Fiori d'Acciaio
Associazione per il benessere psicologico dell'adolescente, della famiglia, della coppia genitoriale

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- La violenza nelle relazioni tra adolescenti
La violenza di genere è un fenomeno strutturale e sistemico, radicato in stereotipi e credenze culturali tramandate da generazioni. Non si tratta di eventi isolati, ma del risultato di una cultura che alimenta le disuguaglianze e perpetua pregiudizi di genere. Questo contesto costituisce la base dell’iceberg della violenza, in cui i comportamenti più visibili e gravi sono sostenuti da atteggiamenti normalizzati e apparentemente innocui. Un elemento comune nelle diverse manifestazioni di violenza è la dinamica della pretesa e del controllo, che collega microaggressioni quotidiane e abusi veri e propri. Sebbene la cultura occidentale sottolinei l’importanza dell’equità nelle relazioni sentimentali, considerandola essenziale per un funzionamento adattivo, uno squilibrio di potere—reale o percepito—può trasformarsi in un fattore di rischio per la perpetrazione della violenza o la vittimizzazione rivelandosi terreno fertile per l'escalation verso forme di violenza più gravi, essendone l'anticamera. Questo problema non riguarda solo le relazioni adulte, ma si manifesta già in età precoce, nelle prime esperienze sentimentali degli adolescenti. In questa fase si formano le basi dell 'identità relazionale e i primi modelli di amore , rispetto reciproco e consenso. Tuttavia, la normalizzazione di comportamenti disfunzionali mina queste fondamenta, influenzando profondamente la crescita emotiva e sociale dei giovani. Come vivono questa dimensione gli adolescenti? La Survey Teen 2024 condotta dalla Fondazione Libellula traccia un quadro preoccupante: molti adolescenti non riconoscono comportamenti abusivi come tali e interpretano gesti di controllo e gelosia patologica come segni di interesse o amore. Dunque, uno degli aspetti più complessi emersi dallo studio riguarda la difficoltà degli adolescenti nel distinguere tra gesti d'amore e comportamenti violenti. Questo fenomeno è strettamente legato a narrazioni culturali che alimentano il controllo e la romanticizzazione di dinamiche disfunzionali, spesso presentate come normali o desiderabili. Questa visione distorta sottolinea una grave mancanza di educazione su ciò che il consenso realmente significa: un accordo esplicito, volontario e necessario per il rispetto della persona. Vi raccontiamo degli aspetti di questo studio qui di seguito ma vi invitiamo a leggere l’interessantissima Survey Teen 2024. Il consenso questo sconosciuto Il consenso è spesso frainteso come implicito o accessorio, una distorsione che mina profondamente l'integrità delle relazioni. Questo messaggio banalizza i confini personali e normalizza comportamenti che violano il consenso, trasformandoli in gesti accettabili o addirittura romantici. La mancanza di consapevolezza sul significato del consenso lascia spazio a interpretazioni pericolose. Gesti invasivi, come baciare senza permesso o toccare senza consenso, sono percepiti come innocui, mentre rappresentano violazioni profonde dell'autonomia personale. È cruciale che i giovani comprendano il valore di questi gesti e il ruolo che il consenso gioca nel garantire relazioni sane e rispettose. Il controllo confuso con l’amore. Comportamenti di controllo , come decidere cosa il partner possa indossare, esigere l'accesso ai social network, imporre limiti sulle amicizie o chiedere la geolocalizzazione, sono spesso interpretati come segni d'interesse e amore, quando in realtà rappresentano i primi segnali di relazioni sbilanciate e oppressive. Questi atteggiamenti, definiti "campanelli d'allarme", limitano la libertà individuale e possono evolvere in forme più gravi di abuso psicologico o fisico. Ragazzi e ragazze che vivono queste esperienze spesso sottovalutano le conseguenze di tali comportamenti, considerandoli manifestazioni di cura e attenzione del partner. Questa percezione è alimentata da modelli relazionali diffusi attraverso la famiglia, i social media e le serie TV, che spesso normalizzano la gelosia patologica e il controllo. Un esempio significativo è il concetto di gelosia. Spesso considerata un segno imprescindibile dell'amore, la gelosia patologica è in realtà frutto di insicurezza e paure irrazionali conducendo a delle reazioni esagerate e aggressive. La gelosia adattiva, al contrario, può stimolare il dialogo e rafforzare la comprensione reciproca di bisogni e sentimenti se basata dati razionali. L'educazione sentimentale diventa essenziale per aiutare i giovani a distinguere tra le due forme di gelosia, tracciando una linea chiara tra relazioni adattive e disadattive. L'amore, così come l'amicizia e altre relazioni funzionali, si basa sulla fiducia. Relazioni prive di questo elemento sono destinate a generare insicurezza, controllo e, in casi estremi, violenza. Le differenze di genere giocano un ruolo significativo nella percezione del consenso e della violenza. Come vengono educate le ragazze e i ragazzi a riguardo? La Survey evidenzia come ragazze e ragazzi ricevano educazioni divergenti in merito. Le ragazze sono spesso educate a proteggersi e a evitare situazioni di rischio, ma raramente ricevono strumenti per affrontare forme di controllo emotivo o psicologico, lasciandole vulnerabili a manipolazioni più sottili. I ragazzi, invece, crescono spesso senza una chiara comprensione del rispetto dei confini altrui, influenzati da stereotipi che li spingono verso modelli di dominio e controllo. La cultura dominante, quindi, insegna alle ragazze come difendersi, ma non insegna ai ragazzi a rispettare i confini e ad assumersi le proprie responsabilità. Questa mancanza di educazione alimenta un sistema in cui entrambe le parti sono vittime: le ragazze di atteggiamenti abusivi, i ragazzi di un sistema educativo che non li responsabilizza. È necessario spostare il discorso verso un piano di equità, in cui tutti possano sviluppare una comprensione sana e rispettosa delle relazioni. Inoltre, frasi come "se ti tira i capelli è perché gli piaci" o "sei pesante se ti arrabbi per un fischio" banalizzano esperienze di abuso, giustificando l’aggressore e spostando la responsabilità sulla vittima. Questo fenomeno si lega al victim blaming, che sposta l’attenzione dalle azioni di chi commette violenza alle scelte della persona che la subisce. Espressioni come "non avrebbe dovuto vestirsi così", "se non voleva, perché era lì a quell’ora?" o "con quel passato, cosa si aspettava?" trasferiscono implicitamente la responsabilità dell’abuso sulla vittima, minimizzando la gravità della violenza. Questi atteggiamenti fanno parte di una più ampia rape culture, una pseudocultura che tollera la violenza sessuale e giustifica l’aggressore attraverso narrazioni che presentano l’uomo come predatore naturale e la donna come preda sessuale. Questa cultura si manifesta anche nel linguaggio quotidiano e nelle interazioni sociali, contribuendo a una normalizzazione della violenza e perpetuando disuguaglianze di genere. Domandarsi "che peso hanno le parole che usiamo?" è fondamentale per comprendere come il linguaggio possa influenzare la percezione della realtà e contribuire alla tolleranza della violenza. Le conseguenze di questa cultura in adolescenza. Le conseguenze di queste dinamiche sono evidenti nelle esperienze quotidiane degli adolescenti. La Survey Teen 2024 rivela che il 43% delle ragazze ha ricevuto commenti espliciti e indesiderati sul proprio corpo e che 1 ragazza su 4 ha subito richieste sessuali non volute. Questi episodi non solo minano l’autostima delle giovani, ma influenzano negativamente la loro percezione del corpo e la capacità di costruire relazioni sane e rispettose. Allo stesso tempo, gli adolescenti LGBTQ+ affrontano violenze specifiche, spesso aggravate dall’isolamento sociale e scolastico. Il 40% degli adolescenti LGBTQ+ ha subito bullismo omofobico o transfobico: insulti, esclusione, aggressioni fisiche e cyberbullismo sono tra gli episodi più comuni. Queste esperienze alimentano ansia, depressione e un senso di solitudine, rendendo questi giovani ancora più vulnerabili alla violenza. Un ruolo cruciale in queste dinamiche è giocato dalla mascolinità tossica, che influisce negativamente sia sui ragazzi sia sulle loro relazioni. Secondo la Survey, il 42% dei ragazzi si sente obbligato a rispettare standard di forza, dominanza e invulnerabilità. Questi standard li spingono a reprimere le emozioni e a giustificare comportamenti abusivi come reazioni "normali" a conflitti o frustrazioni. La mascolinità tossica non danneggia solo i ragazzi, ma genera relazioni squilibrate, in cui il controllo e l’aggressività diventano modalità accettabili di gestione del potere. Infatti, gli stereotipi di genere permeano profondamente la cultura adolescenziale, influenzando le aspettative e i comportamenti nelle relazioni interpersonali. Questi pregiudizi, tramandati culturalmente, costruiscono modelli rigidi di mascolinità e femminilità, ostacolando lo sviluppo di relazioni autentiche e basate sull’equità. La Survey Teen 2024 evidenzia quanto questi stereotipi siano ancora radicati: il 38% degli adolescenti ritiene che "le donne abbiano bisogno di un uomo che le protegga", mentre il 36% pensa che "gli uomini abbiano bisogno di una donna che si prenda cura di loro". Questi dati riflettono visioni rigide e limitanti che influenzano non solo la percezione di sé, ma anche il modo in cui si vede il genere opposto. Questo scenario evidenzia l'importanza di intervenire tempestivamente per promuovere una cultura relazionale più adattiva. Per prevenire la cronicizzazione di atteggiamenti violenti, è essenziale intervenire fin dalle prime fasi dello sviluppo, promuovendo valori e credenze che sfidino stereotipi radicati. Gli stereotipi di genere , infatti, influenzano i ruoli sociali e possono orientare gli individui ad assumere atteggiamenti giustificatori o tolleranti verso la violenza. Inoltre, la Survey Teen 2024 evidenzia che 1 adolescente su 3 ha subito episodi di violenza o commenti espliciti sul proprio corpo. Questo dato mette in luce una realtà preoccupante: il corpo degli adolescenti è costantemente sotto minaccia, sia fisica che simbolica. Tali episodi alterano la percezione di sé, portando a una svalutazione personale e a una riduzione della fiducia negli altri. È essenziale domandarsi come questi commenti influenzino la costruzione dell’identità e che valore venga attribuito al corpo degli altri, per comprendere l’impatto a lungo termine della violenza. Assistere a fatti violenti. Un elemento spesso trascurato è il ruolo di chi assiste alla violenza . Molti adolescenti si trovano intrappolati in un conflitto di lealtà verso i propri amici o coetanei, che li porta a non intervenire, anche quando riconoscono comportamenti abusivi. La domanda chiave è: quando una questione privata diventa una responsabilità comune? Educare i giovani a riconoscere la violenza non solo quando ne sono vittime, ma anche quando ne sono testimoni, è cruciale per costruire una cultura collettiva di rispetto e responsabilità. Per affrontare le dinamiche che perpetuano la violenza di genere tra adolescenti, è fondamentale investire in un’educazione affettiva e sessuale che vada oltre la semplice trasmissione di informazioni. Questa educazione deve concentrarsi sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva, una competenza chiave per prevenire atteggiamenti violenti e costruire relazioni sane. Viene definita come la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le emozioni proprie e altrui, rappresentando un fattore protettivo contro la violenza di genere. Educare per prevenire. Studi recenti dimostrano che le ragazze riportano livelli più alti di intelligenza emotiva rispetto ai ragazzi, ma questa non è un’abilità innata: può essere insegnata e sviluppata. L’intelligenza emotiva consente di riconoscere segnali d’allarme nelle relazioni tossiche e di intervenire come testimoni di abusi. Investire nel suo sviluppo attraverso percorsi educativi è quindi una strategia fondamentale per prevenire la violenza e promuovere relazioni sane. I dati della Survey Teen 2024 di Fondazione Libellula sottolineano l’urgenza di affrontare la violenza di genere tra adolescenti. Per spezzare questa catena, è necessario un impegno collettivo che coinvolga scuole, famiglie, aziende e comunità. Solo fornendo ai giovani gli strumenti per riconoscere e combattere la violenza, promuovendo relazioni autentiche e rispettose, sarà possibile costruire una società equa e inclusiva. Per molte ragazze, l’essere protette o accudite viene erroneamente associato all’amore e alla sicurezza, mentre l’indipendenza o l’assertività possono essere percepite come una minaccia alla dinamica tradizionale della coppia. Al contrario, per i ragazzi, la necessità di apparire forti e dominanti rafforza l’idea che l’amore si dimostri attraverso il controllo o la superiorità, perpetuando una cultura di dominio maschile. Questi modelli predefiniti non solo limitano la libertà personale, ma impediscono la costruzione di relazioni equitative, dove entrambi i partner possano essere riconosciuti per la loro unicità e il loro valore. Infatti l’UNESCO sottolinea l’importanza di integrare nei programmi scolastici un’educazione alle relazioni che promuova salute, diritti umani ed equità di genere. Tuttavia, per essere efficace, questa educazione deve essere dinamica e partecipativa, aiutando i giovani a: riconoscere i segnali di pericolo nelle relazioni, distinguere tra dinamiche sane e tossiche, sviluppare empatia e intelligenza emotiva per favorire il rispetto reciproco e la comprensione e superare gli stereotipi di genere, che condizionano negativamente le aspettative e i comportamenti. Non basta un approccio informativo: è necessario coinvolgere attivamente gli adolescenti, creando spazi sicuri in cui affrontare temi delicati come la violenza, il consenso e l’autostima. Il ruolo della scuola e della famiglia. Le scuole rappresentano il luogo ideale per raggiungere la maggior parte degli adolescenti e hanno la responsabilità di progettare interventi efficaci e continuativi. Le scuole, quindi, devono diventare spazi dove gli studenti possano "abitare", sperimentando relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto. Tuttavia, per massimizzare l’impatto, è fondamentale coinvolgere anche le famiglie in un dialogo costante perché svolgono un ruolo cruciale fungendo da modelli di relazioni sane e promuovendo ascolto e rispetto reciproco. Coinvolgere i genitori in percorsi educativi può rafforzare i messaggi trasmessi a scuola, creando un approccio sinergico. Le neuroscienze dimostrano che l’apprendimento coinvolge non solo il cervello, ma anche la sfera emotiva: è quindi fondamentale che le famiglie e le scuole collaborino per favorire lo sviluppo di un ambiente positivo e sicuro. Il ruolo delle aziende: comportamenti etici! Le aziende possono contribuire significativamente a questa trasformazione attraverso: campagne pubblicitarie consapevoli che sfidino gli stereotipi di genere e promuovano modelli positivi di comportamento, progetti educativi che finanzino programmi di sensibilizzazione nelle scuole e nelle comunità per combattere la violenza di genere, formazione del personale per creare ambienti di lavoro inclusivi, riflettendo valori di equità e rispetto e media e pubblicità che evitino rappresentazioni sessiste, esaltando invece la diversità e l’uguaglianza. In conclusione Questo approccio sistemico ha un impatto anche sugli adolescenti, poiché i valori trasmessi dagli adulti—genitori o meno—modellano le nuove generazioni. La violenza di genere, dunque, si manifesta quindi in molteplici forme tra gli adolescenti, colpendo sia ragazze sia ragazzi, così come gruppi minoritari come gli adolescenti LGBTQ+. Le esperienze di violenza non si limitano a contesti estremi, ma si radicano nel quotidiano, influenzando profondamente le percezioni di sé e le relazioni future. È, di conseguenza, fondamentale intervenire attraverso l’educazione affettiva e relazionale, sfidando stereotipi e modelli disfunzionali per promuovere relazioni basate sull’equità, sul rispetto e sull’autenticità.
