognuna con le sue rispettive e specifiche complessità. L’infermiera Valerie, la sola figura professionale sinceramente interessata ai bisogni delle pazienti, le mostra la struttura e la introduce al resto del gruppo: Lisa, affascinante sociopatica; Daisy, ricca e viziata, appassionata di polli allo spiedo e di lassativi; Polly, con il viso sfigurato dalle ustioni; Georgina, bugiarda patologica; Janet, anoressica e con la sigaretta sempre in bocca. Unico oggetto familiare nel nuovo ambiente è il suo diario, utilizzato come riparo e rifugio dalle preoccupazioni esterne.   “Ragazze Interrotte” è una storia di reclusione: la maggior parte del tempo Susanna si trova all’interno di una stanza, quella concreta dell’ospedale e quella inconsapevole, occupata dal rifiuto esistenziale rispetto a ciò che si trova fuori: il mondo che la “ammala”, le relazioni sempre caratterizzate da conflittualità, e le responsabilità della vita. La figura della psichiatra è   tra le più interessanti: in un’intera seduta, sebbene di pochi minuti, Susanna la provoca essendo convinta di avere “il coltello dalla parte del manico”, per poi essere invece messa alle strette dalla dottoressa Wick. Lei è costantemente calma: non sente il bisogno di reagire alle provocazioni, ma al contrario   lascia Susanna parlare liberamente, “legandosi” alle sue parole e comunicandole perché ciò che dice non sia del tutto corretto. Il tutto senza giudicare e senza forzarne i processi di pensiero.   “L’interruzione” narrata nel film fa parte di una sofferenza di cui tutte le protagoniste sono portatrici, senza però riuscire a percepirla davvero. Il Disturbo Borderline diagnosticato a Susanna parla di questo confine che divide normalità e follia, realtà e malattia, sul quale cammina indecisa senza riuscire a orientarsi.   Solo dopo aver sperimentato la morte di Daisy, Susanna accetta di esprimersi in terapia, deliberando   la scelta di vivere nel mondo tramite il violento confronto finale con Lisa. Ora Susanna può uscire, la vita fuori l'aspetta. Ma il ricordo di quelle ragazze non la lascerà più. “Il vuoto interiore”: l’isolamento sociale e il suicidio L’età adolescenziale è un’importante fase per la definizione del Sé, caratterizzata dalla ricerca dell'autonomia, della scoperta di sé e della realtà. La necessità di affermarsi, autorealizzarsi e creare relazioni affettive più profonde può però avere un risvolto negativo se non ci si è potuti sintonizzare emotivamente con le figure di riferimento. La mancanza di adulti in grado di sostenere in modo adeguato questi processi, può comportare una profonda crisi identitaria, un intenso vissuto di incertezza e un’elevata instabilità emotiva con conseguente disorientamento “esistenziale” (Mamone, 2023).   Inoltre, la compromissione del “senso di significato personale” spinge a non avere una percezione concreta degli obiettivi e delle intenzioni che la persona persegue. In Susanna si nota una grande alterazione dell’identità, una percezione e immagine di sé marcatamente e persistentemente instabile. Ciò comporta una sua propensione alla depressione, alla scarsa sensazione di autoefficacia e alla ridotta autostima.   Spesso è narrato il sentimento di solitudine, una sensazione cronica di vuoto che la fa sentire distaccata dal mondo. “Come faccio a spiegare a un dottore che le leggi della fisica possono essere sospese, che quello che va su può non tornare giù… Che il tempo a volte si muove avanti e indietro e poi avanti ancora, e non riesci a controllarlo. Qualche volta per me è molto dura stare in un solo posto”.   Il “ vuoto cronico ” e l’isolamento emotivo possono essere tipici in questi quadri diagnostici, e associati a problemi di identità si manifestano spesso in relazioni problematiche, che portano la persona a sentirsi isolata anche in presenza   di altri (D’Elia, 2025).   Ciò è accompagnato da emozioni molto negative: ci si sente sopraffatti da rabbia, vergogna, ansia e depressione. Di conseguenza, nel cercare di colmare l’angoscia e temendone l'intensità, la si evita o almeno controlla mettendo in campo strategie impulsive che, la maggior parte delle volte, risultano controproducenti. Esiste una solida associazione tra il vuoto cronico e il rischio di ideazione suicidaria. La principale motivazione sembra essere il tentativo di reagire al caos e al vuoto interiore esperito nel quotidiano: si può agire al fine di provare sensazioni adrenaliniche per superare il dolore, o di sentire temporaneamente la quiete, in contrapposizione alla confusione della mente, spinti dal bisogno di non sentire o alienarsi dalla vita esterna. Per altri, invece, si ha una minore volontà di uccidere sé stessi e una maggiore intenzione di comunicare il vissuto di disperazione (Polito, 2020).   Il sentimento di solitudine e l’impulsività di Susanna vengono rivolte nei confronti di una relazione in particolare: la sua auto-distruttività è evidenziata non dal tentato suicidio iniziale, ma dal suo rapporto con Lisa. Lisa: una storia di co-dipendenza Qui entra in scena Lisa, da subito inquadrata come sociopatica, arrogante e superiore, usa l’umorismo, l’intelligenza e il carisma per imporre la sua presenza sulle compagne e per manipolarle a proprio vantaggio. Si sente autorizzata a infrangere le regole, ignorandone le conseguenze: non prova colpa o rimorso, essendo completamente indifferente, quasi compiaciuta, del dolore causato. Inizialmente aggressiva nei confronti di Susanna, tra loro si instaura poi “un’amicizia”, se così può essere definita, nella quale Lisa diventa ingannevole e manipolatrice. Insicura e disorientata, Susanna perde il contatto con il Sé, gettandosi all’interno di una fusione eccessiva con Lisa, vissuta come unica “ancora di salvezza emotiva”.   Il termine “dipendenza affettiva” non si riferisce a un legame nato da una scelta libera e reciproca, ma da una condizione percepita come vitale, dalla quale è difficile svincolarsi anche quando è causa di sofferenza (Nosratabad et al.,  2020). Susanna, infatti, è disposta a fare sacrifici, anche esagerati, pur di mantenere in piedi il loro rapporto. La mancanza di chiarezza e coerenza inasprisce l’incapacità di mantenere rapporti stabili e duraturi, che nascono dall’essere “in balia di un sé fluttuante”, il quale vede l'alternarsi di stati emotivi differenti in modo repentino e caotico (Zen, 2022). A causa della tendenza all’idealizzazione e ad un ipercoinvolgimento nelle relazioni, caratteristiche tipiche delle persone con struttura Borderline, Susanna si troverà invischiata in un rapporto di co-dipendenza. Uno dei fattori che può amplificare le reazioni inadatte è il sentirsi incomprese dalle persone, siano essi familiari o professionisti; sebbene il Disturbo Borderline sia caratterizzato da una forte instabilità che si manifesta con passaggi rapidi da uno stato emotivo a un altro e a una reattività estrema anche di fronte a piccoli segnali di critica, il sentirsi dire di essere “esagerate” e di creare “futili drammi” non fa altro che esacerbare i sentimenti di vuoto e rifiuto, nonché il loro percorso di cura (Carpenter & Trull, 2013). Le sequenze del film presentano i temi problematici di ogni ragazza in un contesto ospedaliero poco accogliente e piuttosto alienante, più custodialistico (sorvegliante) che curativo.    Il sentimento di rifiuto può legarsi a una visione negativa di sé stesse: la sensazione di essere indegne e, in quanto tali, rifiutate va a determinare un circolo vizioso di isolamento e esclusione sociale che aggrava i sintomi e la sofferenza della persona. Un funzionamento di personalità “compromesso” determinerà alterazioni sul modo in cui vengono percepite, interpretate e regolate le emozioni, con effetti diretti sulle relazioni interpersonali (Ernst et al. , 2023).   È evidente come Susanna si aggrappi alla figura di Lisa, la quale rappresenta l’unica persona in grado di darle ciò di cui ha bisogno, ossia la libertà che l’ospedale le sta togliendo, anche al costo di commettere azioni rischiose e dannose.   Qui emerge l’importanza del gruppo che, unito all’interno dell’ospedale, cerca di stare unito. In due facce della stessa medaglia, da una parte le pazienti si sostengono a vicenda, dall’altra si evidenzia la distruttività di tali rapporti. I problemi nascono quando si parla di ciò che sta fuori, per la maggior parte del tempo accessibile solo attraverso la televisione costantemente accesa nella sala comune.  Il culmine della ribellione è raggiunto quando, insieme a Lisa, scappano dalla struttura, e vanno a ripararsi a casa di Daisy. Lisa non perde l’occasione di gettare in faccia alla ragazza la tremenda verità della sua vita, ossia che il padre abusa di lei e che lei ne è compiaciuta. Inizialmente Daisy sembra non essere toccata dalle sue parole, ma la mattina dopo, non avendo retto la verità, decide di suicidarsi. Reintegrazione: la terapia è fondamentale Una volta tornata in struttura, Susanna si chiude nuovamente nella propria stanza. L’assenza di Lisa la fa sentire “svuotata”. Parlando con Valerie, si colpevolizza perché non è riuscita a imporsi su Lisa nel momento in cui stava attaccando Daisy. Valerie la incoraggia a condividere la sua sofferenza con i medici, facendole capire   che essere consapevoli di avere una patologia non è sufficiente per saperla riconoscere e comprendere   a pieno.     “Bisogna che racconti questi vissuti anche ai dottori… certo che capisci la tua malattia, ne hai parlato con molta chiarezza qualche secondo fa. Però quello che devi fare è metterla da parte, sopprimerla, buttarla giù sul tuo diario, ma fartela uscire da dentro, eliminarla, così non ti ci puoi più rannicchiare dentro.”   Il confronto con Valerie è il punto di svolta nel percorso di recupero: Susanna riflette, frequenta i corsi di pittura, scrive sul suo diario e intraprende il percorso di psicoterapia con la “famosa Dottoressa Wick”, con la quale impara ad avere fiducia nel condividere i propri vissuti, e nell’aprirsi senza pregiudizi e senza la paura di essere giudicata. È nel momento in cui non si nasconde più dietro meccanismi di controllo e smette di rifiutare sé stessa e rifugiarsi nel suo senso di inadeguatezza, che Susanna riesce ad avvicinarsi alla realtà esterna attraverso attività che la  reintegrano alla vita “oltre” la patologia.   Il suo diario e altre forme di espressione la guidano nel “buttare giù” e entrare in contatto con ciò che l’ha portata a cercare rifugio in parti di sé inaccessibili all’altro e a chiudere fuori il mondo dal quale si sentiva rifiutata e nel quale non riusciva a trovare un posto o a collocarsi.   La compromissione del senso di significato personale è correlata all’estrema difficoltà nella regolazione emotiva e nel riuscire a mantenere un'identità stabile: per cui è importante che si lavori sulle emozioni, dimostrando che reprimerle non è la soluzione (Hopwood & Gjorgjieva, 2024). È indispensabile favorire la capacità di riflettere sui propri stati   emotivi e dare forma ai pensieri, in modo tale che si possa svilupparne la pensabilità e apprendere come contenerne l’intensità. Infine, è fondamentale aiutare a sviluppare la capacità di chiedere aiuto ai professionisti quando non si riesce ad affrontare efficacemente determinati vissuti.   Quando si intraprende un percorso di psicoterapia non è necessario raccontare tutto o pretendere di avere i mezzi per uscire dalla stanza in cui si è rinchiusi. Basta lasciare aperta la porta, far entrare qualcuno al suo interno e non cacciarlo via.   Come Susanna trova appiglio nel suo diario, non si chiede di uscire dalla sofferenza o credere che l'altro possa comprendere, ma di restare nella stanza ed esprimere con il proprio linguaggio ciò che si prova, anche se appare sconnesso, incomprensibile, o “interrotto". “Dichiarata sana e rispedita nel mondo. Diagnosi finale: borderline  recuperata. Che cosa voglia dire ancora non l'ho capito… Sono mai stata matta? Forse sì. O forse è matta la vita. La follia  non è essere a pezzi o custodire un oscuro segreto. La follia siete voi o io, amplificati: se avete mai detto una bugia e vi è piaciuto, se avete mai desiderato di poter restare bambini in eterno... Non erano perfette ma erano amiche mie. Negli anni '70 quasi tutte erano uscite e vivevano la loro vita. Alcune le ho riviste, altre no, mai più. Ma non c'è un giorno in cui il mio cuore non le ritrovi”. Susanna   A cura di: Romano Eleonora Brunella Bibliografia Carpenter, R.W., Trull, T.J. (2013). Components of Emotion Dysregulation in Borderline Personality Disorder: A Review. Curr Psychiatry Rep 15, 335. https://doi.org/10.1007/s11920-012-0335-2 .   D,Elia C. (2025). I vissuti di noia e solitudine e la ricerca di appartenenza all'interno del Disturbo Borderline di Personalità: un’indagine attraverso i forum della piattaforma online Reddit.    Ernst, M., Brähler, E., Kruse, J., Kampling, H., & Beutel, M. E. (2023). Does loneliness lie  within? Personality functioning shapes loneliness and mental distress in a representative population sample. Journal of Affective Disorders Reports, 12, 100486.     Hopwood, C. J., & Gjorgjieva, J. (2024). The place of subjective emptiness in the structure  of personality. Borderline Personality Disorder and Emotion Dysregulation, 11(31).   https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425596 .   Mamone, A.L. (2023). Suicide in adolescence: analysis of the causes and possible prevention interventions.    Nosratabad, T., Mousavi, S. R., & Heydari, A. R. (2020). Coping styles and interpersonal dependency in people with and without emotional dependence.  Journal of Psychology & Psychotherapy, 10(1), 384. https://doi.org/10.35248/2161-0487.20.10.384 .   Polito, M. (2020). Suicidio: la guerra contro se stessi. Cause e prevenzione. 2021, Breslavia (Polonia). Independently published.   Zen, C. (2022).  Il Disturbo Borderline di Personalità: vivere in balia di un sé fluttuante.

  • “Il coraggio di guardarsi dentro”: Adolescenza, paura e individuazione, identità e doppia mitologia. 

    C’è una frase, nella quarta puntata dell’ultima stagione di Stranger Things , che mi è arrivata, come un cazzotto nello stomaco, aprendo in me scenari, immagini, riflessioni. In quella frase c’è qualcosa che tocca qualcosa di profondo e universale: “Cercavo risposte negli altri, ma dentro di me c’erano già. Dovevo solo smetterla di avere tutta quella paura. Paura di chi ero davvero. Una volta fatto questo mi sono sentito libero, come se potessi volare.” Queste parole descrivono con straordinaria precisione ciò che molti adolescenti vivono oggi: un conflitto interiore tra ciò che sentono di essere e ciò che credono di dover mostrare al mondo. È il nucleo stesso del processo di individuazione , come definito da Jung: il lungo viaggio verso un’identità autentica, che richiede di integrare parti luminose e parti oscure, ferite e potenzialità. Stranger Things , con la sua miscela di fantasia, trauma, amicizia e oscurità, diventa una sorta di contenitore di una mitologia contemporanea , capace di parlare a ragazzi e adulti attraverso simboli antichi e moderni. I personaggi della serie incarnano infatti archetipi psicologici ben riconoscibili, e possono essere accostati tanto alle figure della mitologia classica quanto ai supereroi dei fumetti, a me tanto cari nel lavoro con l’adolescenza. Due linguaggi diversi, ma entrambi capaci di illuminare il cammino complesso dell’essere adolescente.   Undici: integrare l’Ombra per ritrovare il proprio potere Nella storia di Undici troviamo l’archetipo di Persefone , la fanciulla strappata alla luce e condotta nel mondo sotterraneo. Come lei, Undici è cresciuta nell’oscurità, tra manipolazione e isolamento; e come lei deve attraversare il proprio “inferno” per scoprire chi è veramente. In chiave moderna, Undici ricorda Jean Grey / Phoenix , la mutante degli X-Men che deve imparare a contenere, conoscere e integrare un potere enorme che rischia di distruggerla. Il viaggio di entrambe è un movimento dalla paura verso la piena accettazione di sé. Ciò che unisce Persefone, la Fenice e Undici è un archetipo antico e potentissimo: il viaggio di chi attraversa il buio per ritornare alla luce trasformato. Sono figure molto distanti nel tempo e nello stile narrativo, eppure raccontano la stessa dinamica psicologica. Persefone viene trascinata negli Inferi e costretta a confrontarsi con una parte di sé che non conosceva; la Fenice muore tra le fiamme e rinasce dalle proprie ceneri; Undici cresce nel buio di un laboratorio, segnata dalla separazione, dal trauma e dalla paura di sé stessa. In ciascuna di loro c’è una discesa, un momento in cui la vecchia identità si frantuma e nulla sembra più familiare. Ma ciò che davvero le accomuna non è la caduta, è il modo in cui ne emergono. Nessuna torna come prima. Persefone risale alla superficie ma porta con sé la regalità e la forza di chi ha governato gli Inferi. La Fenice, dopo ogni annientamento, rinasce più potente, più consapevole. Undici, dopo ogni scontro con il proprio passato, scopre parti nuove di sé, meno spaventate e più integrate. In tutte e tre, il dolore non distrugge: trasforma. È il passaggio dall’Ombra al Sé, il momento in cui ciò che sembrava una ferita diventa una soglia. La loro vera rinascita avviene quando smettono di temere la propria natura. È questo il cuore della frase che chiude la quarta puntata dell’ultima stagione di Stranger Things : “Dovevo solo smetterla di avere paura di chi ero davvero.” Lo stesso movimento interiore compie Persefone quando accetta di appartenere sia alla luce sia agli Inferi, e lo compie la Fenice quando comprende che il suo potere non è una condanna ma una ciclicità vitale. Undici, specchiandosi in loro, scopre che ciò che la spaventava di più - la sua storia, la sua forza, la sua sensibilità - è proprio ciò che la rende intera. Queste tre figure narrano, ognuna a modo loro, lo stesso viaggio: la discesa nell’oscurità, la trasformazione attraverso il dolore, la rinascita come identità nuova e più vera. Per gli adolescenti con cui lavoriamo ogni giorno questo è un messaggio prezioso, perché mostra che la crescita non avviene evitando le proprie ferite, ma attraversandole con coraggio. Persefone, la Fenice e Undici ricordano che non diventiamo noi stessi nonostante il trauma, ma attraverso di esso, quando smettiamo di avere paura di chi siamo davvero e finalmente ci permettiamo di volare. In questi personaggi il messaggio per i nostri adolescenti  è che ciò che temiamo di noi - la nostra sensibilità, la nostra rabbia, la nostra vulnerabilità - è spesso ciò che, se integrato, ci rende più integri.   Will Byers: la sensibilità che diventa ponte tra mondi Will è l’adolescente che ritorna dal mondo infero trasformato, proprio come Orfeo . Porta sulla pelle il passaggio tra vita e trauma, luce e oscurità, e torna con una sensibilità amplificata che gli altri faticano a comprendere. In un linguaggio più contemporaneo, Will somiglia a Scarlet Witch (Wanda Maximoff) , una figura fragile e potentissima al tempo stesso, capace di percepire il mondo emotivo in modo intenso, talvolta doloroso. Entrambi rappresentano la sensibilità come forza, non come limite. Will Byers, Orfeo e Scarlet Witch appartengono a universi narrativi molto diversi, ma sono uniti da una stessa dinamica simbolica: sono figure che scendono nell’oscurità senza averlo scelto e che da quell’esperienza ritornano trasformate. Will, rapito e trascinato nell’Upside Down, vive una discesa simile a quella di Orfeo negli Inferi: un incontro diretto con ciò che è invisibile e perturbante, che gli cambia per sempre lo sguardo sul mondo. Allo stesso modo, Scarlet Witch rappresenta una sensibilità segnata dal trauma, capace di percepire emozioni e realtà profonde che sfuggono agli altri. Tutti e tre condividono il destino di chi torna dal buio con un’intuizione amplificata. Will sente ciò che gli altri non sentono, Orfeo modifica la sua arte dopo il contatto con l’ombra, Scarlet Witch trasforma la sofferenza in potere, pur pagandone il prezzo emotivo. La loro sensibilità non è semplice fragilità, ma una funzione psichica fine, capace di cogliere dimensioni sottili della realtà: un dono complesso, che richiede ascolto e cura. Ciò che li accomuna, in fondo, è proprio questo: l’essere “troppo sensibili” in un mondo che spesso non comprende chi percepisce più profondamente. Will, Orfeo e Wanda mostrano che la vulnerabilità può diventare una risorsa, e che dalle esperienze più buie nasce spesso la possibilità di una consapevolezza nuova. Il loro percorso ricorda agli adolescenti che sentirsi diversi o troppo emotivi non è un limite, ma un tratto identitario che può trasformarsi in forza, se accolto e riconosciuto. Il messaggio che è importante veicolare è che sentire molto non è un difetto, è un dono che va guidato, protetto, non nascosto.     Mike Wheeler: l’eroe del cuore che attraversa il Labirinto Mike non è l’eroe forte o invincibile, ma il ragazzo che guida attraverso il legame. Come Teseo , entra nel Labirinto della vita portando con sé un “filo” — quello dell’amore e della relazione — che lo orienta. Nel mondo dei supereroi, Mike è vicino a Spider-Man : vulnerabile, idealista, guidato da un profondo senso emotivo e affettivo. Il suo potere non è fisico: è la capacità di restare nel rapporto anche quando è difficile. Mike Wheeler, Teseo e Spider-Man appartengono a immaginari lontanissimi, ma condividono un tema profondo: rappresentano l’adolescente che entra nel proprio “labirinto” interiore senza avere certezze, guidato solo dal desiderio di fare la cosa giusta e di proteggere chi ama. Mike, che lotta per tenere insieme il gruppo e dare un nome ai suoi sentimenti, ricorda Teseo quando si avventura nel Labirinto: non è il più forte né il più dotato, ma è quello che non si tira indietro, che sceglie di restare accanto agli altri anche quando il percorso si fa oscuro. Allo stesso modo, Spider-Man incarna il ragazzo comune che scopre in sé una responsabilità più grande delle sue paure e che, pur tremando, decide comunque di affrontare ciò che lo spaventa. Ciò che unisce questi tre personaggi è il coraggio emotivo, un tipo di forza che non nasce dalla potenza ma dalla fedeltà ai propri legami. Mike è l’adolescente che impara a dare voce al suo cuore, Teseo è l’eroe che trova la via grazie al filo di Arianna, Spider-Man è il giovane che comprende che ogni gesto ha conseguenze e che la vera eroicità sta nel prendersi cura degli altri senza dimenticare sé stesso. Ognuno di loro compie un viaggio nel proprio labirinto psicologico: Mike affronta la confusione tipica dell’età, Teseo si muove tra paure e prove iniziatiche, Spider-Man oscilla continuamente tra vulnerabilità e responsabilità. Il loro insegnamento più importante è che il valore di un adolescente non si misura dalla sua invulnerabilità, ma dalla sua capacità di restare autentico mentre cresce. Mike, Teseo e Spider-Man mostrano che si può essere coraggiosi anche quando ci si sente incerti, che i sentimenti non sono un ostacolo ma una guida, e che ogni percorso di maturazione passa attraverso la scelta di “entrare nel labirinto” anziché evitarlo. Per i ragazzi, questa è una metafora preziosa: anche nelle fasi più complesse della crescita, ciò che li orienta davvero — come un filo invisibile — è la capacità di essere sinceri con sé stessi e con le persone che amano. E’ importante riuscire ad aiutare i ragazzi ad imparare che crescere significa imparare a dire “io ci sono”, anche quando non si hanno risposte.   