- 1st IAAP Conference on Childhood and Adolescence: il nostro contributo sul modello del Compagno Adulto
Incontri di fine estate: Fiori d’Acciaio alla 1° Conferenza Europea IAAP sull’Infanzia e l’Adolescenza Sul finire dell’estate, dal 28 al 30 agosto 2024, si è tenuta la prima Conferenza Europea sull’Infanzia e l’Adolescenza organizzata dall’ International Association for Analytical Psychology (IAAP). Nella cornice della città di Siracusa professionisti da tutto il mondo si sono incontrati per riflettere insieme sugli sviluppi contemporanei nella teoria e nella pratica dell’approccio analitico con l’adolescente. Cogliendo la preziosa opportunità di scambio e condivisione, Fiori d’Acciaio è partita con entusiasmo da Roma per partecipare alla Conferenza! Il viaggio della nostra partecipazione è iniziato ben prima, quando un piccolo gruppo di lavoro si è riunito per riflettere sul contributo che la nostra Associazione potesse portare al dialogo, sempre vivo, sull’Adolescenza. Abbiamo deciso di cogliere l’occasione per far conoscere al pubblico internazionale un modello di lavoro con l’adolescenza ancora poco noto, il modello del Compagno Adulto , e le peculiarità di questo intervento con la popolazione degli adolescenti ritirati sociali . La partecipazione di Fiori d’Acciaio ha previsto la creazione di un Poster che, ispirandosi al titolo della Conferenza, è così intitolato: “New forms of suffering, new forms of intervention: the Compagno Adulto model”, ovvero “Nuove forme di disagio, nuove forme di intervento: il modello del Compagno Adulto”. Da dove siamo partiti… Nella nostra esperienza ci siamo accorti esserci ancora molta confusione rispetto al modello del Compagno Adulto e al lavoro che svolgono gli operatori che vestono questo ruolo. A partire dalla necessità di far conoscere ad un pubblico così ampio per provenienza geografica un modello ancora poco conosciuto e soprattutto praticato in un territorio ancora molto limitato, quello dell’area metropolitana di Roma, ci siamo fatti guidare dalla storia e dalle origini di esso. Il nostro lavoro affonda le sue radici nell’esperienza decennale sul territorio romano, ancora prima della nascita della nostra Associazione, con l’adolescenza a rischio. A partire da questa eredità, Fiori d’Acciaio ha costruito negli anni un modello di intervento di Compagno Adulto all’interno del quale sono confluite le esperienze dei responsabili e degli operatori che ancora oggi animano il nostro servizio. Nel corso degli anni il nostro modello si è ampliato e strutturato intorno ad una forma di disagio sempre più diffusa, il ritiro sociale, creando un’area di intervento dedicata a questa popolazione. Nell’ambito delle adolescenze a rischio, l’adolescenza ritirata rappresenta un ambito che sta raccogliendo molta attenzione, dove sono ancora moltissimi gli interrogativi rispetto alla progettazione di un intervento clinico. Rappresenta altresì una condizione nella quale le peculiarità della figura terapeutica dell’operatore e del setting di Compagno Adulto emergono in modo evidente come condizioni necessarie alla costruzione di una relazione terapeutica. Una delle sfide principali nella creazione del poster è stata quella di poter tradurre la locuzione “Compagno Adulto”, che rappresenta allo stesso tempo il modello teorico-clinico, il progetto di intervento e la figura terapeutica dell’operatore. La particolarità di questo modello di intervento è rappresentata proprio dalle caratteristiche della figura del Compagno Adulto: un giovane psicologo in formazione che fa proprie le sfumature di significato contenute nel nome della sua figura professionale. Il particolare momento di vita in cui si trova l’operatore lo rende abbastanza vicino per età e per percorso di crescita al giovane adolescente, così da poter esser riconosciuto come un “compagno”; allo stesso tempo, in quanto giovane adulto, abbastanza distante per poter essere percepito dai ragazzi come un “altro” (Cordiale, 2017). La coesistenza di queste due caratteristiche del compagno adulto costruisce le basi per un incontro che possa offrire all’adolescente “nuove opportunità di confronto e identificazione” ( ibidem ). Riflettendo sulla profonda risonanza del significato delle parole compagno adulto , abbiamo infine deciso di presentarlo al pubblico della conferenza nella nostra lingua, nell’auspicio che chi vorrà portare questo modello in altre realtà potrà trovare le parole che nel proprio linguaggio e nella propria cultura possano restituirne il significato originale. Per far toccare con mano il lavoro che portiamo avanti nel quotidiano con i ragazzi seguiti dall’Associazione, abbiamo arricchito il lavoro con due casi clinici particolarmente rappresentativi, avendo cura di mascherare e non rendere riconoscibili le persone interessate dalle storie. I due casi rappresentano rispettivamente un esempio del nostro lavoro con i ragazzi in ritiro sociale e del lavoro di equipe e multidisciplinare che sempre fa da impalcatura portante all’intervento. Nel lavoro di Compagno Adulto la mente del clinico rappresenta il setting all’interno del quale sono contenute le coordinate dell’intervento. Per questa ragione il dialogo e il confronto con i diversi professionisti coinvolti e gli operatori d’acciaio che compongono il gruppo di lavoro dell’Associazione si configurano come risorse imprescindibili: più saranno le figure che tengono a mente l’adolescente, più l’adolescente sentirà di essere contenuto. Il poster prodotto dal nostro gruppo di lavoro rappresenta una piccola cartolina del lavoro che da tanti anni portiamo avanti, un lavoro che si arricchisce nello scambio con i diversi interlocutori dell’adolescenza. Siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla curiosità e l’interesse con cui è stato accolto il nostro intervento e dal grande entusiasmo mostrato soprattutto dai giovani colleghi in formazione, adulti e professionisti pronti a raccogliere la sfida dell’adolescenza (Winnicott, 1971). Bibliografia Montinari, G. (Ed.). (2006). Rifornimento in volo. Il lavoro psicologico con gli adolescenti (Vol. 28). FrancoAngeli. Cordiale, S., & Montinari, G. (Eds.). (2012). Compagno adulto. Nuove forme dell'alleanza terapeutica con gli adolescenti (Vol. 46). FrancoAngeli. Cordiale, S. (2017). “Spazi Intermedi. “Rifornimento in volo” per adolescenti in difficoltà” in in Carbone, P., Cimino, S. (a cura di) Adolescenze. Itinerari Psicoanalitici , Roma, Edizione Magi. Winnicott, D. W. (1971). Playing and Reality , Tavistock Publications. Clicca qui per approfondire i nostri Case Studies
- Kiki, consegne a domicilio
Kiki è il nome di una giovane strega alle prese con la propria crescita, uno dei quei personaggi bellissimi che Miyazaki racconta in uno dei suoi lavori. Quando Kiki si trasferisce in una città completamente sconosciuta trova aiuto in una giovane fornaia che le dà la possibilità di scoprire ed entrare in contatto con le sue risorse e le capacità. Si tratta di un percorso bellissimo di crescita, scoperta e contruzione di una nuova identità. "Kiki", il nostro laboratorio di bakery: sperimentare per crescere. Non potevamo che partire da qui per uno dei nostri progetti di laboratorio! “Kiki, consegne a domicilio” è il nome del Laboratorio di Bakery proposto da Fiori d’Acciaio con il coinvolgimento di Fabrizio di Salvo. Si tratta di uno spazio pensato per i ragazzi dai 12 anni in su. L’obiettivo del laboratorio è proprio quello di prendere parte a un processo di creazione che permetta di mettere in campo le proprie risorse e a scoprirne di nuove. Attraverso la preparazione di impasti e prodotti da forno, l’attività del laboratorio introduce diversi elementi: la sensorialità, la manualità, la sperimentazione, la creatività e la condivisione. Cronache da un laboratorio Lo scorso maggio abbiamo organizzato il primo incontro di questo laboratorio di Bakery e vorremmo condividere qualcosa in più su questa bellissima esperienza. Lo straordinario Fabrizio di Salvo, nostro maestro e guida in questa attività di panificazione, ha accolto un piccolo gruppo di partecipanti con la dott.ssa Eugenia Cassandra. Questa volta hanno deciso di farci fare un viaggio bellissimo proponendoci di preparare la focaccia. I ragazzi sono arrivati in sede, c'è fermento. Alcuni si sono fatti accompagnare, altri sono arrivati da soli in sede o con uno dei nostri tirocinanti. La stanza è stata allestita e tutto è predisposto. Il gruppo si è riunito intorno a un grande tavolo preparato per l’occasione e il maestro ha raccontato l’attività prevista illustrando gli ingredienti e gli strumenti disposti sul piano, invitando tutti ad esplorare gli ingredienti attraverso l’olfatto, il tatto e la manipolazione. Si percepisce un po’ di tensione per l’inizio dell’attività, ma gli ingredienti disposti sul tavolo aiutano a creare un punto di attenzione condivisa da tutti. Il primo passaggio è stato pesare la farina con una piccola bilancia analogica e a turno sono state riempite le ciotole della quantità prevista per fare due piccole focacce ciascuno. Il lievito è stato poi sbriciolato sulla farina ed è stata aggiunta l’acqua per amalgamare il composto. Prima con l’aiuto di un cucchiaio e poi con l’aiuto delle mani, piano piano l’impasto ha cominciato a trasformarsi. Viene richiamata l’attenzione dei vicini e del maestro per cercare di capire quale sarà la consistenza giusta. In effetti la consistenza particolare dell’impasto ha stimolato molta curiosità, creando un momento di esplorazione della materia: i ragazzi si sono divertiti a giocare con l’impasto che ha ricordato loro il gioco con il das e con lo slime! Le esperienze sono state diverse: che succede se aggiungo altra acqua? e con la farina? Le mani sono ricoperte di impasto e ciascuno lavora per modulare la consistenza del proprtio composto tra stupore, imbarazzo e chiacchiere. Fabrizio segue con cura i passaggi di ognuno e commenta stimolando tutti in modo carino ma puntuale. Durante i vari step della preparazione si sono creati piccoli momenti di collaborazione: c’era chi distribuiva le ciotole, chi assisteva i compagni nel pesare la farina, chi si proponeva come sperimentatore di ogni nuovo passaggio. Quando l’impasto ha raggiunto la consistenza desiderata, le ciotole sono state ricoperte con la pellicola trasparente su cui ognuno ha scritto il proprio nome e sono rimaste a riposare per il tempo di un’ora circa di lievitazione. Questo è stato il momento dell'attesa, della conoscenza e delle chiacchiere. Dopo aver pulito lo spazio è stato proposto di giocare a un gioco da tavolo che ha catturato l’attenzione dei ragazzi ed è stato accolto con molta vivacità. Questo tempo ha permesso di creare un ulteriore spazio di condivisione strutturato intorno ad un’attività diversa ma in continuità con la dimensione del gioco e della socialità. Passato il tempo della lievitazione gli impasti sono stati ripresi ed è stato possibile osservare la loro trasformazione: la scoperta attraverso i sensi e la manipolazione ha permesso loro di sentirsi partecipi in prima persona al processo di creazione. Piano piano il tavolo viene riapparecchiato per riprendere la preparazione della focaccia; nel riavvicinarsi alla propria ciotola lasciata a riposare sono tutti molto sopresi e soddisfatti di ritrovare l’impasto cresciuto e lievitato. Fabrizio prende il proprio impasto e mostra come bisogna procedere: bisogna ungersi le mani di olio e con l’aiuto di un po’ di farina si deve impastare con movimenti circolari molto precisi. Il maestro è molto attento a seguire ognuno in questa fase e si procede seguendo il giro del tavolo come nei passaggi precedenti. Mentre tutti i ragazzi lavorano all’impasto, gli operatori oliano le teglie. Con un piccolo forno sono state cotte le prime due focacce che, ancora calde, sono state assaggiate con grande piacere. I ragazzi hanno poi preparato le teglie con i propri impasti ancora crudi per portarle a casa e cucinarle, con grande soddisfazione del lavoro fatto insieme. Tutti i ragazzi si sono mostrati entusiasti dell’esperienza e desiderosi di ripeterla, fantasticando di poter preparare anche dolci e proponendo possibili ricette! Ci è piaciuto cosi tanto che vogliamo rifarlo Entrare a contatto con gli ingredienti e la materia prima e partecipare attivamente alla preparazione del composto hanno permesso di prendere parte a un processo di creazione che tiene in sé la cura e la creatività. La guida di un maestro “esperto” e la collaborazione con il gruppo dei pari hanno permesso di prendere parte a un’attività nella quale ognuno ha potuto sentirsi competente e rispecchiato nelle proprie capacità e risorse. La presenza e il contenimento di psicologi e psicoterapeuti ha permesso di creare un ambiente accogliente e pensato per tutti, sottolinando aspetti di socialità ed emotività sane. Trasformazione e gioco sono parte fondamentale del processo di crescita che ci accompagna durante tutto l’arco della vita. Attraverso il gioco diventa possibile sperimentare e sperimentarsi all’interno della relazione e attivare processi di profonda trasformazione, di procedere con fiducia nella scoperta di sé e degli altri. Come osservava Donald Winnicott: “È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell'essere creativo che l’individuo scopre il sé.” Qui tutti i dettagli per i prossimi appuntamenti del nostro Bakery Lab