Dustin Henderson: creatività, ironia e intelligenza emotiva Dustin incarna l’archetipo del Trickster , simile a Hermes : colui che inventa, collega, attraversa confini. La sua ironia non è superficialità, ma un modo di elaborare la realtà, di creare soluzioni dove gli altri vedono solo ostacoli. La sua controparte moderna è Iron Man (Tony Stark) : geniale, imprevedibile, un po’ eccentrico, capace di trasformare il pericolo in possibilità. Entrambi mostrano che il pensiero creativo è una competenza psicologica preziosa. Dustin, Hermes e Iron Man sono tre figure che, pur nascendo in universi narrativi diversi, condividono la stessa matrice simbolica: rappresentano l’ingegno che apre strade, il pensiero rapido che trova soluzioni dove gli altri vedono solo ostacoli, e la capacità di trasformare la vulnerabilità in creatività. Dustin, con il suo entusiasmo contagioso e la sua intelligenza curiosa, è l’adolescente che sa muoversi tra mondi diversi e fare da ponte tra persone differenti, proprio come Hermes, il messaggero degli dei, capace di viaggiare tra cielo, terra e Inferi. Allo stesso modo, Iron Man è il supereroe che costruisce la propria forza attraverso l’ingegno: non nasce invincibile, si costruisce da solo, pezzo dopo pezzo, trasformando il suo limite — un cuore ferito e vulnerabile — in un motore di possibilità. Ciò che unisce questi tre personaggi è la loro funzione di mediatori. Dustin è spesso quello che scioglie le tensioni del gruppo con una battuta o un’intuizione; Hermes guida, accompagna, traduce; Iron Man si mette tra il pericolo e gli altri usando il cervello tanto quanto la tecnologia. Sono personaggi che mostrano come l’intelligenza creativa possa essere una forma di coraggio: non sempre è necessario essere i più forti, a volte basta riuscire a vedere ciò che gli altri non notano, inventare un collegamento, trovare un passaggio nascosto, immaginare una soluzione alternativa. Dal punto di vista psicologico, rappresentano la parte dell’adolescente che sperimenta, che cerca risposte nuove, che non teme di sbagliare pur di comprendere il mondo. Dustin, con la sua fame di conoscenza, Hermes, con la sua leggerezza piena di intuito, e Iron Man, con la sua ironia che protegge un cuore complesso, ricordano che spesso la risorsa più potente che un giovane possiede è la sua mente: flessibile, curiosa, aperta. Il loro messaggio agli adolescenti è chiaro e rassicurante: non c’è un unico modo di essere eroi; a volte lo si diventa proprio restando fedeli alla propria intelligenza, alla propria creatività e alla propria capacità di unire ciò che sembra distante. E questi personaggi veicolano il messaggio per cui  l’ironia e la creatività sono importanti strumenti di resilienza, non fughe dalla realtà.   Max Mayfield: l’eroina ferita che affronta il trauma Max ricorda da vicino Atalanta , l’eroina forte e veloce segnata da un’infanzia dolorosa. Come lei, corre per sopravvivere al proprio passato e per non essere risucchiata dall’oscurità. Nel mondo dei supereroi, Max è affine a Black Widow , un personaggio che porta dentro di sé un trauma profondo che tenta di non farla vivere pienamente. Entrambe raccontano il percorso di guarigione come un ritorno al corpo, ai legami, alla possibilità di scegliere chi diventare nonostante le ferite. Max, Atalanta e Black Widow raccontano lo stesso archetipo: quello dell’eroina ferita, della ragazza che impara a correre non per fuggire, ma per sopravvivere e infine ritrovarsi. Max Mayfield arriva a Hawkins con un passato duro che non nomina facilmente: porta sulle spalle il peso di una famiglia instabile, di relazioni difficili, di un dolore che preferisce nascondere dietro la musica e l’indipendenza. Il suo modo di muoversi nel mondo ricorda Atalanta, la cacciatrice mitologica cresciuta lontana da tutto, costretta a proteggere da sola la propria sensibilità mentre corre più veloce degli altri per non essere raggiunta dal destino. Allo stesso modo, Black Widow è l’eroina che ha trasformato un’infanzia fatta di manipolazione, solitudine e addestramento forzato in una forza lucida, in una capacità di resistere che nasce dal trauma e non dal privilegio. Ciò che lega queste tre figure è la natura ambigua della loro forza: una forza che non nasce dalla sicurezza, ma dalla sopravvivenza. Max combatte i suoi demoni interiori mentre lotta contro Vecna, l’incarnazione del trauma che la paralizza; Atalanta affronta mostri e prove con una velocità che è insieme arma e difesa; Black Widow usa le sue abilità non per ostentare potere, ma per impedire che il dolore di cui è stata vittima possa ripetersi. Sono eroine che portano scritte sul corpo e nella mente le tracce della loro storia, e che proprio da quella storia traggono il coraggio di andare avanti. Dal punto di vista psicologico, rappresentano la resilienza silenziosa degli adolescenti che vivono emozioni intense e spesso non trovano parole per esprimerle. Max, con la sua musica nelle cuffiette e grazie a un pezzo ormai iconico di Kate Bush - Running Up That Hill (A Deal with God)- che la tiene ancorata alla vita, mostra come anche una semplice canzone possa diventare un rituale di protezione. Atalanta ricorda che le ferite dell’infanzia non impediscono di diventare forti, purché si continui a correre verso la propria verità. Black Widow insegna che il coraggio più grande non è combattere i nemici esterni, ma avere la forza di guardare in faccia il proprio passato senza lasciarsene definire. Il loro messaggio agli adolescenti è potente e intimo: non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi feriti. Le cicatrici non tolgono valore, anzi spesso aprono la strada a una consapevolezza più profonda. Max, Atalanta e Black Widow insegnano che la vulnerabilità può convivere con la forza, e che proprio nei momenti in cui ci si sente più fragili è possibile scoprire la parte più autentica e coraggiosa di sé. Il messaggio che volgiamo dare ai ragazzi con cui lavoriamo nel quotidiano è che  si può essere feriti e coraggiosi allo stesso tempo, e che l’integrazione di queste parti è la vera forza.   Lucas Sinclair: scegliere se stessi anche quando costa Lucas vive il conflitto tra appartenenza e autenticità, un tema incarnato da Eracle , eroe chiamato a dimostrare continuamente chi vuole essere, non per gli altri ma per sé stesso. Il suo supereroe corrispondente potrebbe essere Captain America (Steve Rogers) : un giovane che sceglie la strada dell’integrità. Come Lucas, non si chiede cosa sia più facile, ma cosa sia più giusto. Lucas, Eracle e Captain America sembrano provenire da mondi lontanissimi, ma  sono eroi che non nascono forti, ma diventano  forti attraverso le scelte che compiono. Lucas Sinclair è il ragazzo che cerca un equilibrio difficile tra il desiderio di appartenere ai “grandi” e la lealtà verso il suo gruppo; la sua adolescenza è attraversata da quel conflitto sottile tra identità sociale e identità autentica. In questo richiama Eracle, l’eroe che affronta prove gigantesche non per ambizione, ma per trovare un posto nel mondo e dimostrare, prima di tutto a sé stesso, chi è davvero. Allo stesso modo Captain America rappresenta l’idea che la forza non sia un dato di natura, ma la conseguenza dell’integrità interiore: prima del Siero del Super Soldato , una formula sperimentale ideata dal dottor Abraham Erskine, sostanza che amplifica al massimo le qualità fisiche e morali  di chi lo assume, che non crea semplicemente forza: potenzia ciò che la persona è già , nel bene e nel male, Steve Rogers è un ragazzo fragile che sceglie comunque di opporsi all’ingiustizia. Ciò che unisce questi tre personaggi è il tema della prova iniziatica. Lucas è costretto a decidere chi vuole essere quando il mondo intorno a lui cambia: gli amici diventano più complessi, i rapporti sentimentali nascono e si rompono, e la lotta contro Vecna lo mette di fronte a paure molto più grandi della sua età. Eracle affronta dodici fatiche, ma la vera “grande impresa” è imparare a governare la propria forza senza lasciarsi travolgere da essa. Captain America combatte nemici immensamente più potenti, ma la sua vera battaglia è restare fedele ai valori che lo definiscono, anche quando costano caro. Dal punto di vista psicologico, rappresentano il processo attraverso cui un adolescente scopre che il coraggio non è un’emozione, ma un assetto interno. Lucas impara che essere forti non significa abbandonare chi si ama per essere accettati dagli altri. Eracle scopre che l’eroicità non è vincere tutte le prove, ma restare umano mentre le si affronta. Captain America mostra che il carattere è più importante dei muscoli, e che non è il potere a rendere eroi, ma il modo in cui lo si usa. Il loro messaggio agli adolescenti è semplice e profondo: la forza autentica nasce dalla coerenza, dalla gentilezza e dalla capacità di scegliere il bene anche quando costa fatica. Lucas, Eracle e Captain America insegnano che crescere significa prendere posizione, a volte controcorrente, e che l’identità non si costruisce cercando di essere approvati da tutti, ma ascoltando ciò che dentro di noi rimane saldo anche nelle prove più dure. L’identità è un atto di scelta, non di conformità.   Vecna: l’Ombra non integrata che divora tutto Vecna è l’archetipo dell’ Ombra : ciò che non vogliamo vedere, ciò che rimuoviamo, ciò che temiamo. Come Ade , regna su un mondo sotterraneo e rappresenta il trauma non elaborato, il dolore che ritorna per essere finalmente riconosciuto. La sua versione contemporanea è Magneto (X-Men) : un personaggio la cui sofferenza ha generato distruzione. Entrambi mostrano cosa accade quando il trauma non trova un luogo relazionale in cui essere contenuto. Vecna, Ade e Magneto appartengono a tre immaginari diversi — il soprannaturale di Stranger Things , il mito greco e l’universo dei mutanti Marvel — ma sono legati dallo stesso archetipo dell’ Ombra trasformata in potere , quella parte di sé che nasce dal rifiuto, dalla solitudine o dal dolore, e che, non riconosciuta, diventa distruttiva. Vecna è l’adolescente ferito che ha interiorizzato così profondamente l’esclusione e la mancanza di appartenenza da trasformare il proprio dolore in vendetta. La sua discesa nell’oscurità non è solo fisica: è psicologica. Ricorda Ade, sovrano dell’Oltretomba, spesso frainteso e temuto, non per cattiveria ma perché rappresenta ciò che l’essere umano evita di guardare — il lato nascosto, rimosso, sotterraneo dell’esistenza. Allo stesso modo, Magneto è il mutante che porta sul corpo e sulla memoria la violenza subita nell’infanzia: un trauma che, non accolto e non elaborato, diventa la matrice del suo potere ma anche della sua radicalizzazione. Questi tre personaggi raccontano cosa accade quando la ferita non trova uno spazio in cui essere elaborata. Vecna è il risultato di un’infanzia senza specchi emotivi, è il ragazzo che non ha mai incontrato qualcuno capace di vedere la sua sofferenza. Ade regna su un mondo che nessuno vuole visitare, diventando simbolo della parte psichica che la coscienza preferisce negare. Magneto, cresciuto sotto il peso dell’odio e della discriminazione, mostra come il trauma, se non trova un contatto riparativo, possa irrigidirsi fino a giustificare la distruzione come unica forma di protezione. Dal punto di vista psicologico, rappresentano ciò che Jung chiamava Ombra non integrata : quella parte del Sé che non viene riconosciuta e che, proprio per questo, agisce in modo incontrollato. Vecna trasforma la sua vulnerabilità in dominio, Ade trasforma l’invisibilità in potere, Magneto trasforma la paura in controllo. Tutti e tre raccontano di adolescenti e adulti che hanno sofferto senza essere ascoltati, che hanno imparato a difendersi isolandosi e usando la forza al posto del contatto umano. Il loro messaggio, se letto in profondità, è sorprendentemente umano: anche i “mostri”, gli antieroi e gli dei inferi sono, in realtà, il risultato di ciò che non ha potuto essere visto. Vecna, Ade e Magneto mostrano l’importanza fondamentale dell’incontro, dell’ascolto e del riconoscimento. Ricordano che ciò che non viene accolto rischia di diventare distruttivo, mentre ciò che viene compreso può trasformarsi in forza creativa. E, in questo senso, invitano gli adolescenti a non temere le parti più oscure di loro stessi, ma a cercare qualcuno che possa guardarle insieme a loro, prima che diventino troppo pesanti da portare da soli. E’ importante ricordare sempre che la parte di noi che ignoriamo rischia di diventare la più potente contro di noi.   Conclusione: il doppio linguaggio del mito e dei supereroi per parlare ai ragazzi L’unione tra mito classico e narrazione supereroistica crea un ponte potente: due simbolismi diversi che raccontano la stessa verità psicologica. Gli adolescenti di oggi hanno bisogno di linguaggi nuovi, accessibili, visivi — ma anche di radici profonde che parlano di coraggio, ferite, trasformazione, appartenenza. Stranger Things , una delle serie più viste dagli adolescenti degli ultimi 10 anni, con la sua frase sul finale della quarta puntata della quinta serie, ci ricorda che: il vero “volo” non è vincere un mostro esterno, ma smettere di aver paura di sé stessi. E quando questo accade, quando un adolescente comincia a riconoscere, contenere e integrare le sue ombre, la sua vulnerabilità si trasforma in forza. La sua storia gloriosa non è nei poteri che possiede, ma nella capacità di riconoscere chi è. In quel momento, come i protagonisti della serie, può finalmente sentirsi libero. A volte, quasi come se potesse volare. A cura di: Dott.ssa Eugenia Cassandra

  • Modern Type Depression: una nuova forma di depressione

    La Depressione di Tipo Moderno (MTD) è stata proposta come una nuova forma di depressione (Kato et al., 2011; Tarumi, 2005), diversa dalla depressione malinconica tradizionale. Colpisce soprattutto durante l’adolescenza e la prima età adulta (20-30 anni), e si manifesta in risposta a situazioni stressanti legate alla scuola o al lavoro, migliorando o scomparendo una volta che lo stress viene superato. Al di fuori di questi contesti, infatti, la persona può non avere difficoltà (Kato & Kanba, 2017). Le fasi depressive, secondo gli autori che ne parlano, sembrano essere legate a un desiderio di evitare responsabilità attraverso la malattia, con un rendimento ridotto in ambito lavorativo o scolastico. Le persone con MTD spesso presentano tratti caratteristici: rifiuto delle gerarchie, scarso senso di responsabilità, tendenze autopunitive e un vago senso di onnipotenza (Ono et al., 2017). Secondo Kato e Kanba (2017), queste caratteristiche si contrappongono a quelle della depressione tradizionale giapponese, dove domina l’adattamento silenzioso a una società gerarchica. Inoltre, gli autori ipotizzano che una MTD prolungata possa evolvere in una forma più grave di ritiro sociale, nota come Hikikomori.  È importante sottolineare che quella della MTD non è una diagnosi ufficiale: i criteri sono stati definiti solo di recente e usati solo in ambito di ricerca (Ono et al., 2017). Secondo il DSM-5, la MTD non corrisponde al disturbo depressivo maggiore (MDD), ma è spesso vista come una forma lieve o moderata di depressione, mentre i casi più gravi sono rari. Secondo le principali classificazioni diagnostiche (DSM-5 e ICD-10), alcuni pazienti possono rientrare in categorie come depressione atipica, distimia o disturbi di personalità, ma molti non soddisfano pienamente nessuna diagnosi ufficiale e vengono classificati come disturbi dell’adattamento. Cultura giapponese e società individualistica Dall'inizio degli anni 2000, in Giappone si è osservato un aumento dei casi di MTD, legato ai cambiamenti socio-culturali del Paese. Da una parte vi sono elementi culturali come l’ amae  (甘え), ossia il desiderio di dipendere dall'affetto e dalla cura degli altri, il kahogo  (過保護), ossia un atteggiamento di iperprotezione da parte dei genitori che limita l’autonomia del bambino, e la yutori  (ゆとり) ossia l'idea di avere spazio, tempo e agio nella vita quotidiana, per un’educazione meno competitiva e più permissiva. Aspetti che, presi nel loro insieme, hanno portato a una diminuzione della competitività e anche della resilienza tra i giovani giapponesi. Dall’altra, la nostra cultura, sempre più impregnata delle logiche aziendali, è diventata più individualistica e orientata alla performance, pur mantenendo aspetti collettivistici. Questo conflitto tra valori tradizionali e moderni ha reso difficile per i giovani lavoratori adattarsi: tra la pressione a conformarsi alla gerarchia tradizionale e la competitività del nuovo modello sociale individualistico, sviluppare delle basi di resilienza per affrontare le difficoltà lavorative è diventato ancora più difficile, rendendo i giovani più vulnerabili allo stress e portandoli a evitare sempre più le sfide sociali (Kato & Kamba, 2017).  Il fenomeno si è poi diffuso anche in Occidente, dove l’individualismo, la responsabilità personale e la libertà di scelta sono valori dominanti. In questi contesti, chi soffre di MTD viene spesso considerato inadatto, con un disturbo dell’adattamento o di “carattere” (Ono et al., 2017; Kato & Kanba, 2017). Il videogioco come strategia di coping La MTD è spesso collegata all’utilizzo di attività digitali come la navigazione online e il gaming ( Kato & Kanba, 2017), ossia una serie di attività da svolgere in solitaria per occupare il tempo.  Nei paesi occidentali, questa condizione è frequentemente sottodiagnosticata proprio perché è spesso mascherata da comportamenti di dipendenza da videogioco. Alcuni autori evidenziano come Internet, social media e videogiochi online possano diventare strumenti per evitare una realtà percepita come intollerabile, promuovendo l’isolamento e favorendo l’esordio della MTD. Tuttavia, secondo Orsolini e collaboratori (2023), tali strumenti possono anche agire come strategie di coping, rappresentando l’unico canale residuo di contatto sociale per alcune persone.  È possibile un trattamento? Non esiste un trattamento stabilito per la MTD. Nella ricerca, sono stati presi in considerazione principalmente gli interventi psicosociali. Un esempio di intervento che ha riscontrato successo è quello di un programma di riabilitazione condotto da Kato e Kanba (2017) chiamato “Re-Word”: a partire da alcuni casi clinici, questo progetto si propone di fornire una formazione adattiva di gruppo a individui in congedo per malattia – soprattutto a causa della depressione, inclusa la MTD – che hanno difficoltà ad adattarsi al loro posto di lavoro. Rispetto alla psicoterapia, è stato condotto uno studio che ha verificato come la Consulenza Interpersonale (IPC), un intervento psicologico breve e strutturato derivato direttamente dalla psicoterapia interpersonale, può essere di supporto ad affrontare la situazione stressante temporanea in cui in genere si trova chi soffre di questa condizione (Ono et al., 2017). MTD, NEET e Hikikomori: sfumature del ritiro sociale La MTD (Modern Type Depression) potrebbe essere confusa con alcune condizioni simili, come quella dei NEET (Not in Education, Employment or Training) degli Hikikomori ( Martinotti et al., 2020) . Tutti e tre questi fenomeni condividono l’evitamento delle responsabilità e il malessere nei contesti sociali normativi, ma è importante delineare le singole condizioni e distinguerle per poter riconoscere con più chiarezza la sofferenza espressa dall’individuo.  A differenza degli Hikikomori, nella MTD l’isolamento non è egosintonico, in quanto chi ne soffre spesso desidera compagnia senza però riuscire a trarne piacere; inoltre, il vissuto depressivo è spesso associato a una vasta gamma di sintomi emotivi tra cui tristezza e senso di colpa, mentre gli Hikikomori incontrano più spesso sensazioni di disadattamento sociale e senso di alienazione. I NEET invece sono individui che sperimentano la sconfitta sociale come un trauma, e tendono ad evitare doveri sociali- professionali, ma non vivono difficoltà nelle situazioni di svago e nelle relazioni sociali in generale. Guardare le condizioni nel loro insieme può farci riflettere su come il  ritiro sociale, pur nelle sue diverse sfumature, sia sempre più la forma con cui si esprime oggi il disagio psichico dell’individuo, in particolare del giovane: la società, le relazioni, non sono più uno spazio in cui cercare aiuto in caso di bisogno, ma una minaccia da cui scappare, e questo richiede a noi adulti una responsabilità maggiore nel riconoscere il tentativo di nascondersi come una richiesta di aiuto dei giovani, e nel rispondere alla loro tendenza a diventare “invisibili” con una presenza sempre più attenta e viva. Bibliografia    American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione. DSM-5. Tr.it . Raffaello Cortina, Milano, 2015. Kato, T. A., Kanba, S. (2017). Modern-Type Depression as an "Adjustment" Disorder in Japan: The Intersection of Collectivistic Society Encountering an Individualistic Performance-Based System. The American journal of psychiatry , 174 (11), 1051–1053. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.2017.17010059   Kato, T. A., Shinfuku, N., Sartorius, N., Kanba, S. (2011). Are Japan’s hikikomori and  depression in young people spreading abroad? Lancet, 378(9796), 1070.  https://doi.org/10.1016/S0140-6736(11)61475-X   Martinotti, G., Vannini, C., Di Natale, C., Sociali, A., Stigliano, G., Santacroce, R., & di Giannantonio, M. (2021). Hikikomori: psychopathology and differential diagnosis of a condition with epidemic diffusion. International journal of psychiatry in clinical practice , 25 (2), 187–194. https://doi.org/10.1080/13651501.2020.1820524 Ono, H., Yamamoto, A., Taketani, R., Tsujimoto, E (2017). Use of Interpersonal Counseling for Modern Type Depression, Case Reports in Psychiatry , 9491348, 5 pages, 2017. https://doi.org/10.1155/2017/9491348 Orsolini, L., Bellagamba, S., Volpe, U., Kato, T. A. (2022). Hikikomori and modern-type depression in Italy: A new phenotypical trans-cultural characterization?. The International journal of social psychiatry , 68 (5), 1010–1017. https://doi.org/10.1177/00207640221099408   Tarumi, S. (2005). The “new” variant of depression: the dysthymic type. Japanese  Journal of Clinical Psychiatry, 34, 687-694. World Health Organization (WHO). (1993). The ICD-10 classification of mental and behavioural disorders . World Health Organization. Autrici  Maria Lidia Papa Romano Eleonora Brunella