- Encanto
Una analisi psicologica di un film di animazione Disney Il cartone animato “Encanto” riesce ad appassionare gli spettatori, mettendo in scena le complicate dinamiche familiari dei Madrigal all’interno di una cornice fatta di illustrazioni vivaci e canzoni orecchiabili. Lo analizzeremo alla luce degli approfondimenti fatti nel corso di formazione “Intervento terapeutico domiciliare integrato e personalizzato per l’adolescenza”. La famiglia Madrigal I Madrigal sono i componenti di una famiglia colombiana numerosa, punto di riferimento per il resto del paese perché ogni suo membro ha un talento magico che mette al servizio della comunità. L’unico personaggio a non avere sviluppato ancora dei poteri è Mirabel, la giovane protagonista e una delle molte nipoti di Alma, la matriarca della famiglia. La magia dei Madrigal ha in realtà radici traumatiche, infatti i poteri magici si sono sviluppati immediatamente dopo la morte di Pedro, il marito di Alma, che si è sacrificato per salvare la moglie e i figli. Alma, convinta di avere ricevuto un miracolo, decide quindi di dedicare la vita alla gestione della propria magica famiglia. Alma, costretta ad abbandonare la propria casa e ad affrontare la morte del marito, sembra però non essere riuscita ad elaborare gli eventi traumatici vissuti. Il trauma, inoltre, si ripercuote anche sulle generazioni successive, dando l’impressione che ogni membro della famiglia senta il peso di dovere ripagare il sacrificio fatto da Pedro (Boszormenyi-Nagy & Spark,1988). All’interno della famiglia ognuno riveste un preciso ruolo basato sul potere posseduto, tanto che l’identità di ogni individuo sembra essere definita esclusivamente dal suo talento. La regola implicita che sembra essere seguita da tutti è infatti quella di aderire perfettamente al proprio ruolo e agli obblighi familiari, in modo da risarcire i sacrifici fatti da Alma e Pedro (Magliozzi, 2022). Alma in questo contesto diventa la portatrice di una visione idealizzata della propria famiglia e il peso delle sue elevate aspettative sembra schiacciare il resto dei suoi parenti. È probabile che lei stessa senta a sua volta di avere con il marito un debito quasi impossibile da risanare, dal momento che lui ha dato la vita per lei. Alma è forse il personaggio che sente maggiormente il peso delle sue aspettative irrealistiche, considerando la propria famiglia come un “miracolo” da conservare. Emergerà infatti che la rigidità di Alma è in realtà un meccanismo difensivo per proteggersi dalla paura di rivivere il trauma della perdita, che ha contagiato l’intera famiglia (Magliozzi, 2022). Secondo la visione di cui Alma è portatrice, la famiglia è un meccanismo perfettamente funzionante, all’interno del quale non sono permessi errori perché causerebbero un malfunzionamento dell’intera struttura. In una cornice così rigida il talento magico dei Madrigal diventa un dono, ma anche una trappola. Avere una dote particolare significa doverla mettere al servizio degli altri ed essere apprezzati soltanto in funzione del proprio talento. Ricoprire un ruolo definito può essere utile per differenziarsi, ma se i suoi confini diventano troppo rigidi è difficile che la persona che lo ricopre si senta libera di uscirne (Boszormenyi-Nagy & Spark,1988). Questa difficoltà si nota in modo particolare in Isabela e Luisa, sorelle di Mirabel. La prima è considerata come la figlia e la nipote perfetta, con il potere di fare crescere ovunque fiori meravigliosi. Isabela sembra quindi non avere il diritto di essere infelice data l’apparente vita senza problemi che conduce. Questo ruolo di “perfettina” la rende incapace di deludere gli altri, al punto da decidere di sposare un uomo che non ama pur di rendere felice la famiglia. La seconda, Luisa, ha una forza sovraumana che la rende capace di portare qualsiasi peso senza mai lamentarsi. Questa, quindi, sente di non potersi mostrare debole agli occhi degli altri e di non dover chiedere l’aiuto di nessuno (Corinovis, 2022). All’interno della famiglia Madrigal tutti sembrano svolgere perfettamente i loro ruoli ed esserne felici, non sentendosi in diritto di fare diversamente. Alma, portavoce degli obblighi familiari, è invece intrappolata nel ruolo di matriarca della famiglia, opponendo resistenza al cambiamento che si sente incapace di gestire. Non a caso, ha difficoltà a integrare Mirabel nella propria visione familiare. Mirabel è infatti l’unica a non avere un talento magico, quindi è possibile che Alma percepisca la nipote al di fuori del suo controllo. Questo la porta ad allontanarla, come in passato ha fatto con il figlio Bruno. Solo alla fine del film Alma riuscirà a mostrarsi vulnerabile e a riconoscere i propri errori, permettendosi finalmente di chiedere aiuto e di riaccogliere in famiglia il figlio (Errore,2022). La figura di Bruno Bruno è uno dei figli di Alma e zio di Mirabel, scomparso ormai da anni. La figura di Bruno è avvolta dal mistero delineandosi come un segreto familiare (Abraham & Torok, 1993). La regola della famiglia è che “non si nomina Bruno” (Encanto,2021), in quanto il suo nome è associato ad accadimenti spiacevoli. Si crea quindi una situazione paradossale, per cui tutti sanno della sua esistenza e in casa Madrigal sono presenti tracce della sua vita trascorsa lì, ma nessuno ne parla. Bruno diventa quindi una figura innominabile, una sorta di fantasma che continua ad esistere all’interno delle mura domestiche e a portare turbamento (Di Croce, 2022). Bruno ha infatti il potere di prevedere il futuro attraverso delle visioni improvvise e di difficile interpretazione, quindi il suo talento spaventa la famiglia che non riesce a comprenderlo. In un contesto in cui ognuno si posiziona in un punto preciso della struttura familiare, chi non riesce a trovare una collocazione chiara viene allontanato. Bruno e Mirabel sono infatti tenuti ai margini della vita familiare (Errore,2022). È proprio Mirabel che sente il bisogno di portare alla luce il segreto legato a Bruno, scoprendo che in realtà lo zio non se ne è mai andato, ma è sempre rimasto nascosto nei sotterranei di casa Madrigal. Il dilemma che tormenta Bruno viene espresso nella frase “me ne sono andato perché il mio talento non aiutava la mia famiglia, ma io amo la mia famiglia” (Encanto,2021). Tutti i Madrigal aderiscono alla regola per cui il proprio talento deve essere utile agli altri e, in caso contrario, non si ha il diritto di essere parte della famiglia. Si potrebbe considerare questo personaggio come un ritirato sociale, per anni rimasto chiuso nei sotterranei, dove ha creato il suo luogo sicuro. In realtà desidera ardentemente stare vicino alla famiglia, ma, al tempo stesso, ha paura di fare soffrire le persone a cui tiene perché incapace di corrispondere alle loro aspettative e per questo vive in isolamento. La sofferenza e il grande bisogno di affetto di questa figura emergono chiaramente dal fatto che abbia scelto di vivere nella cantina confinante con la sala da pranzo di casa Madrigal, così da poter mangiare ogni giorno vicino ai suoi familiari, nonostante loro ne siano inconsapevoli. Bruno diventa una sorte di custode della casa, nella quale si stanno creando delle crepe che solo Mirabel riesce a vedere oltre a lui. Lo zio di Mirabel passa le giornate a impiegare la sua magia per evitare che la casa crolli in pezzi, svolgendo una funzione assimilabile a quella degli adolescenti ritirati che presidiano la casa per evitare che succeda qualcosa di brutto (https://www.fioridacciaio.net/compagno-adulto-hikikomori). In Bruno è presente una grande confusione tra ciò che è reale e ciò che invece non lo è. Ha continuamente visioni confuse, frammentate e fuori dal suo controllo che poi si rivelano essere premonizioni, di conseguenza il piano dell’immaginario si confonde con il piano del reale. Bruno stesso si definisce un “portatore di sventura”, avendo interiorizzato l’immagine negativa che la famiglia ha di lui, quindi dipende dalla famiglia che al tempo stesso è causa della sua sofferenza. Bruno, tuttavia, è dotato di una grande sensibilità che gli permette di vedere in anticipo ciò che gli altri ancora non sanno. Il suo talento però lo rende anche un portatore di incertezza, infatti, prevedendo il futuro mostra agli altri la precarietà del presente. Questo personaggio introduce all’interno di una cornice estremamente rigida la tematica del cambiamento, che però viene percepita come minacciosa. È interessante notare che Bruno venga ritenuto portatore di sventure per avere predetto dei cambiamenti in realtà normalmente associabili al passare del tempo, come l’aumento di peso e la perdita dei capelli (Gutierrez, 2022). Una degli aspetti che forse più colpisce di Bruno è proprio la difficoltà nel categorizzarlo, essendo un personaggio molto complesso. Dolores, cugina di Mirabel, riesce infatti a rendere bene il concetto della fluidità di questa figura nella frase “lo associo al suono della sabbia che cade” (Encanto, 2021). Mirabel e il compagno adulto Mirabel, la protagonista del film, è un personaggio che racchiude una grande sofferenza legata al non sentirsi abbastanza. Mirabel si distingue dagli altri membri della sua famiglia perché non ha nessun talento magico, motivo per cui si sente inadeguata e cerca continuamente di compensare quella che avverte come una sua mancanza (Di Croce, 2022). La protagonista ha molti punti in comune con Bruno, infatti entrambi sono gli “outsider” della famiglia, rifiutati perché introducono il cambiamento. Lei è l’unica, oltre allo zio, ad accorgersi delle crepe che ogni giorno si formano sulle mura della “Casita”, simbolo di un assetto familiare non più funzionante. Il tentativo della protagonista di avvertire la propria famiglia del pericolo potrebbe essere interpretato come l’espressione di un bisogno adolescenziale di essere riconosciuta. Il suo bisogno però viene ignorato e quindi Mirabel, come capita alla maggior parte degli adolescenti, fa l’errore di credere di essere invincibile e di poter “salvare il miracolo” da sola, dimostrando così di essere degna della stima dei familiari. Le sue fantasie di onnipotenza crollano però quando si rende conto di non poter fare nulla per salvare la famiglia, cadendo nello sconforto. Mirabel, infatti, prima di tutto è un’adolescente che avverte il peso delle aspettative e si trova in una fase di costruzione della propria identità, attraversando tutte le fasi critiche proprie della sua età (Lancini,2015). La ragazza trarrebbe grande giovamento dalla presenza di un compagno adulto nella sua vita, che potrebbe disporsi ad entrare in relazione con lei e a fare le cose insieme, permettendole così di sperimentarsi in un’immagine di sé più positiva. Accade spesso che chi vive all’interno di una realtà disfunzionale tenda ad adattarcisi e a considerarla la propria normalità, motivo per cui Mirabel crede che l’unico modo per guadagnarsi un posto in famiglia sia possedere un talento magico e non riesce a vedere le proprie qualità (Boszormenyi-Nagy & Spark,1988). Serve in questi casi un occhio esterno, capace di cogliere ciò che non va e di introdurre nuove prospettive, come appunto fa il compagno adulto. Mirabel, per esempio, dimostra di essere dotata di una grande capacità empatica che le permette di accogliere le paure e le sofferenze delle sorelle e dello zio, facendo emergere l’aspetto