  • Samwise Gamgee: un Compagno Adulto nella Terra di Mezzo

    Il vero protagonista del Signore degli Anelli non è padron Frodo, ma il fedele Samwise Gamgee. Me ne sono accorta ieri sera, alla fine de “Il ritorno del Re”, quando ho avuto un insight , una sorpresa (guardando la trilogia tutta di un fiato) e mi sono detta: “ma dai, la trilogia si chiude su Sam, e non su Frodo. Il vero protagonista è Sam della Contea!”. E oggi, durante una supervisione con  un Operatore di un progetto di Compagno Adulto ho semplicemente messo insieme i pezzi, ho unito i puntini e come se nulla fosse ho detto: “Samwise rappresenta senza sforzo una metafora del Compagno Adulto”. Se l’intervento di Compagno Adulto è un intervento terapeutico che si basa sul fare insieme e la caratteristica di questo tipo di intervento è la simile età di operatore/psicologo e ragazzo seguito, tutte queste caratteristiche, nella nostra storia ci sono. Sam, già  pronto al matrimonio e alla paternità, rappresenta sicuramente la parte puer , “Compagno”, ma già uscito dall’adolescenza; Frodo, che inizia il suo viaggio  ancora in una fase di ricerca di sé, rappresenta invece il ragazzo nel pieno dell’adolescenza. Insieme procedono tra terre e avversità per liberarsi, distruggendolo e sciogliendolo nel fuoco, di un anello, trasmessogli in maniera trangenerazionale dallo zio di Frodo, Bilbo, proprio come un sintomo familiare, con la profonda consapevolezza che, pur volendo Sam aiutare Frodo a portare quel gigantesco peso, lo scambio non si possa fare. L’Anello lo può portare solo Frodo. A controbilanciare l’aspetto puer  del Compagno Adulto, prima grigio e poi bianco, morte e rinascita, il s enex : Gandalf. Archetipo Junghiano del Vecchio Saggio, immediata metafora di un’ esperienza che da lontano e da vicino aiuta, controlla, sostiene e incoraggia l’impresa. Gandalf, il maestro interiore che non ti dice come risolvere i problemi, ma che ti accompagna fino al punto in cui puoi crescere da solo. L’Occhio di Sauron rappresenta un nemico che non dorme mai, che genera paura, apprensione e che mette sotto pressione chi cerca di opporsi. In tempi in cui i nostri giovani adolescenti combattono contro paura e vergogna, motore profondo, invisibile ma potentissimo del ritiro sociale e dell’abbandono scolastico, nascondendosi dall’occhio giudicante  di coetanei e professori, rinchiudendosi nelle loro stanze, l’Occhio di Sauron rappresenta il sintomo, l’ansia del controllo, la sensazione che non esista più un rifugio sicuro. L’occhio di Sauron rappresenta la paura multiforme e pervasiva del ritiro sociale: La paura del contatto: minaccioso e imprevedibile. La paura del confronto, rischiando una umiliazione che disgrega la psiche. La paura di fallire . La paura del giudizio.   Il piccolo Hobbit comincia quindi un viaggio fianco a fianco con il suo Compagno Adulto, attraversando terre piene di insidiosi pericoli, con l’obiettivo di sciogliere definitivamente l’Anello, dal latino “anellus”: cerchio.  Quel circolo vizioso psichico, presenza viva e corruttrice,  che è la sintomatologia psicologica da cui è tanto difficile uscire. L’Anello è simbolo della compulsione, della dipendenza, dell’ossessione e di tutte quelle dinamiche psichiche disfunzionali che, in adolescenza, bloccano il processo di crescita e intrappolano i giovani individui, portandoli a ripetere schemi disfunzionali.  Più Frodo porta con sé l’Anello, più esso lo logora.  L’Anello rappresenta il desiderio di controllo e potere, la dipendenza e l’ossessione. Come una sostanza di abuso, l’Anello offre una temporanea gratificazione, ma a lungo tempo logora, isola e consuma chi lo possiede come i disturbi psichici più gravi. L’Anello seduce ma rappresenta l’Ombra: ciò che l’individuo rifiuta di sé e che ha un potere immenso, quello del rimosso che costruisce il sintomo. Per potersi affrancare è necessario scendere fino alle più profonde oscurità e affrontare ciò che nell’oscurità si nasconde. I Nazgul simbolo della perdita di volontà e identità; Gollum, contemporaneamente guida e minaccia, rappresentante in carne ed ossa di ciò che Frodo potrebbe diventare non separandosi dall’anello; gli Orchi, molto più che semplici mostri da combattere, sono portatori di un significato profondo legato alla deformazione del bene e alla servitù del male.  Una volta Elfi, poi corrotti, torturati e mutilati, sono il riflesso oscuro di qualcosa che un tempo era buono, e rappresentazione di cosa succede quando si perde la libertà interiore e ci si piega al male, simboli viventi della distruzione della bellezza e della volontà libera. Saruman , inizialmente saggio, diventa strumento di Sauron, metafora di un sistema familiare disfunzionale, che tradisce la sua funzione originaria di guida e protezione, come nella famiglia si può assistere al “tradimento di funzioni genitoriali” che causa lo sviluppo o il mantenimento di sintomi psicopatologici. Manipolazione e controllo, nel tentativo di mantenere il sintomo del membro designato, per paura di affrontare le proprie dinamiche psichiche più profonde. Con la paura che il cambiamento posso minacciare l’equilibrio patologico viene inconsciamente sabotato.  E’ per questo che nel lavoro di Compagno Adulto viene sempre consigliato apertamente un parallelo sostegno alla genitorialità , che possa assicurare un percorso, corale, orchestrale, in cui si pone particolare cura a procedere tutti alla stessa velocità, senza creare strappi troppo violenti tra il percorso dei vari soggetti in scena. Insieme a Samwise, ad aiutare Frodo, intervengono una serie di Oggetti- Sè ausiliari:  Pipino e  Merry, anche loro Hobbit della Contea, allegri e spensierati, nel corso della storia si trasformano in personaggi maturi, coraggiosi e leali.  Merry è intelligente, riflessivo e strategico, rappresenta una adolescenza consapevole, legato alla famiglia e ai valori ma che sente, tuttavia il bisogno di emancipazione. Pipino impulsivo, curioso e spesso incosciente diventa nel corso della storia una figura eroica. E’ il simbolo dell’adolescenza che vuole esplorare, mettersi alla prova senza avere piena consapevolezza dei rischi. Cresce affrontando il senso di colpa, la responsabilità, il dolore altrui.  Entrambe rappresentano metafore viventi di  risorse interne proprie dell’adolescenza: riserva di energie psichiche che portano alla trasformazione. La Compagnia dell’Anello: essere portati nella mente del gruppo Quando si lavora con l’adolescenza in un progetto di Compagno Adulto, si costruisce sempre, intorno al ragazzo che soffre, la migliore e più salda rete professionale possibile. La Compagnia dell’Anello è una completa, attenta e soddisfacente equipe terapeutica che si confronta ed interviene a sostegno del nostro Frodo, ognuno con le sue specificità. Aragorn: archetipo de Sè eroico, colui che deve ritrovare la propria legittimità. Legolas: Elfo del bosco, leggero e acuto, rappresenta quella parte della psiche in contatto con l’intuito; è la funzione trascendente Junghiana, processo psichico attraverso cui gli opposti interiori si incontrano, dialogano e generano un nuovo equilibrio. Gimli: forza concreta radicata nella terra, il dato di realtà, che nella sua amicizia con Legolas rappresenta l’integrazione degli opposti.  Ma non bastano, a sostegno del lavoro del nostro Samwise Compagno Adulto, queste figure autorevoli, servono anche figure di sostegno che “portino nella mente”, tutti insieme, sia il viaggio che la finalità. Nel lavoro di Compagno Adulto la dimensione gruppale, su più livelli, è di fondamentale importanza per la sopravvivenza psichica di tutti gli eroi coinvolti. Ed ecco il gruppo di lavoro: Elrond: signore di Granburrone, ospita il consiglio che decide la sorte dell’Anello; Arwen: figlia di Elrond, che salva i giovani Hobbit dai Nazgul; Faramir: fratello di Boromir (morto per proteggere due piccoli Hobbit); Barbalbero: una creatura arborea protettrice della natura; la sua funzione principale è quella di difendere le foreste e gli alberi dalle minacce. Galadriel: una delle figure epiche, più antiche e potenti della Terra di Mezzo e che sostiene Frodo telepaticamente, portandolo, appunto, nella mente, nel suo compito, offrendo consigli e apparendo quando serve.   Gruppo di pari per l’adolescente, gruppo di lavoro per il Compagno Adulto, gruppo di professionisti, lavoro interdisciplinare, referenti e supervisori tutti insieme verso un solo obiettivo: arrivare a sciogliere l’Anello del sintomo psicopatologico .  L’adolescenza segna la nascita sociale dell’individuo, da figli della famiglia naturale si diventa figli della comunità sociale. Fare fronte a nuovi problemi e nuove esperienze richiede l’attivazione di un processo cognitivo di valutazione del proprio potenziale e di selezione di diverse strategie di comportamento. Il viaggio di Frodo e Sam è un viaggio in cui Compagno Adulto e ragazzo in difficoltà, stanno vicini e camminano insieme, proteggendosi. Una intensa relazione affettiva e terapeutica che si sviluppa nel contesto sociale e ambientale del protagonista e si consolida attraverso l’opportunità di condividere l’esperienza reale.  La Terra di Mezzo diventa allora il setting , lo spazio della trasformazione psichica, il luogo dell’incontro degli archetipi, un setting che si costruisce nella mente del Compagno Adulto e nel quale tutto si può fare, purché con un senso ed una finalità terapeutica.  Come in un processo di individuazione, ogni tappa del viaggio è un passaggio verso un psiche integrata in cui gli opposti trovano posto. La Terra di Mezzo rappresenta il setting come territorio in cui il nostro giovane Frodo affronta il suo cammino interiore, sostenuto dal suo fedele Compagno Adulto Samwise. La terapeuticità dell’intervento non  consiste nel fuggire dal dolore, ma dalla possibilità di vivere insieme la trasformazione dell’Anello in consapevolezza, e trasformare la ferita in senso. Di Eugenia Cassandra

  • “Fino all’osso” – Legami, corpo e invisibilità del dolore