emotivo in un contesto interamente basato sulla prestazione. Un compagno adulto potrebbe quindi aiutarla a capire l’importanza del suo ruolo all’interno della famiglia, mostrandole la sua capacità di introdurre dinamiche relazionali nuove all’interno della famiglia. In una realtà in cui tutti sembrano essere straordinari, serve infatti qualcuno che abbia il coraggio di mostrare le proprie fragilità e di tendere la mano a chi ne ha bisogno. È importante sottolineare che il compagno adulto non propone all’adolescente una soluzione ai suoi problemi, ma si pone come un modello di riferimento dotato sia di risorse che di fragilità. L’adolescente riesce infatti a rispecchiarsi nel compagno adulto ed entrarci in relazione perché quest’ultimo si presenta come una persona reale e non come un ideale irraggiungibile. Si può quindi immaginare che, anche se Mirabel fosse stata affiancata da questa figura professionale, non avrebbe trovato una soluzione immediata ai suoi problemi e avrebbe comunque affermato “È la mia occasione: io salverò la magia! Aspetta, come si salva la magia?!” (Encanto,2021). È però probabile che la ragazza avrebbe visto nel compagno adulto qualcuno capace di contenere le sue angosce e di accompagnarla nel processo di maturazione, aiutandola a prendere coscienza dei propri limiti e potenzialità senza farla sentire sola. Ilaria Aquilanti, estratto dell’elaborato di fine corso “Intervento Terapeutico Domiciliare Integrato e Personalizzato per l’Adolescenza” (edizione settembre 2023). Formata Operatore d’Acciaio. Bibliografia Bibliografia Abraham, N., & Torok, M. (1993). La scorza e il nocciolo, trad. it. a cura di L. Russo, Borla, Roma. Boszormenyi-Nagy, I., & Spark, G. M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio. Corinovis; E. (2022). Il valore pedagogico e la morale di Encanto: guida (dolce) ai personaggi. In elenacortinovis.com Di Croce; S. (2022). Encanto: il dolore di non sentirsi abbastanza. In psiche.santagostino.it Encanto. Reg. B. Howard & J. Bush. Walt Disney Studios Motion Pictures, 2021. Errore; G. (2022). Encanto Disney: cosa sono le costellazioni familiari. In sbirillablog.it Gutierrez; M.E. (2022). Encanto: cercando la bellezza nella verità. In www.viewconference.it Lancini, M. (2015). Adolescenti navigati. Edizioni Centro Studi Erickson. Magliozzi; M. (2022). Psicologia e cinema: la magica storia di una famiglia. In MarcoMagliozzi.it
- Hikikomori: il mondo in una stanza
Dentro la stanza. È questo il concetto chiave che ci accompagnerà per tutto questo elaborato. Infatti, con il termine hikikomori ci si riferisce ad una persona che ha smesso di andare a scuola o a lavoro e che passa la maggior parte del suo tempo, se non tutto, a casa o dentro la propria stanza (Kato et al., 2019). Questo termine si riferisce sia alla condizione che alla persona socialmente ritirata. Coniata da Saito Tamaki, la parola hikikomori è composta da hiku, che letteralmente significa “tirare indietro”, e komoru, "ritirarsi" o "chiudersi". Viene tradotta in inglese con “social withdrawal”, mentre in italiano come “ritirato”. Un aspetto interessante è che il verbo komori, con la stessa pronuncia di komoru ma diversa scrittura, significa “fare da babysitter”. Questa sfumatura di significato, oltre a far ipotizzare un continuum tra l’infanzia e “un’adolescenza senza fine” (Olry, 2023), fa riflettere anche sul legame che c’è tra il concetto di amae e di hikikomori, aspetto che verrà trattato in seguito in questo elaborato. Un pò di storia Di hikikomori si comincia a parlare, dunque, dagli anni ’90, anche se forme di ritiro sociale sono state riscontrate già a partire dagli anni ’70. Infatti, tra gli anni ’70 e ’80 si parla di “truancy” (assenteismo ingiustificato) o di rifiuto scolastico, chiamato futoko in giapponese (Kato et al., 2019); Kasahara descrive, invece, casi di “withdrawal neurosis” (nevrosi da ritiro), in cui le persone lasciavano la scuola o il lavoro per lunghi periodi; mentre Lock parla di “sindrome del rifiuto scolastico” (Teo & Gaw, 2010). Tutte e tre presentano delle somiglianze con gli hikikomori di oggi. All’inizio, gli hikikomori sono stati visti come un fenomeno che riguardava unicamente la società giapponese. È su questo aspetto che si è aperto il dibattito sulla visione dell’hikikomori come sindrome culturale oppure come disturbo a sé. Viene, inoltre, ipotizzato che possa essere una forma particolare di coping, di reazione allo stress, una strategia di evitamento in risposta a situazioni sociali e di giudizio sociale percepiti come stressanti. Diventare hikikomori sarebbe un modo per evitare le pressioni che derivano dalla famiglia, dalla scuola e dalla società, una reazione contro i ritmi frenetici e gli standard richiesti dalla società di oggi, che non offre molte opportunità (Ferrante & D'Elia, 2022). Definizione diagnostica Se l’hikikomori è da considerare come sindrome culturale, allora sarebbe dovuto essere inserito nella sezione del DSM-5 dedicata alle sindromi legate ad una cultura, cosa che non è accaduta. Questo può essere dovuto al fatto che sono stati trovati molti casi in molti paesi al di fuori del Giappone, tra cui l’Italia, e continuare a riferirsi all’hikikomori come sindrome culturale giapponese potrebbe portare ad un minor riconoscimento di tale fenomeno al di fuori del Giappone. Inoltre, possono essere il crescente individualismo e l’avvento di internet a spiegare lo sviluppo di hikikomori (Bommersbach& Millard, 2019). Si potrebbe parlare, allora, più che di sindrome culturale, di sindrome legata alla società moderna (Kato et al., 2019). Per quanto riguarda la visione dell’hikikomori come disturbo a sé, il discorso si fa più complicato. Tre gruppi sintetizzano le attuali posizioni degli psichiatri riguardo il fenomeno hikikomori (Tajan, 2015): chi sostiene che le persone hikikomori hanno sempre un disturbo psicologico noto ai sistemi di classificazione diagnostica e che, per questo, non sia essenziale una nuova categoria specifica; chi distingue tra hikikomori primario (senza un evidente disturbo psichiatrico) e secondario (in cui il ritiro è attribuibile alla presenza di disturbi psichiatrici); chi, d’accordo con la differenziazione tra hikikomori primario e secondario, ritiene che per l’hikikomori primario sia necessario introdurre una nuova patologia nella sezione del DSM dedicata alle sindromi legate a una cultura. L’hikikomori, infatti, sono spesso, ma non sempre, classificabili come diversi disturbi psichiatrici già esistenti nel DSM-5 (Teo, 2010). La caratteristica principale degli hikikomori è il ritiro sociale e questo apre a molte diagnosi differenziali tra cui: disturbi d’ansia come l’ansia sociale, la fobia scolare e l’agorafobia; disturbo ossessivo-compulsivo; depressione o altri disturbi dell’umore come la mania; disturbi di personalità come quello schizoide o evitante (Teo & Gaw, 2010). Non è quindi molto chiaro se sono i disturbi psichiatrici a dare origine all’hikikomori, che diventa così un sintomo, o se è la condizione di hikikomori che porta ai disturbi psichiatrici Non esistendo, dunque, nel DSM-5 una diagnosi di hikikomori, sono stati individuati i seguenti criteri (Tajan, 2015; Ministry of Health, Labour and Welfare, 2003): Uno stile di vita incentrato a casa; Presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo; Persistenza dei sintomi per più di sei mesi; Schizofrenia, ritardo mentale e altre patologie psichiatrie sono state escluse; Tra i soggetti con ritiro o perdita di interesse per la scuola o il lavoro, chi mantiene relazioni personali è stato escluso. Per quanto riguarda l’ultimo punto, non vengono però considerate le relazioni online, che invece si riscontrano nelle persone ritirate. Ma quanti sono gli hikikomori? Nel 2019, il governo giapponese ha condotto un sondaggio nazionale, da cui è emerso che in Giappone ci siano 541.000 persone di età tra 15-39 anni e 613.000 persone di età tra 40-64 anni che sono hikikomori, dove il 60% sono maschi (Iwakabe, 2021). Questi numeri indicano che l’1,2% della popolazione giapponese vive in una condizione di ritiro sociale. Nel 2022, si parla 1.5 milioni di hikikomori (https://www.hikikomoriitalia.it/2023/04/studi-hikikomori-giappone-italia.html). In Italia si presuppone una stima di almeno centomila casi (https://www.hikikomoriitalia.it/p/chi-sono-gli-hikikomori.html). Il CNR ha rilevato circa 50.000 hikikomori nella fascia di popolazione tra i 15 e i 19 anni, mentre l'Istituto Superiore di Sanità ne ha identificati circa 65.000 tra gli 11 e i 17 anni in un articolo presentato nel corso di una conferenza svoltasi nel marzo 2023 (https://www.hikikomoriitalia.it/2023/04/studi-hikikomori-giappone-italia.html). Questi numeri, però, potrebbero rappresentare una sottostima della situazione reale, dal momento che non solo questi soggetti si ritirano dalla società, diventando invisibili, ma anche i genitori tendono a nascondere che i figli vivono in una condizione di ritiro sociale per via della vergogna che provano. Come abbiamo già detto, gli hikikomori sono persone che trascorrono la maggior parte del tempo dentro la propria casa, spesso nella propria stanza. Dormono, giocano ai videogames, navigano su internet, leggono fumetti o manga, cercando in questi passatempi una via di fuga dal mondo reale. Perdono contatti con gli amici e anche con gli stessi familiari. Inoltre, invertono la notte con il giorno, stando svegli tutta la notte quando la società dorme e andando a dormire quando il giorno comincia (Kaneko, 2006). Dormire mentre gli altri vivono, potrebbe essere un modo per non sentire la società andare avanti senza di loro, oltre che per evitare di provare vergogna o senso di colpa per non essere riusciti ad andare a scuola o a lavoro. Infatti, mentre all’inizio gli hikikomori possono sentirsi addirittura felici di stare rinchiusi dentro la propria stanza, provando un senso di sollievo nell’evadere dalla propria realtà (Kato, 2019), non possono tuttavia dimenticarsi che sono in uno stato di evitamento. Con il passare dei mesi o degli anni, possono provare solitudine, noia, frustrazione, alienazione e vergogna. Sentono il fallimento e l’inadeguatezza di non riuscire a vivere una vita normale (Iwakabe, 2021). E la cosa peggiore è che non sanno come ricominciare a farlo. Quello che può apparire come una scelta volontaria, diventa uno stato da cui non riescono più ad uscire. Questa sorta di volontarietà, di finto controllo sul proprio ritiro è un aspetto che si può riscontrare negli hikikomori, quando entrano in uno stato ipomaniacale o maniacale, in cui credono di riuscire a fare tutto. Questo può portare ad un duro scontro con la realtà dei fatti. Infatti, può capitare che la sera si ripromettano di riprendere uno stile di vita normale, mentre la mattina non sono in grado di uscire dal letto e, se forzati a farlo, possono sperimentare sintomi come cefalea, panico, nausea, il disagio diventa intollerabile. Quando rientrano a casa i sintomi vanno via. Si illudono che il giorno dopo le cose andranno diversamente e che saranno in grado di uscire, ma non è così e questo accadrà finché non accetteranno la situazione, decidendo di rimanere nella propria stanza (Piotti, 2020). Associazioni con serie tv, videogme, manga e anime A tal proposito c’è una scena in “Good Night World” – un anime disponibile su Netflix dove il protagonista ricorda un hikikomori – in cui il fratello del protagonista, dopo aver cucinato per quest’ultimo che non mangiava da tre giorni, tre giorni che aveva passato chiuso in stanza a giocare ad un videogame, gli dice: “dovresti uscire, anche se non puoi lavorare, dovesti abituarti a uscire, anche solo per una passeggiata. Potresti accompagnarmi al supermercato”. A queste parole, il protagonista reagisce con panico e conati di vomito, tanto che il fratello, rassegnato, dice: “Immagino che tu non possa davvero”. L’hikikomori, dunque, non riesce più a tornare alla normalità e più si isolano e più perdono il contatto con la realtà. “C’erano alcuni amici che cercavano di contattarmi. Più non gli rispondevo, più perdevo il contatto con il mondo esterno”, dice ancora Suzuki (Kaneko, 2006). Questa frase mi fa venire in mente un videogioco, chiamato “Omori”, in cui viene raccontata la storia di un giovane hikikomori chiamato Sunny e del suo alter ego, Omori appunto, che vive nel mondo dei sogni. Il giocatore esplora il mondo reale e surreale del ragazzo con l’obiettivo di superare le sue paure. “Omori” è un gioco interattivo, in cui le scelte del giocatore influiscono sulla trama portando a scenari diversi e, in ultimo, a finali multipli. All’inizio del gioco troviamo Sunny nella sua camera, qualcuno bussa alla porta: è il suo amico Kel. Da quel momento la storia diverge a seconda che Sunny decida di aprire o meno la porta. Se la apre, i due amici, dopo quattro anni di solitudine che Sunny ha passato chiuso in casa, riusciranno a trascorrere dei momenti insieme, recuperando il tempo perso. Il gioco si alterna così tra mondo reale e mondo dei sogni. L’altro fa da ponte verso la realtà. Se Sunny, invece, decide di non aprire, il gioco si svolgerà quasi esclusivamente nel mondo dei sogni. “Più non gli rispondevo, più perdevo il contatto con il mondo esterno”. Senza l’altro, la realtà si perde. La persona stessa si perde, diventa un fantasma. I genitori non possono vederlo, ma possono sentirne i movimenti dietro la porta della sua stanza. La stanza. Ritorniamo per un attimo al disegno di G., raccontato all’inizio di questo elaborato. G. disegna tutte e quattro le stagioni che contemporaneamente vede dalla e nella sua casa, come se tutto il mondo dovesse essere costretto tra quelle quattro mura. Si perde il senso del tempo e dello spazio, quest’ultimo diventa più stretto o più largo a seconda che la stanza diventi una prigione o un luogo di evasione (Aguglia, 2010). In entrambe le situazioni, però, la stanza ingloba tutto, fagocitando l’individuo. Questa immagine evoca in me il ricordo di un monologo di “The Haunting of Hill House”, una serie televisiva Netflix che ruota attorno ai misteri e ai fantasmi di Hill House, la residenza estiva dove la famiglia Crain ha passato un’estate, di cui quindici anni dopo devono ancora renderne conto. Uno di questi misteri è cosa ci sia dietro una porta rossa della casa, che nessuno riesce ad aprire. Tra il significato della Stanza Rossa e quello della stanza di un ragazzo hikikomori ci trovo un parallelismo, basti pensare alla stessa porta che non si apre. Nell nella puntata finale dice: “Mamma dice che la casa è come un corpo umano e che ogni casa ha degli occhi, delle ossa, una pelle e una faccia. Questa stanza è come il cuore della casa. No, non il cuore, ma lo stomaco. Era la tua sala da ballo, Theo. Era la mia stanza dei giocattoli. Una sala di lettura per la mamma. Una stanza dei giochi per Steve. Un soggiorno per Shirley. Una casa sull’albero. Ma era sempre la Stanza Rossa. Indossava diverse maschere per tenerci fermi e calmi, mentre ci digeriva. Io sono come una piccola creatura inghiottita da un mostro”. Prima di correggersi, Nell dice che la stanza è come il cuore della casa e anche per un hikikomori può apparire all’inizio così: il cuore che batte tiene in vita la persona e la stanza tiene in vita il ragazzo. Questa vita, però, è solo apparente, la stanza non è il cuore, ma lo stomaco e sta, di fatto, fagocitando l’individuo. Il tempo, infatti, come abbiamo già detto, scorre diversamente dal mondo esterno e lo stesso ad Hill House, dove passato, presente e futuro si mescolano, diventando la stessa cosa. “Ho sempre pensato che il tempo fosse una linea, che i nostri giorni fossero come tessere di un domino, che cadono l’una sull’altra e così via […] Ma mi sbagliavo, non è affatto così. I nostri giorni ci piovono addosso come pioggia”, ecco che allora è possibile avere inverno ed estate insieme. Non solo il tempo, ma anche la percezione dello spazio cambia. Come la Stanza Rossa cambia aspetto, per diventare un luogo rassicurante per i Crain, così accade per la stanza dell’hikikomori. Internet ed i videogame possono portare l’individuo in un altro posto, che è più rassicurante, avvincente perfino, rispetto alla realtà. A tal proposito, molto interessante è il genere manga isekai, in cui il protagonista del manga, spesso un ragazzo hikikomori, viene trasportato, evocato, reincarnato o intrappolato in un universo parallelo. Questo offre uno spunto di riflessione sulla vita parallela che gli hikikomori vivono nelle loro stanze. Infatti, per quanto rifiutino il contatto con il mondo esterno – da notare la parola “con-tatto”, composta dal termine tatto, che può far presupporre un’interazione fisica con l’altra persona – intessono relazioni virtuali con gli altri, imparano perfino a parlare fluentemente l’inglese, dal momento che giocano di notte, quindi con giocatori internazionali. Oltre ai mondi paralleli in cui si rifugiano giocando ai videogames o navigando su internet, i manga isekai possono svelare il desiderio di condurre un’altra vita. Nell’adattamento anime di uno di questi manga (“Re: Zero, Starting Life in Another World”), il protagonista ritrovatosi nel nuovo mondo, dopo aver subito diverse disavventure, dice una frase importante: “dov’è il mio ruolo da protagonista?”, si chiede, manifestando il desiderio di avere le redini della propria vita in mano, cosa che da hikikomori non ha. Un aspetto interessante dei manga isekai è che spesso il protagonista si ritrova in un mondo che ha le regole di un videogioco e questo non è un caso, dal momento che è l’unica realtà che conoscono o almeno quella più vicina a loro. L’uso di videogames e di internet da parte degli hikikomori apre un dibattito sul rapporto che c’è tra l’uso di questi e lo sviluppo di tale condizione. I mass media tendono a stabilire un nesso di causa-effetto e questo lo si può ritrovare anche nel pensiero comune. L'utilizzo di internet Interessante è stato il commento che ho letto sotto ad un articolo di giornale pubblicato su Instagram, che trattava dell’incidenza dei casi hikikomori nelle scuole del Piemonte (https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/in-piemonte-e-allarme-hikikomori-una-scuola-su-tre-ha-almeno-un-allievo-che-si-auto-isola/). Il commento recita “Sconnettendogli internet e riempiendo il frigo di cibi sani non avranno più motivi per chiudersi in casa. Nn è difficile da curare”, manifestando una visione semplicistica della questione e un’idea di un rapporto causa-effetto tra il ritiro e l’uso di internet, quando questo non è chiaro se ci sia. Infatti, sebbene sia stata trovata una correlazione tra hikikomori e dipendenza da internet (Neoh et al., 2023) e un rischio di sviluppare un Internet Gaming Disorder (IGD) per chi mostra sintomi di ritiro, (Stavropoulos et al., 2019), Aguglia (2010) sostiene invece che sì gli hikikomori usano internet, ma non sviluppano alcun tipo di dipendenza. Inoltre, per quanto gli hikikomori possano essere una popolazione a rischio per l’IGD, un aspetto da considerare è che potrebbe essere difficile distinguere all’interno di questa popolazione che usa per molto tempo il pc quelli dipendenti dagli individui che si appoggiano ad internet come unica finestra di interazione con l’esterno, senza esserne dipendenti. Internet può essere usato in maniera adattiva, come connessione con il resto del mondo. L’uso di internet per gli hikikomori diventerebbe parte della propria identità in un’ottica egosintonica, mentre nel caso della dipendenza da internet, questo comportamento verrebbe vissuto come egodistonico e, perciò, porterebbe a sofferenza (Cerniglia et al., 2017). A livello clinico, quando il navigare assume forme interattive e sociali (come nei giochi di squadra o nei social network) può diventare un fattore protettivo. Il termine ritirato sociale si addice solo in parte agli hikikomori: ne descrive gli aspetti esteriori, ma in realtà̀ gli hikikomori non sempre si ritirano dai contatti sociali, li virtualizzano. In rete incontrano altri giocatori e si relazionano con i loro avatar, combattono, stringono alleanze, stabiliscono legami affettivi, recuperano le relazioni che non riescono ad avere nella realtà. Se si potesse osservare un hikikomori mentre è preso da uno dei suoi giochi online, non si vedrebbe una persona infelice, ma una persona attiva che parla vivacemente con gli altri giocatori di tutto il mondo, lo si vedrebbe scherzare, innervosire, perfino alzare la voce (Piotti, 2020). La vivacità dei rapporti virtuali rispetto alla solitudine del mondo reale è rappresentata bene da una scena di “Good Night World”, già citato precedentemente in questo elaborato. Assistiamo infatti ad una bellissima cena in PLANET – il videogioco in cui si immerge il protagonista – in cui i giocatori chiacchierano, ridono e scherzano come una famiglia e dal rumore felice si passa al silenzio assoluto della camera del ragazzo quando smette di giocare. Finito il gioco ritorna ad essere solo. Online è tutto più facile. Il corpo virtuale che gli hikikomori indossano, infatti, è un corpo vincente, per cui l’incontro con gli altri non resta più un problema. Nei giochi online multigiocatore spesso i giocatori si identificano con il proprio avatar e questo porta, oltre ad una fuga dal mondo reale, ad una compensazione per gli aspetti negativi percepiti nella realtà, come ad esempio accade per gli individui in sovrappeso che creano un avatar in forma (Stavropoulos et al., 2019). Il corpo e il senso di vergogna Il corpo virtuale assume un’importanza maggiore del corpo reale, che svanisce. “Io sono come una piccola creatura inghiottita da un mostro” – ricordiamo che nel nostro parallelismo il mostro è la casa, la stanza – il corpo reale dunque si rimpicciolisce, perde importanza. Prima di perdere importanza, però, il corpo è sentito come oggetto di vergogna. La vergogna è un sentimento che si lega allo sguardo altrui, a cui gli hikikomori si sottraggono perché sentono che nelle relazioni con gli altri non c’è spazio per l’esitazione e la goffaggine che provano (Piotti, 2020). Non c’è spazio per ciò che non rispetta i canoni della bellezza dettati dai nuovi social. Ecco, allora, che si arriva al rifiuto della dimensione fisica del corpo, in cui si evita lo sguardo altrui per nascondere quella parte di sé che è sentita come troppo fragile (Piotti, 2020). Con i videogiochi il rifiuto della dimensione fisica del corpo è facilmente ottenibile. Infatti, come è stato già detto, gli hikikomori si possono identificare con l’avatar che utilizzano e abbandonare così il proprio corpo percepito come poco attraente e indossarne uno bello, forte e vincente (Piotti, 2020). Il rifiuto del proprio corpo può portare anche a desiderare di averne un altro. Un manga interessante a tal proposito è “Inside Mari”, che parla di Isao Komori, un ragazzo hikikomori, che si invaghisce di Mari, una ragazza che vede quando di notte esce per fare la spesa al konbini. Una mattina Isao si sveglia e scopre di essere nel corpo di Mari. Prima della trasformazione, la ragazza viene vista da Isao come un angelo. Isao sente che la sua vita è dolorosa, diventare allora bella e pura diventerebbe un modo per alleviare quel dolore. La trasformazione non è data in un’ottica trans, non è quindi motivata dal sentimento interno “io sono una donna”, ma dal desiderio di fuggire a quel dolore e di diventare qualcosa che la stessa persona hikikomori reputa bella. Tutti i problemi sembrano sparire in lei, quindi voglio diventare lei. I fattori di rischio L’ansia sociale che l’hikikomori allevia con il ritiro è prodotta, quindi, in parte dalla vergogna, che può essere una delle cause che spinge una persona a ritirarsi. Oltre alla vergogna e alla pressione della società che avvertono – di cui abbiamo parlato in merito all’hikikomori come forma di coping – ci sono altri fattori di rischio che sono stati individuati per lo sviluppo di hikikomori. Tra questi annotiamo: un padre assente: il padre, infatti, è solitamente assorbito dal lavoro. Questo unito ad un rapporto molto stretto con la madre potrebbe portare ad una maggiore difficoltà nel diventare adulti indipendenti (Amor et al., 2020); la classe sociale: è stato visto che il fenomeno degli hikikomori si riscontra in famiglie di ceto medio-alto, questo è dovuto anche al fatto che sono le famiglie a dover mantenere il figlio (Aguglia, 2020) il sesso: in Giappone la prevalenza degli uomini hikikomori è di quattro volte superiore rispetto alle donne (Maglia, 2020); l’età: l’esordio avviene tra I 19 e i 27 anni, nel 23% dei casi già al primo anno delle scuole medie (Aguglia, 2020). Non è comunque da sottovalutare la presenza di hikikomori in età adulta e il problema che si