    Locandina del film "Fino all'Osso" Trama-in chiave psicologica “Fino all’osso” (To the Bone, 2017), diretto da Marti Noxon, è un film che affronta con coraggio e delicatezza il tema complesso dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Lo fa evitando la spettacolarizzazione del dolore, scegliendo invece uno sguardo intimo, sobrio e penetrante: uno sguardo capace di attraversare con apparente leggerezza alcune scene per poi rivelarne, con profondità crescente, la densità emotiva e simbolica. Protagonista della narrazione è Ellen, una ragazza di vent’anni che si muove in un labirinto di sintomi, cliniche, diagnosi e fallimenti terapeutici. Il suo corpo, svuotato e controllato, diventa il teatro di un conflitto silenzioso ma bruciante: il desiderio di sparire si intreccia con la paura di esistere, e la malattia si configura come un tentativo estremo di comunicare ciò che ancora non ha trovato parola. La sua sofferenza, tuttavia, non è solo personale: si inserisce all’interno di un contesto sociale in cui il dolore di Ellen resta invisibile, se non nel linguaggio estremo del corpo. La narrazione evidenzia come, in particolare l’anoressia, sia la manifestazione di un disagio profondo, inscritto nel corpo e nella relazione, piuttosto che nella sola dimensione sintomatica e comportamentale. Rappresenta, quindi, una crisi più ampia: quella dell’identità, del legame, del significato. Il film rappresenta una lente utile per riflettere – in chiave psicodinamica – sulla funzione del corpo in adolescenza, sul fallimento del contenimento primario e sulla funzione del sintomo come tentativo (fallimentare, ma significativo) di soggettivazione. Il film accompagna piuttosto lo spettatore lungo un percorso di presa di coscienza, in cui la malattia non è solo un nemico da combattere, ma un linguaggio, un appiglio, una forma di resistenza alla dissoluzione. Affidandosi a un terapeuta fuori dagli schemi, Ellen avvia un movimento lento e impercettibile: quello che, dalla sopravvivenza, porta alla possibilità di una scelta. Una scelta fragile, incompleta, ma profondamente reale. Fino all’osso ci invita a riflettere sul corpo come spazio simbolico, in cui si inscrivono angosce, desideri e relazioni interrotte. Ci interroga sul significato profondo del nutrimento – non solo biologico, ma affettivo – e sulla sottile linea che separa il bisogno di controllo dal desiderio di sparizione, l’autonomia dall’isolamento. Ellen diventa così il volto di un’adolescenza smarrita, alla ricerca di sé in un mondo che propone infiniti modelli ma pochi contenitori emotivi capaci di accoglierla davvero. Adolescenza e Disturbi Alimentari: la crisi della soggettivazione L’adolescenza è una soglia. Un tempo sospeso tra l’infanzia e l’età adulta, in cui il corpo si trasforma e obbliga il soggetto a ridefinire la propria identità. È un passaggio carico di possibilità ma anche di rotture, e può diventare terreno fertile per il sintomo quando il contesto relazionale e simbolico non offre contenimento né ascolto. Il film si colloca all’interno di un più ampio contesto culturale e sociale che possiamo definire post-narcisistico: una fase storica in cui vi sono standard irraggiungibili di bellezza e successo, ma in cui manca il radicamento nella realtà; come sottolineano diversi autori contemporanei, la crisi non è più soltanto dell’immagine, ma del significato: i giovani, immersi in un universo iperconnesso e instabile, faticano a costruire una narrazione di sé coerente. Non è più il “non sono abbastanza”, ma il più disorientante e angosciante “non so chi sono, né cosa significhi essere me”. Nel caso di Ellen, infatti, vediamo chiaramente come il corpo che cambia diventi insopportabile. I segni della femminilità vengono negati, ridotti, cancellati. Ogni forma, ogni curva viene annullata in un tentativo disperato di bloccare il tempo, arrestare il divenire, fermare la trasformazione, la crescita. La negazione delle forme corporee femminili è anche un modo per eludere la sessualità, l’alterità, il desiderio. Il sintomo anoressico assume quindi una doppia funzione: da un lato protegge Ellen da un mondo interno caotico; dall’altro, le consente di esistere, di dare contorno alla propria identità, anche se in forma dolorosa. Il film lo mostra con grande sensibilità: Ellen non sembra voler guarire, ma non vuole nemmeno morire. È in quella “terra di mezzo” tipicamente adolescenziale, in cui l’unica forma di controllo possibile è sul corpo, ecco che il sintomo diventa l’unico appiglio contro l’angoscia della disintegrazione. Il sintomo anoressico può, dunque, arrivare a configurarsi come una modalità di esistenza: non solo difesa dall’angoscia, ma anche espressione di identità. “Io sono quella che non ha bisogno, che non sente, che controlla”: una definizione identitaria costruita per opposizione, ma paradossalmente coerente. Disegno eseguito da Gioia|13 anni Il sintomo anoressico come difesa: rifiutare per non essere invasi Nel caso di Ellen, il rifiuto del cibo non è semplicemente un problema alimentare. È un gesto simbolico profondo, carico di significati psichici che affondano nella relazione con l’Altro. L’anoressia diventa una modalità estrema di autodifesa: un modo per affermare un limite invalicabile tra sé e gli altri, per evitare la fusione, l’invasione, la perdita del controllo. Nel film, la gestualità ossessiva di Ellen riflette il vissuto emotivo e fisico di adolescenti con DCA, ossia, come il corpo diventa un “oggetto di manipolazione identitaria”, uno strumento attraverso cui il soggetto tenta di recuperare un senso di padronanza su di sé: conta le calorie con precisione maniacale, sminuzza il cibo, misura il proprio braccio con le dita per assicurarsi che rimanga sottile. La chiusura verso il mondo è totale, così come la chiusura radicale verso se stessa. Uno dei momenti più intensi e simbolicamente carichi di Fino all’osso è l’incontro tra Ellen e la madre biologica, in un capanno isolato, lontano dalla clinica e da ogni altro personaggio. Qui il film compie un gesto tanto ardito quanto denso di significato: la madre propone alla figlia, ormai adulta e profondamente sofferente, di nutrirsi con un biberon, cingendola tra le braccia come un neonato. Questa scena acquisisce un significato simbolico molto denso in quanto rappresenta, esplicitamente, l'atto del nutrimento materno e, implicitamente, l'importanza della relazione. Quando il nutrimento – fisico ed emotivo – è stato in passato vissuto come inadeguato, intrusivo o instabile, il ricevere stesso diventa un atto pericoloso. L’altro, invece di offrire protezione, è percepito come una minaccia all’integrità del Sé. Ricevere significa allora perdere il controllo, essere invasi, dissolti. Ogni gesto d’amore rischia di essere vissuto come un’invasione. Lo vediamo nella scena toccante dell’incontro con la madre biologica: Ellen accetta di lasciarsi “nutrire” simbolicamente con un biberon solo dopo che la madre dichiara di accettare l’idea di poterla anche perdere. È solo in quel momento che Ellen si concede di ricevere, non per bisogno, ma per salvare l’altro dalla colpa e dal dolore. A questo punto, sembra naturale chiedersi che importanza abbia la figura paterna all'interno della cornice dei DCA e soprattutto che funzione svolga. Nel film, il padre è una figura fantasma. La sua assenza non è solo fisica, ma simbolica: nessuno svolge la funzione di “terzo”, ovvero quella funzione paterna capace di separare, dare nome, tracciare confini tra il Sé e l’Altro. La sedia vuota lasciata nella stanza è una potente immagine di questa mancanza: senza un terzo simbolico, non è possibile differenziarsi, non è possibile diventare soggetto.  Disegno eseguito da Gioia|13 anni La confusione di ruoli e l’invisibilità del soggetto In questo clima di confusione e sovrapposizione, Ellen non è più vista come persona, ma come un problema da risolvere. Lei stessa lo afferma: “Non sono più una persona, sono solo un problema”. È una frase che racchiude l’alienazione identitaria e la frattura soggettiva che spesso accompagna i disturbi alimentari. Solo quando viene riconosciuta come soggetto pensabile, distinto e separato, può iniziare a pensare a se stessa come una "persona". Questa scena, come l’intero film, mostra come i disturbi alimentari non nascano nel vuoto, ma si radichino in contesti familiari e sociali carichi di ambivalenza, dolore e incomunicabilità. Il corpo diventa l’unico modo per gridare un dolore che non ha potuto essere ascoltato. La terapia, in questo senso, non è un processo di correzione, ma di ascolto profondo: uno spazio in cui il soggetto può essere finalmente visto, contenuto, pensato. Corpo, identità e relazioni – Il dolore che non si può dire In Fino all’osso, il corpo di Ellen parla. Parla anche quando lei tace, anche quando le sue parole si riducono a sarcasmo o a un’apparente indifferenza. Il corpo magro, consumato, scarnificato diventa il suo linguaggio primario, il suo modo di esistere, di chiedere amore senza chiederlo, di farsi vedere senza esporsi. È il linguaggio incarnato di un dolore che non ha trovato parola, e che si manifesta nella pelle, nelle ossa, nella sottrazione. La clinica dei disturbi alimentari, in questo senso, è prima di tutto una clinica del legame: del suo fallimento, della sua assenza, ma anche della sua potenziale riparazione. Ellen, nel finale del film, sceglie di tornare. Ma non al punto di partenza: torna a sé stessa, a un punto interno dove può cominciare a esistere come soggetto separato e pensabile. Ellen sceglie. Torna. Forse per l’ultima volta, o forse per la prima davvero. Perché curare significa restituire un nome al dolore e una voce al silenzio. E soprattutto, restituire, a se stessi, il diritto a esistere. Autrice: Giorgia Acchioni Bibliografia Ammaniti, M., & Gallese, V. (2014). La nascita dell’intersoggettività: Lo sviluppo del sé tra psicodinamica e neurobiologia. Milano: Raffaello Cortina Editore. Carbone, P., & Cimino, S. (Eds.). (2015). Adolescenze. Itinerari psicoanalitici. Roma: Alpes Italia. Charmet, G. (2005). La fatica di diventare grandi. Milano: FrancoAngeli. Cimino, S. (2009). Psicodinamica dell’alimentazione nella prima infanzia. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore. Colli, A. (2013). Teatri del corpo. Un approccio psicoanalitico ai disturbi psicosomatici. Milano: Raffaello Cortina Editore. Di Chiara, G. (1999). Sindromi psicosociali. La psicoanalisi e le patologie sociali. Milano: Raffaello Cortina Editore. Lancini, M. (2005). Adolescenza e psicopatologia. Milano: Raffaello Cortina Editore. Novelletto, A. (2000). Il corpo adolescente. Percorsi psicopatologici dell’identità. Roma: Borla. Ripa di Meana, G. (2017). Figure della leggerezza: La sofferenza anoressico-bulimica fra corpo e parola. Roma: Alpes Italia.