pone per gli hikikomori di cinquant’anni con genitori intorno agli ottanta che iniziano ad avere difficoltà nel mantenere loro stessi e il figlio (Neoh et al., 2023); in prevalenza sono figli unici; essere primogeniti: se non sono figli unici, di solito sono primogeniti. In Giappone è il primogenito che deve mantenere il buon nome della famiglia con i suoi successi e questo può aumentare la pressione sociale; il bullismo: spesso gli hikikomori sono vittima di bullismo, ad esempio a scuola, per questo cominciano a non volerci più andare (Maglia, 2020) Rapporto madre-figlio simbiotico: in Giappone si usa il termine amae. Alcuni aspetti della cultura giapponese – dove è nato questo fenomeno – che si è visto contribuire allo sviluppo di hikikomori si ritrovano anche in quella italiana: famiglie iperprotettive, forte investimento narcisistico sul figlio, che diventa protagonista di un riscatto familiare, relazione stretta tra madre e bambino e incertezza data dalle condizioni economiche e sociali (Ferrante & D'Elia, 2022). Piotti individua tre fattori comuni tra l’hikikomori italiano e quello giapponese: la fobia scolare, simili dinamiche tra madre e figlio e hobby come videogames e fumetti. Aspetti, allora, che erano ritenuti tipici della cultura giapponese, si ritrovano anche in altre culture, come quella italiana. Un esempio può essere anche l’amae. Amae è il sostantivo del verbo transitivo ameru che significa “dipendere da e presumere benevolenza dell’altro” (Forsberg, 2012), infatti si riferisce allo stretto legame di dipendenza che si instaura tra il figlio e la madre tanto che il figlio può agire in modo anche egoistico sapendo che dall’altro lato verrà sempre perdonato, qualsiasi cosa egli faccia (Kato et al., 2012). Questo stile genitoriale affettuoso, indulgente e protettivo favorisce la dipendenza dei bambini dai genitori, che continua ad essere accettata anche nell’età adulta, portando così all’accettazione da parte dei genitori del fatto che i figli rimangono a casa per lunghi periodi di tempo (Neoh et al., 2023). Come abbiamo visto all’inizio di questo elaborato, la parola komoru, che compone il termine hikikomori, si pronuncia allo stesso modo di komori, ma la prima significa “ritirarsi”, la seconda “fare da babysitter”. La lingua, in questo caso, fa riflettere sul legame che c’è tra la madre e il figlio hikikomori, che sebbene rifiuti il con-tatto con l’altro, ne ha comunque bisogno per restare in vita, si veda ad esempio che molti mangiano il cibo lasciato fuori dalla porta della propria stanza. L’educazione è, quindi, permissiva e la madre piuttosto che rimproverare o punire mostra dispiacere e vergogna (Aguglia, 2020). Ritorna così la vergogna, tanto provata dagli hikikomori. Questo comportamento iperprotettivo da parte della madre può portare, come abbiamo già detto, a lasciare il cibo fuori dalla porta del figlio hikikomori, sebbene questo favorisca e rafforzi il suo ritiro. Può, inoltre, essere un motivo dei casi di violenza che si riscontrano nelle case degli hikikomori: il ragazzo entra in uno stato di regressione, dove c’è la tendenza a ritornare bambini e a mettere in atto dei comportamenti infantili, c’è quindi il desiderio infantile di possesso, che si lega alla violenza domestica (Ricci, 2006). Sebbene all’inizio fosse stato considerato come tipico e unico della cultura giapponese, ora si ipotizza che sia più universale (Kato et al., 2012). A tal proposito, mi viene in mente un fatto curioso che riguarda il dipinto del pittore Gustav Klimt, “Le tre età della donna”. Se si cerca questo dipinto su internet, ci si imbatte spesso non nel quadro, ma in suo dettaglio: quello della madre con la bambina. Anche su aziende di commercio elettronico quali e-bay, amazon o etsy, i primi risultati al digitare il titolo dell’opera mettono in mostra mercanzie quali quadri, stampe di tela o poster raffiguranti esclusivamente il dipinto tagliato. In alcuni casi non si fa neanche riferimento al titolo originale del quadro, che viene ad esempio sostituito con “Klimt, Maternità”. Riscontro perciò una volontà generale ad escludere se non dimenticare la donna anziana e derelitta così da preservare la grazia e la beatitudine angelica che avvolgono l’abbraccio tra il bambino e la giovane madre. È come se Klimt avesse creato due opere distinte e instillando nel pubblico (o almeno in una sua fetta) un processo collettivo di rimozione. Permane, quindi, nell’immaginario comune questo legame tra madre e bambino che ricorda una relazione di prolungata simbiosi soffice, beata, silenziosa e gioiosa. La madre tende a mostrare un’intensa devozione, ammirazione e sentimento di amore. La posizione della testa inclinata della madre che contorna il bambino nel dipinto di Klimt può rendere in parte questa idea. L’immagine del bambino che si crea è quella di una fragile creaturina che ha bisogno di un continuo affetto e protezione che solo la madre può donare. Dunque, quello che rimane nell’immaginario comune è l’amae. Anche al di fuori dal Giappone possiamo quindi dire di conoscerlo. Trattamenti possibili Ma come si trattano i casi di hikikomori? È difficile che chi è hikikomori cerchi aiuto da solo, per questo è importante l’intervento della famiglia nella richiesta di supporto (Kato et al., 2019). Come per altri disturbi psichiatrici, il trattamento prevede spesso una combinazione di psicoterapia e psicofarmaci (Teo, 2010). Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare del Giappone ha fornito delle linee guida per il trattamento degli hikikomori. Queste raccomandano di combinare la psicoterapia individuale, per trattare i disturbi psicologici individuali, con il sostegno familiare, per identificare gli ambienti familiari potenzialmente stressanti, e con la formazione professionale, per aiutarli ad apprendere competenze sociali e lavorative adeguate (Iwakabe, 2021). Le indicazioni presenti in letteratura prevedono: il setting classico di psicoterapia a studio o la terapia online. Quest’ultima, però, può andare incontro ad un problema: quello della vergogna. Gli hikikomori possono sentire invasiva la webcam nella loro stanza e provare forte imbarazzo a farsi riprendere e questo potrebbe portarli a interrompere la terapia. Altre indicazioni sono: il sostegno genitoriale, interventi su tutta la famiglia e l’intervento educativo sul ragazzo. Ma può risultare complicato mettere in atto questi trattamenti, se l’hikikomori rimane chiuso nella sua stanza senza comunicare nemmeno con la famiglia. Il primo passo da fare, allora, è cercare di far uscire gli hikikomori dalla loro stanza con delle visite a casa. In Giappone chi si occupa di questa fase delicata viene chiamato “sorella in affitto”. Solitamente le sorelle in affitto sono donne tra i venti e i trent’anni che fanno visita alla persona e che cercano di stabilire una comunicazione, un contatto con essa, anche se questo significa stare seduti fuori dalla loro porta e aspettare (Correy, 2012). Possono passare mesi prima che decidano di aprirla e altrettanti mesi possono trascorrere prima che riescano ad uscire di casa. Il lavoro delle sorelle in affitto è quello di reintrodurli al mondo esterno e alle relazioni. Il Compagno Adulto per i ragazzi in ritiro sociale In Italia non ci sono le sorelle in affitto, ma una figura simile, seppur diversa, è quella del Compagno Adulto (https://www.fioridacciaio.net/compagno-adulto , https://www.fioridacciaio.net/compagno-adulto-hikikomori ). Il Compagno Adulto è un giovane psicologo o psicoterapeuta preparato per lavorare con gli adolescenti. Il lavoro non si svolge in uno studio, ma a casa dei ragazzi. Il Compagno Adulto è un modo specifico di condurre gli interventi domiciliari integrati e personalizzati in cui si usano le attività della vita quotidiana in un’ottica terapeutica. Risulta un ottimo intervento terapeutico per le persone che non riescono ad accedere ad un percorso in studio. Il setting domiciliare permette, quindi, di raggiungere gli hikikomori nel loro ambiente domestico, sebbene l’intervento dell’Operatore, come nel caso delle sorelle in affitto, può richiedere molto tempo passato in attesa davanti alla porta chiusa. Un aspetto importante della relazione terapeutica che si va ad instaurare tra ragazzo e Operatore è che è proprio attraverso la relazione con il Compagno Adulto che i ragazzi rimparano a socializzare. Infatti, oltre agli interventi domiciliari, che col tempo si spostano sempre più fuori casa, in fasi più avanzate ci possono essere anche le uscite di gruppo e la partecipazione ai laboratori organizzati dall’associazione di riferimento del Compagno Adulto, tutti ambienti dove la persona può socializzare con persone della sua età e, talvolta, con vissuti simili ai suoi. Far parte di un gruppo aumenta la fiducia in se stessi, la partecipazione ad attività sociali e una reintegrazione nella società (Teo, 2010). Mi piacerebbe finire come ho iniziato: dal disegno di G. Infatti, c’è un particolare che richiama proprio questo tema dell’attesa e della porta chiusa. G. disegna il tappetino con la scritta “welcome” dentro la stanza, quando solitamente è fuori la porta d’ingresso, come a dire “benvenuto è solo chi scelgo io di far entrare”. Da lì le attese fuori la porta. Ma c’è un dettaglio ancora più importante, ovvero che il tappetino c’è, è disegnato e questo svela un desiderio di accogliere l’altro, per quanto lo si rifugga. Il dolore, la vergogna, le difficoltà sono troppo grandi, per cui scelgono di fuggire, isolarsi. Scelgono di star soli. Ma non lo vogliono essere. Un estratto dell'elaborato di fine corso della Dott.ssa Francesca March Operatore d'Acciaio edizione Corso settembre-dicembre 2023. Bibliografia Aguglia, E. (2010). Il fenomeno dell'hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente? Hikikomori phenomenon: cultural bound or emergent psychopathology?. Petralia Giorn Ital Psicopat, 16, 157-164. Bommersbach, T., & Millard, H. (2019). No longer culture-bound: hikikomori outside of Japan. International Journal of Social Psychiatry, 65(6), 539-540. Cerniglia, L., Zoratto, F., Cimino, S., Laviola, G., Ammaniti, M., & Adriani, W. (2017). Internet Addiction in adolescence: Neurobiological, psychosocial and clinical issues. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 76, 174-184. Correy, E. (2012). Hikikomori. Ferrante, L., & D'Elia, V. (2022). When the “disease” concerns the social bond: the case of hikikomori syndrome in the Japanese and Italian context. International Journal of Psychoanalysis and Education: Subject, Action & Society, 2(1), 85-103. Forsberg, J. (2012). Hikikomori in Contemporary Japan: A Perspective of Amae. Iwakabe, S. (2021). Working with social withdrawal, or hikikomori, in Japan: From shame to pride. Journal of Clinical Psychology, 77(5), 1205-1218. Kaneko, S. (2006). Japan's ‘Socially Withdrawn Youths’ and Time Constraints in Japanese Society: Management and conceptualization of time in a support group for ‘hikikomori’. Time & Society, 15(2-3), 233-249. Kato, T. A., Kanba, S., & Teo, A. R. (2019). Hikikomori: multidimensional understanding, assessment, and future international perspectives. Psychiatry and clinical neurosciences, 73(8), 427-440. Kato, T. 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Hikikomori (引きこもり): Ancient term, modern concept. Journal of the History of the Neurosciences, 32(4), 499-505. Piotti, A. (2020). La dimensione hikikomori. Effetti del virtuale nel ritiro sociale. Psiche, 7(1), 123-133. Ricci, C. (2006). Hikikomori, corpi sovversivi in volontaria reclusione. AM. Rivista della Società Italiana di Antropologia Medica, 11(21-26). Stavropoulos, V., Anderson, E. E., Beard, C., Latifi, M. Q., Kuss, D., & Griffiths, M. (2019). A preliminary cross-cultural study of Hikikomori and Internet Gaming Disorder: The moderating effects of game-playing time and living with parents. Addictive Behaviors Reports, 9, 100137. Tajan, N. (2015). Social withdrawal and psychiatry: A comprehensive review of Hikikomori. Neuropsychiatrie de l'Enfance et de l'Adolescence, 63(5), 324-331. Teo, A. R. (2010). A new form of social withdrawal in Japan: a review of hikikomori. International journal of social psychiatry, 56(2), 178-185. Teo, A. R., & Gaw, A. C. (2010). 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- Strappare lungo i bordi e la figura del Compagno Adulto.
Analisi dei protagonisti e ipotesi di intervento “Eppure, nonostante questa esperienza mi riempiva di frustrazione, ogni volta che Secco mi chiedeva: << Ma perché continui a perde tempo con questi ragazzini? >> venivo colto da una specie di orgoglio romantico illuminista, e gli dicevo << Perché nonostante questa frustrazione, io stabilisco un rapporto con questi ragazzi >>, e sai che c’è che magari la terza singolare non gliela avrò insegnerà benissimo, ma qualcosa dei miei valori, della mia persona, passerà. Io alla fine sono quello più grande, ma non ho quell’aurea da vecchio sfigato del genitore. Piuttosto sono una specie di fratello maggiore. Io vedo che quando la loro diffidenza se sgretola, nei loro occhi rimane un misto di curiosità e ammirazione. Alla fine, la gratificazione più bella [..] è sapere che in qualche modo gli sei stato di ispirazione, e che quello che gli hai lasciato se lo terrà per sempre” (Zerocalcare, 2021). La serie animata Strappare lungo i bordi creata da Zerocalcare – di cui è anche protagonista – porta con sé molti riferimenti alla figura del Compagno Adulto. Come spiega chiaramente Figini (2021), il messaggio che Strappare lungo i bordi cerca di far passare è legato al disagio provato da un’intera generazione, che si ritrova a sperimentare un senso di vuoto causato dalla perdita di certezze e di punti di riferimento, come maestri o persone care. Viene suggerita una visione meno egocentrica che permette di vivere, in modo più leggero, le proprie responsabilità e i propri pensieri. Questa serie animata fa luce su tutte quelle difficoltà di adattamento che i giovani – in particolar modo i ragazzi che vivono in contesti socioeconomici svantaggiati – devono affrontare, quali le incertezze sul proprio futuro e le difficoltà di gestione ed espressione emotiva. Zero e l’armadillo “…E mia madre ogni volta dice che questa casa sarebbe proprio bella se non la tenessi così male, che la casa è il tuo primo biglietto da visita, se non si ha il controllo sulla casa non si ha il controllo sulla vita. E io gli vorrei dire che non è il controllo sulla casa, io non ho l’autorità, io regno solo su un pezzo di questa casa, il resto è frammentato” (Zerocalcare, 2021). La prima cosa che salta all’occhio osservando Zero all’interno della serie Strappare lungo i bordi è il disagio - raccontato con umorismo e ironia – che egli sperimenta davanti ogni cambiamento, a ogni scelta, a tutto ciò che sfugge e di cui non ha il controllo. Durante ogni sua fase di vita – raccontata attraverso il fumetto animato – a partire dai 15 - 16 anni in poi, egli sembra farsi carico di tutte le caratteristiche e le emozioni tipiche dell’adolescenza. Tutto questo processo è accompagnato da un flusso di coscienza continuo – un vero e proprio dialogo tra Zero e la sua coscienza – che viene impersonificata dall’armadillo – con tutte le caratteristiche di severità tipiche di questa istanza. Durante la media adolescenza di Zero, notiamo subito alcune caratteristiche tipiche di questa fase, quali il peso delle aspettative che gli adulti hanno su di lui. Questo per una maggiore sensibilità all’approvazione/disapprovazione degli altri, ma non solo. Zero sembra sperimentare un senso di onnipotenza tipico di questa fase. Questo è visibile nella scena animata in classe quando Zero non riesce più a far affidamento sulle sue capacità intuitive per comprendere la matematica. La delusione della maestra fa scattare in Zero un pensiero ossessivo carico d’angoscia, legato al mancato soddisfacimento delle aspettative che la maestra aveva riposto in lui. Di conseguenza tenta di ripristinare di continuo la sua approvazione, come egli stesso afferma: “La mia coscienza mi ripeteva tutti i giorni: «ma lo vedi quanto è triste?», questo pensiero mi devastava mi caricava d’angoscia, passavo le settimane a cercare di riconquistare la sua approvazione […] e Sarah mi ripeteva: «non sei onnipotente, non sei il centro del mondo». Lei ha visto tutte le mie certezze andare in pezzi” (Zerocalcare, 2021). Inoltre, non aver soddisfatto le aspettative della maestra fa scatenare in Zero un senso di colpa rispetto al dolore che egli pensa di averle dato: “Ma non ho smesso di studiare, non ci capisco niente, sono stupido ok? Ma perché mi devi far sentire in colpa? Perché il mio essere stupido deve essere una delusione per te? Ora mi sento che sono stupido e che sono pure un mostro, che do un dolore a questa donna che aveva riposto tante aspettative in me”, un senso di colpa che Weiss (1978) ha definito da responsabilità onnipotente, legato proprio a un eccessivo senso di responsabilità per il benessere e la felicità altrui. Il senso di colpa non sembra essere l’unico fattore che Zero non riesce a controllare. Infatti, andando avanti con l’adolescenza, il protagonista sembra non riuscire a trovare un obiettivo preciso, stabile, come viene narrato nella serie: “Però questa ricerca di lavoro non era finalizzata a realizzare nessun desiderio, nessun obiettivo [..]. Continuavo a mandare curriculum per convincermi che la vita mia stava ancora seguendo quella riga tratteggiata, ma strappavo senza guardare, perché avevo il terrore che se abbassavo gli occhi vedevo che invece mi stavo allontanando sempre di più dalla guida”. Anche se Zero è in grado di riconoscere il suo desiderio, vale a dire scrivere fumetti, egli sembra trovare difficoltà a sviluppare un senso stabile e coerente di obiettivi e a costruire la propria identità. Non a caso, nella storia di Zero ritroviamo il fenomeno di identità virtuale, una strategia difensiva che molti adolescenti attuano di fronte al senso di inadeguatezza rispetto alla propria identità. Questo senso di inadeguatezza può essere sperimentato sia a livello fisico che a livello di relazioni interpersonali. Questa identità virtuale può, comunque, rappresentare un sostegno per il ragazzo, come nel caso di Zero. L’utilizzo di MSN gli ha infatti permesso di instaurare un rapporto intimo con Alice che, in un contesto totalmente reale, vis a vis, non avrebbe potuto prender vita. Come racconta lo stesso Zero: “[..] Pure se dal vivo non ci dicevamo niente ci scrivevamo tutta la notte su MSN, che consentiva l’accoppiamento a noi sociopatici, ma che ci lasciava un certo margine della realtà. Ci dicevamo pure tante cose intime, tanto pure che arrossisci dietro lo schermo non si vede quindi sembravo super disinvolto… questo rapporto virtuale era un appuntamento fisso così intimo che Alice era l’unica persona al mondo che sapeva che nella vita volevo fare i fumetti”. Tuttavia, nonostante queste difficoltà, Zero sembra essere un soggetto funzionante su tanti altri aspetti della propria personalità. Ad esempio, la scena in cui Zero non sa decidere tra una pizza semplice e una differente, se da un lato mostra di base, mostra anche la sua capacità empatica nei confronti del cameriere. La sua empatia, centrale in tutta la serie, risulta infatti una risorsa per Zero, che insieme ad una buona capacità di mentalizzazione (evidente nel dialogo tra lui e l’armadillo rispetto alla reale motivazione delle sue lamentele sul freddo nel treno, di cui è totalmente consapevole) gli permette di stabilire dei buoni rapporti con i ragazzi a cui fa ripetizioni di alcune materie scolastiche, avvicinandosi, senza saperlo, alla figura del Compagno Adulto. Secco e Alice “[..] Avevo due persone che mi consolavano quando mi sentivo un fallito: uno era Secco, che comunque aveva il grande merito di farmi sentire sempre un campione di integrazione e regolarità, e l’altra era Alice, perché era come me. A posteriori posso dire che fondare la propria stabilità emotiva sui fallimenti di un altro non è una grande strategia, però nella tempesta uno si aggrappa tutto” (Zerocalcare, 2021). I personaggi di Secco e Alice ci fanno comprendere quanto il Compagno Adulto potrebbe fare la differenza nella vita di alcuni ragazzi e di quanto il gruppo dei pari sia fondamentale nel favorire lo sviluppo della propria individualità. Secco, come Zero narra, è l’ultimo della classe e mai nessuno, neanche la professoressa, ha mai proiettato alcuna aspettativa su di lui. Si può ipotizzare che il mancato supporto esterno nella vita di Secco lo abbia portato a non credere in sé stesso e nelle proprie capacità, aspetto chiaramente visibile nella sua scelta lavorativa, quale il poker online. Non solo, ma la sua “quasi totale indisponibilità a qualsiasi mediazione o punto di incontro” sembra rappresentare un’incapacità nell’utilizzare le relazioni amicali come supporto per la costruzione della propria identità. Infatti, Secco sembra non comprendere, ad esempio, la scelta di Zero nell’aiutare i ragazzi con i compiti. Tuttavia, questa amicizia sembra proteggere Secco da un possibile risvolto di isolamento sociale. Come riporta la letteratura, il fenomeno Hikikomori parte da un allontanamento dal contesto scolastico e lavorativo e, solo in un secondo momento, si tende ad allontanarsi dalle interazioni sociali e dalle relazioni amicali. Di conseguenza, è possibile ipotizzare che le relazioni amicali che Secco ha instaurato siano stati un fattore protettivo per un possibile risvolto di ritiro sociale. La sua petulante richiesta di andare a prendere un gelato, potrebbe essere letta come il suo modo di condividere un’esperienza con i suoi pari, seppur avente delle caratteristiche meccaniche e ripetitive. Tuttavia, come vedremo nel prossimo capitolo, un Compagno Adulto nella vita di Secco lo avrebbe notevolmente aiutato nell’instaurazione di aspettative positive nella sua vita. Lo stesso vale per Alice. Questa ragazza, centrale nella serie, ci fa soffermare sull’importanza che il Compagno Adulto – e più nello specifico l’alleanza terapeutica tra operatore e ragazzo – può avere nei contesti di profonda sofferenza. Il dolore può essere sperimentato così violentemente da portare, come nel caso di Alice, al suicidio. “Per me non è importante che tu ci sia sempre, ma devo sapere che quando ci sei, ci sei davvero, lo capisci?” La storia di Alice, descritta da genitori e amici come una ragazza solare, nasconde in realtà una profonda sofferenza caratterizzata da difficoltà relazionali e dall’incapacità di seguire un obiettivo prefissato. Alice è infatti il personaggio della serie che avrebbe maggiormente beneficiato dell’affiancamento di un Compagno Adulto durante la sua adolescenza. Come narra lo stesso Zero, Alice, incastrata in una relazione disfunzionale, rifiuta l’aiuto che lui e gli amici cercano di darle ogni qualvolta tornava da loro: “[…] si era incastrata in una relazione brutta… c’era qualcosa di tossico e brutto che aleggiava su quel rapporto. Alice era sparita e quando gli chiedevamo come andava diceva sempre che andava tutto bene, quando si lasciavano piangeva per due giorni e poi ci tornava sempre insieme e lo difendeva fino alla morte” (Zerocalcare, 2021). Sembra chiara la difficoltà di Alice nel chiedere aiuto, fattore comune in molti adolescenti al limite. Infatti, essendo quest’ultimi solitamente vittime di traumi interpersonali di vario tipo, non è raro che trovino difficoltà nell’espressione e nella presa di consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Per questo motivo il Compagno Adulto lavora sulla condivisione dell’esperienza reale dell’adolescente – né narrata né rielaborata – ma interpretata dal ragazzo nel presente. Infatti, nel comunicare il desiderio di voler una presenza non tanto continua quanto reale, Alice accenna a un desiderio di condivisione dell’esperienza reale e nel qui-e-ora con Zero. Allargando questo contesto, egli diventa un suo alleato che riconosce e sostiene la sua vulnerabilità. Ipotesi di intervento Sembra che tutti e tre i ragazzi avrebbero quindi beneficiato dalla presenza di un Compagno Adulto. Cioè, tutti e tre avrebbero tratto dei vantaggi nell’avere una figura da prendere come punto di riferimento per orientarsi tra tutte quelle emozioni e sentimenti che trovano difficili da gestire. Le caratteristiche che accomunano questi tre adolescenti sembrano essere una generale difficoltà a riconoscere e seguire un obiettivo prefissato, una scarsa capacità di instaurare relazioni interpersonali autentiche e/o funzionali, e la sperimentazione di un senso di vuoto causato dalla perdita di certezze e punti di riferimento. Tutti e tre, chi più e chi meno, provengono infatti da un’adolescenza di strada. Di conseguenza, il setting di cui questi ragazzi avrebbero bisogno è la mente del Compagno Adulto, in cui essi possano sperimentare una dimensione bi-personale caratterizzata da un adolescente e un operatore capace di accogliere affettivamente e cognitivamente i suoi bisogni. Nell’ipotizzare un intervento con questi ragazzi, immagino di condividere con loro, sin dai primi incontri, esperienze concrete della loro vita quotidiana: la stesura di qualche fumetto con Zero, prendere uno (o tanti) gelati con Secco facendosi insegnare alcune strategie di poker online, così come farsi raccontare da Alice tutte quelle abilità apprese dai suoi vari studi, esperienze o attività che ha intrapreso nel tentativo di trovare la sua strada: l’università, il volontariato, il pugilato. In altre parole, immagino che attraverso la condivisione delle ferite tipiche del contesto di periferia in cui questi ragazzi vivono quali, ad esempio, un’errata educazione sentimentale («…c’era questa scritta gigante al quartiere mio: “amare le femmine è da froci” che era la sintesi perfetta tra la tradizionale omofobia di borgata e la misteriosa eterofobia che nessuno ha mai visto con esattezza, ma