  • NEET: un approfondimento psicosociale sul fenomeno

    Chi sono i NEET? Il termine NEET “Not in Education, Employment or Training” si riferisce alla popolazione di giovani compresi tra i 15 e i 29 anni, non occupata e non inserita in un percorso di istruzione o formazione (Rosina, 2015). L'uso del termine si è diffuso nel Regno Unito alla fine degli anni Ottanta ed è nato con l’intento di trovare i criteri per indagare la nuova vulnerabilità giovanile.  Banksy|No Future Un pò di numeri… Nel 2014 l’incidenza dei NEET in Italia si attestava al 26,3%. Prima della pandemia, nonostante un calo sensibile, continuava a superare il 20% (22,3% nel 2019, a fronte di una media Ue del 12,8%) (E laborazione openpolis, 2024).  Nel 2023, l'11,2% dei giovani nell'UE non era né occupato né impegnato in un percorso di istruzione o formazione (Statistics Explained, 2024), con una prevalenza del sesso femminile. Sebbene la categoria dei NEET venga associata comunemente a quella degli Hikikomori , è importante sottolineare che il primo gruppo è caratterizzato da problematiche nell’ambito di una buona definizione della propria identità in termini professionali e di inserimento nei percorsi di studio professionale, mentre il secondo da difficoltà emotive e relazionali che pervadono ogni ambito della vita dei ragazzi e delle ragazze, da quello scolastico al rapporto con i pari, alle relazioni con le persone più significative.  Statisticamente i ragazzi in ritiro sociale  o hikikomori  sono rappresentati e possono essere raggruppati all’interno della percentuale dei NEET ma, al contrario, non tutti i ragazzi e le ragazze NEET si trovavo in una situazione di ritiro sociale, o ritiro sociale estremo.  Approfondiamo il tema NEET  Al di là di questa differenza, il gruppo NEET riporta una buona eterogeneità dal punto di vista professionale e personale. Si possono distinguere i NEET “attivabili”  in tre gruppi:  1) coloro che, pur avendo accesso a una buona istruzione cercano, più o meno intensamente, un’occupazione lavorativa;  2) coloro che, pur con basse competenze, ma una buona disponibilità a riqualificarsi, vivono una condizione di precarietà lavorativa;  3) infine, i giovani che, a causa di vissuti negativi, esperiscono un peggioramento progressivo della propria condizione economica, emotiva e relazionale.  Questi ultimi sono i giovani più difficili da recuperare e coinvolgere, se non attraverso interventi di prossimità in grado di riaccendere la fiducia in sé stessi e il desiderio di attivarsi ancora prima di trovare un’occupazione lavorativa (Rosina, 2015).  “Sono i giovani che hanno una mancanza di fiducia in sé stessi, giovani che piuttosto che fallire stanno immobili. Io ho in mente molto bene un’immagine: è come se fossero dei cerbiatti abbagliati dai fari di un’auto, i quali stanno fermi piuttosto che decidere se andare a destra o sinistra. Questi ragazzi sono paralizzati dalla paura di doversi mettere in gioco, oltre che molto in crisi in un periodo particolare della loro vita, ma io credo che sia una condizione di fuga” (Intervista a Noemie Roth, 2019). Un'ipotesi sul fenomeno Le possibili ragioni che motivano l’esistenza di tale fenomeno sono di natura politica, istituzionale, sociale, culturale, demografica ed economica, ma possono essere tutte ricondotte a due filoni di pensiero, ben esposti da Luigi Zoja (2017). L’autore sostiene che esistono NEET esogeni e NEET endogeni: i primi sono prodotti da fattori esterni, ovvero principalmente da un mercato del lavoro non in grado di integrare i giovani; i secondi, invece, sono i giovani che si auto-escludono perché si sentono sempre più estranei al circuito economico e sociale in cui vivono.  NEET esogeni   I giovani NEET rientrano tra le categorie di lavoratori più vulnerabili, i quali, all’interno di un mondo lavorativo flessibile, rischiano di vivere in condizioni di precarietà. Il contesto lavorativo è, per questo, da considerare come un elemento che potrebbe spiegare la nascita di tale fenomeno in due modi: il primo demoralizzando sul nascere i giovani che, vedendo gli effetti della precarietà sui coetanei, non investono nel voler entrare nel mercato del lavoro, e il secondo demoralizzando chi pur essendo all’interno del mercato lavorativo non trova costanza e sicurezza.  Inoltre, la letteratura evidenzia la stretta relazione tra condizioni sociali e familiari e la probabilità di rientrare in questa categoria. Gli autori affermano che la trasmissione del capitale culturale di ogni famiglia, sia questa diretta o indiretta, non solo contribuisce a definire l'approccio all'istituzione scolastica, ma influenza le aspettative dei giovani. In questo senso, un basso capitale culturale può favorire scarsi rendimenti e abbandoni precoci della scuola, costituendo un fattore che contribuisce ad aumentare la probabilità di diventare NEET (Agnoli, 2014).  “La famiglia, intesa nel senso più consueto, cioè come nucleo comunitario elementare che unisce due individui di sesso differente e la loro prole, la famiglia rappresenta il punto di intersezione di numerosi studi e ricerche, appartenenti a campi disciplinari anche molto distanti l’uno dall’altro. Questo interesse è dovuto al fatto che la famiglia è quasi universalmente riconosciuta come via maestra per l’accesso all’individualità, all’orizzonte referenziale immediato, alle modalità reattive primarie che connotano il comportamento inter-individuale; perciò essa opera, da un lato, come una specie di schema funzionale che costituisce il tramite tra l’individuo nella sua singolarità e l’individuo come elemento di quell’insieme complesso che è al società, e dall’altro come il correlato più o meno diretto di tutte quelle indagini che riguardano la formazione e normalizzazione dei comportamenti individuali e, in rapporto a ciò, la determinazione genetica delle patologie psichiche.” (Galimberti, 2018). Da questa definizione emerge chiaramente e inequivocabilmente che dalla famiglia hanno origine molteplici connessioni tra quest’ultima come nucleo e chi ne fa parte. Lo stesso Sigmund Freud definisce la famiglia come base per lo sviluppo psichico di ogni individuo, poiché vi è una relazione tra la configurazione specifica della famiglia e il suo esito nello sviluppo del singolo individuo (Galimberti, 2018). NEET endogeni Se la scorsa generazione, di fronte al sentimento di sentirsi estranei a una società che non rispondeva ai bisogni dell’individuo e della collettività, ha reagito protestando contro l’esterno, nella generazione dei giovani di oggi, gli Hikikomori  e i NEET compiono una fuga opposta, verso l’interno, rifiutando la società in maniera passiva.  Secondo Galimberti (2007), la condizione culturale è depressiva; per l’individuo vi è una mancanza di prospettive e di progetti, oltre che di significati e di legami affettivi e l’ambiente culturale in cui ci si trova a vivere è un deserto di senso . Gli adolescenti, con le domande esistenziali che si ritrovano a vivere per la prima volta e la ricerca del proprio posto nel mondo che inizia a prendere forma concreta proprio a quell’età, trovano una società che è incapace di chiamarli per nome . La conseguenza di ciò è che, quando interrogati, i giovani non sanno descrivere il loro malessere perché hanno raggiunto un analfabetismo emotivo  che non consente loro di riconoscere i propri sentimenti e dargli un nome. In questa condizione di sofferenza, accompagnata da sistemi sociali e familiari complessi e fragili, il futuro non è più una promessa ma diventa sinonimo di un’imprevedibilità che paralizza l’iniziativa e spegne l’entusiasmo. Riprendendo Goethe, secondo cui l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso, Galimberti riconosce che, nel deserto dell’insensatezza che il nichilismo del nostro tempo diffonde, il significato del disagio delle giovani generazioni va cercato nella sua origine culturale. Infatti, la sofferenza individuale: “non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime” (Galimberti, 2007).  Quali interventi possibili? I servizi che lavorano con il fenomeno NEET intervengono su due livelli: sul livello preventivo , per evitare che il fenomeno cresca tanto da essere irrecuperabile e avere forte conseguenze sulla collettività e sul livello curativo , per aiutare e recuperare chi vive questa condizione da molti anni.  Vi sono progetti di tipo sociale che permettono a chi vi si rivolge di entrare in contatto con tutto ciò che riguarda il mondo dei mestieri, la vita lavorativa e di apprendistato, le strategie di collocamento, gli sbocchi professionali e quelli di orientamento. Vi sono anche progetti di tipo clinico che si occupano in particolare del benessere psicologico e familiare degli adolescenti e dei giovani adulti.  Banksy|Morning is Broken La nostra associazione propone diverse tipologie di servizi terapeutici in base ai bisogni dei giovani: il Compagno Adulto® per adolescenti è un sostegno domiciliare integrato e personalizzato pensato in particolare per le situazioni di ritiro sociale e giovani Hikikomori . Il professionista utilizza le attività della vita quotidiana del ragazzo a scopo terapeutico e imposta insieme a lui un lavoro focalizzato sulle emozioni, sulle relazioni e sui bisogni psicologici profondi del ragazzo. L'intervento di  Compagno Adulto® può essere in questi casi propedeutico ad attività gruppali o di psicoterapia in momenti più avanzati del percorso.   il Progetto Giovani Adulti  è un servizio di Compagno Adulto® rivolto a giovani dai 18 ai 30 anni, che non possono o che sentono di non riuscire ad accedere ad un dispositivo terapeutico basato esclusivamente sulla parola. le Attività di laboratorio  hanno l’obiettivo di stimolare la socialità, in un ambiente protetto e alla presenza di figure adulte di riferimento. Questo favorisce l’esplorazione e l’incontro con l’altro efficace, gratificante e arricchente, e la promozione di obiettivi raggiungibili allo scopo di aumentare l’autostima e la percezione di autoefficacia personale.  Per maggiori informazioni e per qualsiasi confronto o domanda, trovate tutti contatti nella nostra pagina ! Autrici: Eleonora Romano Maria Lidia Papa Bibliografia  Agnoli, M. S. (2014). “Generazione NEET. Il problema e i percorsi di ricerca.”. In Agnoli M. S. (a cura di), Generazioni sospese: Percorsi di ricerca sui giovani NEET (pp. 9-25). Milano: Franco Angeli. Elaborazione openpolis (2024). “Con i Bambini su dati Istat (censimento permanente) e Invalsi”.  Galimberti, U. (2007). “L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani.”. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore. Galimberti, U. (2018). “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo.” Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore. Oberti, V. (2019). “Intervista a Noemie Roth” In Lo sguardo istituzionale e sociale di chi si occupa del fenomeno NEET”.  Rosina, A. (2015). “NEET: Giovani che non studiano e non lavorano.”. Milano: Vita e Pensiero. Statistics Explained (2024). “Statistics on young people neither in employment nor in education or training”.  Zoja, L. (2017). Jung, i neet e gli hikikomori. Animazione sociale (309), pp. 11 - 22.

  • Linee guida per il linguaggio inclusivo rispetto al genere

    Nel periodo degli ultimi cinque anni, attraverso obiettivi politici ed azioni mirate al loro conseguimento, l’Unione Europea si è fatta portavoce e promotrice di una strategia per la parità di genere  ponendo come obiettivo per il 2025 il “conseguimento di una società in cui donne e uomini abbiano pari opportunità di crescita e partecipazione”.   È in questa cornice che si inserisce un recente progetto promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) che sul finire del 2024 pubblica le “ Linee guida per il linguaggio inclusivo rispetto al genere ”, un piccolo vademecum utile alla promozione di una cultura lavorativa inclusiva.  Sottolineando la natura mutevole e trasformativa del linguaggio, gli autori (di Tullio et al., 2024) presentano le linee guida come un “suggerimento” per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo, attento alle differenze e un punto di partenza per iniziare a “sciogliere alcuni dubbi sull’uso del genere grammaticale femminile” ( ibidem ).    Le nuove linee guida si presentano come uno strumento pratico da consultare in caso di necessità e, allo stesso tempo, il prodotto di una riflessione che si articola a partire dal linguaggio; in particolare, l’attenzione è posta sull’uso che ne facciamo e come esso influenza profondamente il modo in cui contribuiamo alla creazione della nostra società.   Le grandi trasformazioni che, a partire dal secolo scorso, hanno attraversato i ruoli di genere hanno portato all’ingresso delle donne in contesti di vita e lavorativi allora considerati inaccessibili e unicamente rappresentate dal genere maschile. Questa nuova struttura, che il mondo sta cercando di abbracciare, non ha ancora trovato il suo rispecchiamento e corrispettivo nelle parole, parlate o scritte che siano. L’attuale uso che facciamo della nostra lingua non riesce a restituire questo cambio di paradigma, rimanendo ancorato ad una modalità che delinea un mondo in cui le donne, nelle parole, non trovano ancora una rappresentazione.  La lingua è un dispositivo vivo e mutevole ed il cambiamento è possibile proprio quando è la comunità linguistica ad adottare un nuovo registro modificarne l’uso. È importante ricordare, insieme agli autori, la doppia valenza che assume la lingua in quanto: “da un lato contribuisce a costruire e rafforzare gli stereotipi culturali, dall’altro condiziona la realtà e può diventare un potente motore di cambiamento”  ( ibidem ).   Rispetto ai dubbi che normalmente si incontrano nel dover utilizzare parole declinate in modi nuovi e poco familiari (che per tale ragione possono risultare cacofonici), gli autori ricordano che adottare un linguaggio inclusivo non comporta la trasfigurazione delle regole della grammatica italiana. Al contrario, ci invitano ad aprirci a nuovi modi di pensare e nominare le cose rimanendo sempre all’interno della griglia delle regole grammaticali e a dirigere la nostra attenzione sugli stereotipi e i pregiudizi che agiscono implicitamente nella scelta delle parole e delle desinenze. La “dissimmetria” che caratterizza la nostra lingua (pensiamo all’uso del maschile sovraesteso ) non ha la sua origine nell’impalcatura del sistema linguistico, ma negli stereotipi e nella discriminazione di genere che caratterizzano in modo strutturale la nostra società, il nostro modo di pensare e quindi anche di parlare.   È per questa ragione che è necessario partire dal linguaggio, dallo sviluppo individuale e collettivo di una  metacompetenza linguistica , ovvero dall’acquisizione di una maggiore consapevolezza della duplice influenza che intercorre tra linguaggio e realtà.   Aprire una riflessione sul linguaggio significa cercare di ricongiungere la realtà che viviamo con quella che possiamo immaginare e pensare di voler costruire; è l’uso quotidiano che facciamo delle parole a renderle potenti motori di cambiamento.  Solo quando avremo superato i nostri limiti grammaticali potremo riconoscere che non è la lingua ad essere intrinsecamente sessista, ma è il modo in cui viene tutt'oggi a generare silenzio e discriminazione.    Per orientarci con più chiarezza e flessibilità tra pregiudizi di genere e possibili forzature grammaticali ripercorriamo brevemente le indicazioni contenute nel lavoro del CNR rispetto ad un uso inclusivo del linguaggio verbale . Percorreremo poi spunti utili e interessanti rispetto ad un uso inclusivo del linguaggio visivo , dove i pregiudizi culturali prendono forma nel potente canale comunicativo delle immagini.   Linee guida per il linguaggio verbale       Il linguaggio è uno strumento di comunicazione straordinariamente potente, in grado di rappresentare ed esprimere la realtà. Tuttavia, non si limita a descriverla: il linguaggio contribuisce anche a costruirla e a modificarla, influenzando profondamente il modo in cui percepiamo il mondo che ci circonda.  Ogni scelta espressiva, che si tratti di parole, postura o espressioni facciali, non solo veicola un messaggio, ma ridefinisce e attribuisce nuovi significati alla realtà. Per questo motivo, il linguaggio non è un sistema fisso e immutabile, bensì un'entità dinamica che si trasforma, evolve e può favorire il cambiamento sociale.  Purtroppo, il linguaggio corrente riflette e perpetua molti stereotipi di genere radicati nella società contemporanea, rafforzando discriminazioni e disuguaglianze. Per contrastare tali effetti, è essenziale riconoscere e rivedere le espressioni che veicolano discriminazione, adottando termini e formulazioni più inclusive.   Per quello che concerne la sfera del linguaggio verbale sono molte le espressioni o i termini che veicolano un messaggio di disparità di genere, in questo gioca un ruolo anche la mancanza di consapevolezza e conoscenza su come accordare e declinare al femminile alcuni termini prevalentemente usati al maschile. Per quanto riguarda l’aspetto grammaticale, un cambiamento potrebbe essere quello di declinare articoli, aggettivi e sostantivi che si riferiscono ad una persona di genere femminile usando la concordanza al femminile aggiungendo le desinenze correttamente. Ad esempio, scrivendo “la Dott.ssa Bianchi, ministra” invece di usare “ministro” e quindi accordando al femminile invece di sovra-estendere la forma maschile in modo ingiustificato. Alcuni sostantivi hanno una forma invariabile, in quei casi è bene declinare al femminile le altre parti del discorso come articoli e aggettivi.  Un'altra modalità linguistica usata frequentemente ma poco inclusiva è quella di usare il maschile come neutro quando ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo di persone. Si tratta di una modalità di parlare fortemente radicata nella cultura attuale, tanto da essere usata la maggior parte delle volte in modo automatico e inconsapevole, è importante riflettere invece sul contenuto stereotipato che veicola.  Per contrastare questo effetto si possono usare diverse strategie linguistiche come quella dello sdoppiamento che consiste nel ripetere la forma declinandola sia al maschile che al femminile in forma estesa (i candidati e le candidate) o in forma contratta (i/le candidati/e).  Altre strategie possono essere quelle di usare termini neutri che non prevedono declinazione di genere (persona), usare pronomi relativi indefiniti (chi/coloro che); usare forme impersonali o capovolgere la frase in forma passiva (“la domanda dovrà essere presentata entro…”, invece di “il candidato dovrà presentare la domanda...”).  Queste strategie sono utili per diminuire e puntare ad eliminare le disparità di genere cercando di rappresentare in modo equo entrambe le parti; tuttavia, queste modalità rientrano in un’ottica di binarismo di genere che non riflette più a pieno la fluidità della società attuale. Attualmente, infatti, vi è un aumento delle persone non-binary, ovvero persone la cui identità di genere non ricade nelle categorie tipicamente adottate dalla cultura (donna/uomo).  Per includere queste persone e diminuire la discriminazione a livello linguistico si è pensato di adottare strategie come l’uso dell’asterisco o della schwa al posto dell’ultima vocale delle parole, in modo tale da rappresentare a livello linguistico la varietà e fluidità delle identità di genere. Tuttavia, l’uso di questi simboli è sconsigliato in documenti istituzionali in quanto alcuni sistemi di lettura automatica non ne consentono la decodifica e lettura.  Sebbene queste linee guida possano fare la differenza nel combattere gli stereotipi di genere, contrastando le discriminazioni, numerose restano le sfide dell’inclusione a livello linguistico da affrontare e su cui interrogarsi.    Linee guida per il linguaggio visivo     Le immagini sono uno degli strumenti più potenti ed efficaci per comunicare, poiché catturano rapidamente l'attenzione e facilitano la comprensione dei messaggi. Con la digitalizzazione, il loro ruolo è cresciuto enormemente, diventando essenziali per la visibilità di un’organizzazione. Tuttavia, le immagini possono anche perpetuare stereotipi e discriminazioni, rappresentando certi gruppi in modo distorto o marginale. Per evitare ciò, è fondamentale che il linguaggio visivo rispetti le differenze di genere, etnia, abilità ed età, offrendo una rappresentazione equilibrata e inclusiva. Questo significa mostrare una varietà di persone in ruoli diversi, senza ridurre nessuno ad un semplice simbolo di diversità (fenomen Le immagini, se usate consapevolmente, possono contribuire a superare gli stereotipi e a promuovere una cultura più inclusiva, rispecchiando la pluralità e la complessità della realtà sociale. Le organizzazioni hanno il potere di usare le immagini come strumenti di cambiamento, creando una visione visiva che riflette la diversità senza rinforzare disuguaglianze. Quando si rappresenta un gruppo o una collettività, è fondamentale garantire una rappresentatività equilibrata dei generi. Non è necessario che il numero di donne e uomini sia esattamente pari in ogni immagine o grafica, ma la presenza femminile deve essere visibile e costante, evitando che venga trattata come un'eccezione o una presenza sporadica. In contesti in cui il genere non è rilevante, la scelta di icone o figure neutre è preferibile rispetto a rappresentazioni inequivocabilmente maschili, che rischiano di veicolare un concetto di "mascolinità sovraestesa". Le immagini neutre, infatti, evitano di rafforzare visioni stereotipate e permettono una comunicazione più inclusiva, senza privilegiare un genere rispetto all’altro. Quando si rappresenta un gruppo, è essenziale evitare dissimmetrie ingiustificate, soprattutto in relazione alle dimensioni o al posizionamento dei soggetti. In particolare, le donne non dovrebbero mai rimanere in secondo piano o essere collocate dietro rispetto agli uomini. La loro presenza deve essere pari a quella degli uomini, senza che venga minimizzata o relegata a ruoli marginali. Quando le immagini riflettono la società, è importante rappresentare donne e uomini in ruoli e professioni non convenzionali, per evitare di alimentare stereotipi. È altrettanto importante includere donne in posizioni di leadership o ruoli apicali, per evitare che vengano implicitamente trasmessi messaggi di inferiorità gerarchica rispetto agli uomini. I colori sono spesso utilizzati per veicolare associazioni di genere, come il rosa per le donne e il blu per gli uomini, ma queste convenzioni possono rafforzare stereotipi che sarebbe meglio evitare. Per una comunicazione visiva più inclusiva, è consigliabile utilizzare una palette di colori più ampia, come il verde, il giallo o l’arancione, piuttosto che aderire alle tradizionali associazioni di colore. Inoltre, quando si ricorre a simboli per rappresentare i generi, è fondamentale evitare oggetti fortemente stereotipati, come il rossetto o la scarpa con il tacco per il genere femminile, e la cravatta per quello maschile. In questo modo, la comunicazione visiva diventa uno strumento che promuove una visione più autentica e diversificata, sfidando gli stereotipi e promuovendo una maggiore inclusività.    Bibliografia e Sitografia:      Commissione Europea. (2023). Strategia per la parità di genere . Commission.europa.eu . https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/gender-equality-strategy_it di Tullio, I., Mattiazzi, M., & Presto, S. (2024). Linee guida per il linguaggio inclusivo rispetto al genere. In https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/servizi/lineeGuida_ldg.pdf . Edizioni CNR.

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