che mi lasciava comunque piuttosto confuso») o l’impossibilità, per diverse ragioni, di ampliare i propri interessi, di sognare in grande e di conoscere realtà più ampie della propria periferia («… la vita mia era quella di un invertebrato spiaggiato al penultimo banco. Stavo sempre con la faccia spiaccicata sul braccio e da quell’angolazione tutto il mio mondo era un pezzo di finestra e un lampione»), sia possibile dar loro una diversa chiave di lettura di queste esperienze. Attraverso identificazioni e proiezioni con un operatore che ha già lavorato sulla sua adolescenza, che è quindi in grado di rispecchiare i ragazzi, Zero potrebbe guadagnare più fiducia rispetto alla possibilità di seguire il suo desiderio di creare fumetti come lavoro, Secco potrebbe scoprire di avere più abilità di quel che crede e Alice potrebbe acquisire maggiori abilità sul piano dialogico emotivo, ed avere così la possibilità di concretizzare ed esternalizzare la propria sofferenza e il suo senso di vuoto. Attraverso la fiducia (terapeutica) instaurata tra operatore e ragazzo e la posizione di ascolto che l’operatore deve necessariamente assumere nei suoi confronti – sia per i suoi bisogni più superficiali sia per le richieste più profonde – questi ragazzi potrebbero rivalutare il proprio potenziale e stabilire quel senso di fiducia interna che era venuto a mancare. È importante, tuttavia, terminare con alcune considerazioni. In primo luogo, questi tre ragazzi non risultano essere tutti al limite della curabilità, aspetto che entra in contrasto con la possibilità di accedere al servizio. Tuttavia, credo che questa serie animata, con tutte le narrazioni di Zerocalcare sulla propria storia e sul proprio contesto, ci abbiano permesso di comprendere alcuni aspetti chiave dell’intervento di un Compagno Adulto. In secondo luogo, sebbene la narrazione fatta da Zero fa riferimento a pensieri ed emozioni presenti anche nella sua prima età adulta, estrapolare i racconti della sua adolescenza ci permette di ragionare su alcune caratteristiche tipiche degli adolescenti con delle difficoltà evolutive. È inoltre imporante menzionare Sarah, un personaggio che, seppur centrale nella serie, non ha trovato spazio in queste riflessioni, in quanto più che essere una ragazza che avrebbe beneficiato un Compagno Adulto nella sua vita, sembra essere lei stessa ad incarnare alcune qualità di questa figura. Sarah appare sempre in grado di saper cogliere i bisogni e le aspettative di Zero. Sa quando ascoltare, quando assecondare e quando restituire un po’ di sé stessa e delle sue capacità di osservazione e mentalizzazione sulla realtà esterna quando Zero viene colto da emozioni negative o non riesce a risalire all’oggettività di una situazione, come accade, ad esempio, durante il memoriale di Alice: “Non ricominciare! Te lo sto dicendo per farti capire che le persone sono complesse, hanno lati che non conosci, hanno comportamenti mossi da ragioni intime, insondabili dall’esterno. Noi vediamo solo un pezzo piccolissimo di quello che hanno dentro e fuori, e da soli non spostiamo quasi niente” (Zerocalcare, 2021). Quando Zero necessita più di uno spazio per essere ascoltato, Sarah è in grado di proporgli un punto di vista meno angoscioso e più rassicurante, senza tuttavia perdere l’affetto che prova nei suoi confronti: “Madonna Zè, ma che gli frega di me, di te, di noi a lei? Lei ha un figlio e non sei te. Tu sei il suo lavoro, uno dei tanti 400 ragazzi che ha visto prima di te e che vedrà dopo di te. Ci hai fatto caso che ogni tanto ti chiama Zeno? TI confonde con Zeno della Terza B. Non sei onnipotente, Zè, non sei il centro del mondo della maestra.Non ti rendi conto di quanto è bello? Che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato? Non ti senti più leggero?" (Zerocalcare, 2021). In altre parole, potremmo dire che Sarah, più che una amica, sembra una sorella maggiore per Zero, e la sua capacità di muoversi perfettamente tra i suoi aspetti Puer e Senex (Jung, 1991) lo aiutano a gestire le sue angosce legate al senso di onnipotenza e a mettere a tacere, alle volte, il lato pressante dell’armadillo. Mi piace pensare che, al contrario di ciò che Zero crede («…sono io quello difettoso, e non posso trovare fuori quello che mi manca dentro»), ci sia per questi ragazzi in difficoltà la possibilità di trovare fuori – a partire dalla relazione terapeutica con l’operatore – quella sicurezza interna che a loro manca dentro, e che l’operatore possa, attraverso il ricordo del disorientamento sperimentato nella sua adolescenza, aiutare l’adolescente a trovare le risposte a quel turbinio di emozioni di cui Zero descrive ogni dettaglio. Un estratto dell'elaborato di fine corso della Dott.ssa Giada Mastrolorenzo Operatore d'Acciaio edizione Corso Febbraio 2022 Bibliografia Figini., A. (2021). Perché vedere “Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare, la serie Netflix diventata un cult. In Sololibri.net. Jung, C.G. (1991). Lo sviluppo della personalità, in Opere, vol. 17, Bollati Boringhieri, 1970. Weiss, J. (1986). Unconscious guilt. In J. Weiss, H. Sampson, & The Mount Zion Psychotherapy Research Group (Eds.), The psychoanalytic process: Theory, clinical observations, and empirical research (pp. 43–67). New York, NY: Guilford Press. Strappare lungo i bordi. Reg. Zerocalcare. Movimenti Production, 2021. Serie Netflix.
- Lettere di fine estate....
....di una paziente. Roma, 30/31.08.23 Questa è stata l'estate più bella di sempre: ho visitato posti, nuotato in mari, scalato monti, preso aerei, visto tramonti, riso molto, camminato tanto, riposato sufficientemente e mangiato biscotti a colazione; potrei intitolarci un libro per quanto importante e significante è, per me. Da quando soffro di disturbi alimentari, il cibo è un problema e i biscotti l'asticella che stabilisce la gradazione del dolore: "il giorno in cui sarò in grado di mangiare un biscotto e chiudere il pacco mi sentirò davvero guarita" ripetevo sempre; a dire il vero quel giorno non è ancora arrivato (e non so se arriverà mai), a me un biscotto ancora non basta, ma nemmeno due o tre, a me di biscotti ne servono almeno cinque, e che ci vuoi fare, so buoni! Però va bene, vanno bene cinque biscotti inzuppati nel latte e poi la giornata può cominciare. Non pensavo che mi sarei sentita libera di non allenarmi per un mese intero, non pensavo di tornare in palestra con quella nonchalance fiera e tranquilla del fatto che ho perso un po’ di massa muscolare ma vinto delle vacanze strafiche, non pensavo di poter mangiare il gelato dopo cena o fare merenda il pomeriggio. Quest'estate ho commesso "sacrilegi" e non è successo niente, mi sono divertita tantissimo e sono a tornata a Roma più bella di prima; tutto il rispetto per le mele ed il petto di pollo... ma senza alcun apparente merito, per pranzo adesso mi preparo la pasta qualche volta e prima di andare a dormire, se ho ancora un po' di fame, rubo qualche cucchiaino di Nutella ai miei coinquilini. In questi anni ho imparato una cosa meravigliosa: "non prendere niente sul personale", è stata la svolta averlo capito, io ho pieno potere decisionale di quello che riguarda me stessa, ci sono altre cose che sono di altre persone e tu GG, non ne hai il controllo, non ne sei responsabile, non hai colpe e non hai sbagliato niente. E così, viste da questa prospettiva, anche tutte le scelte che a me pesa così tanto fare, diventano un po' più facili, gli altri non hanno il diritto di offendersi ed io non ho il dovere di compiacere chiunque. Ma siccome la terapia serve per scavare in fondo, ed io una personcina piuttosto superficiale di certo non sono, faccio parecchio caso a quei momenti nei quali rimango delusa perché capisco dove brucia e dove ancora devo disinfettare bene. Non sono andata con il babbo in montagna, okay un po' me lo aspettavo. Lui sta bene ma è in attesa di risposte derivanti da alcuni valori sballati ed è molto preoccupato di avere qualcosa che non va; io lo capisco e rispetto i timori dell'altro, li faccio anche miei... però chiedevo soltanto di passare una giornata in montagna a fare le nostre cose preferite: passeggiare e ascoltare la musica che ci piace. Invece quel giorno in montagna con me non ci è voluto venire, anzi, mi ha chiesto esplicitamente di fargli un regalo: “andare a vedere la partita di pallone di mio fratello”. "Ecco che ci risiamo" ho pensato. Alla fine l’ho accontentato e per di più non mi sono arrabbiata con nessuno, però in cuor mio ci sono rimasta male. Perché? mi chiedo. Tuttavia, siccome sono state settimane extra positive adesso vorrei chiudere il recap estivo in altro modo, non con me che mi arrovello tristemente. C'è un altro pensiero che ho fatto: diciamo da circa 4 mesi a questa parte ogni tanto prendono luce in me alcune belle idee, messaggi, indicazioni, cose semplici e rassicuranti; e siccome io sento di dover ancora imparare bene a raccontare anche le cose buone che mi capitano dentro ed intorno, allora dirò la mia ultima illuminazione, giusto giusto di qualche giorno fa: "io certamente lascerò che qualcuno si innamori di me; forse non oggi e nemmeno domani, ora ho da fare… ma sicuramente questo accadrà perché è ciò che voglio”. D'un tratto avevo chiaro in mente la persona che sarà al mio fianco; allora ho preso un foglio e l'ho descritta di getto nel dettaglio, così, senza fare nomi, solo chi è, com'è, che fa, come si comporta ed anche come mi fa sentire... soltanto alla fine, rileggendo il testo mi accorsi di aver dimenticato di inserire "quella chimica" che io tanto insisto a cercare nell'altro. Bho, forse l'ho dimenticata perché non serve, forse l'ho dimenticata perché non è veramente così importante come credevo, forse forse basta, la lascio tutta al mio passato la chimica, la lascio a T., la lascio a M., la lascio a tutti coloro dai quali comunque, qualcosa di importante mi sento di aver imparato. GG ..... di una terapeuta. Roma, 10/09/2023 E’ settembre. Andiamo. È tempo di ricominciare. Il lavoro dello psicologo è un lavoro profondo e quindi lento, un lavoro che non ti lascia vedere o raccogliere frutti immediati e concreti. Lasciamo cadere monetine sul fondo di un pozzo e impariamo ad ascoltare l’eco per capire quanto lontano siamo arrivati, ecco quello che facciamo tutto l’anno. Mese dopo mese, seduta dopo seduta. Anche per noi poi arriva l’estate che è fatta di vita, di affetti, di emozioni. E poi torniamo. E’ settembre. Andiamo. È tempo di ricominciare. Rientriamo nei nostri studi con un po’ di lentezza. Ci accompagna un po’ di torpore psichico perchè abbiamo fatto riposare le connessioni neurologiche e il muscolo delle intuizioni simboliche ed interpretative. Rientriamo lontani da obiettivi perchè il nostro lavoro è fatto di monetine lasciate cadere in un pozzo e di attese. E poi capita che una lettera, un recap, ti imponga uno switch on veloce. Perchè noi siamo andati in vacanza ma la terapia che continua a lavorare nei nostri pazienti no. E si torna al quotidiano con la grande consapevolezza che dalle acque di quel pozzo stiano emergendo parti nuove, l’acqua è salita e ha restituito immagini nuove di lune e di stelle, di soli e di affetti. Questi sono i rientri che ci restituiscono il senso del nostro lavoro, che non è fatto di sole parole ma di pensieri, viaggi, cuciture, pacificazioni, crescite. Terapeuta.
- Perchè donare fa bene!
In termini psicologici esiste una sottile ma importantissima differenza tra il donare e il fare un regalo. Il regalo presuppone una aspettativa di ritorno, il dare e ricevere è una esperienza che il più delle volte si concretizza nello scambio di beni materiali. Quando doniamo invece non ci aspettiamo nulla in cambio dall’altro. Sebbene il gesto evochi in noi una sensazione di benessere, non riceviamo e non ci aspettiamo di ricevere nulla dagli altri, proviamo una soddisfazione che nasce dentro di noi. Ma vediamo questo processo più nel dettaglio. Lo scambio di regali è considerata un'attività che rafforza le interazioni sociali degli individui e i legami cooperativi. In questo senso, il regalo assume una funzione sociale portando ad esperienze connotate da una pluralità di emozioni come la gioia e la gratitudine. Queste emozioni facilitano la costruzione di relazioni di reciprocità e l'attuazione futura di comportamenti prosociali sia da parte di chi dona che di chi riceve. Il dono è un gesto altruistico che costituisce uno specifico comportamento prosociale, in grado di: rafforzare il senso di reciprocità e i legami cooperativi degli individui, aumentare la coordinazione comportamentale tra gli individui coinvolti attraverso specifici meccanismi di modulazione neurofisiologica che si verificano quando entrambi gli individui sperimentano gli stessi stati d'animo e le stesse percezioni. Il dono può essere motivato da 3 diversi tipi di sentimento: Il sentimento di responsabilità sociale, che ci motiva ad aiutare chi ci sta intorno. La sensazione di equità, che deriva dal compensare un comportamento compiuto che ha causato un danno. In questo caso il motore è il senso di colpa. Il sentimento di reciprocità, per cui le persone donano basandosi sulla convinzione che un altro, se loro fossero in una posizione svantaggiata, li aiuterebbe. Serve un pò di empatia. Alla base del dono si cela l’empatia, l’impegno e la compassione per tutte le persone che ci circondano. Le capacità empatiche però in molti individui possono essere carenti, per cui questi non riescono a provare compassione e responsabilità per un’altra persona e non provano lo slancio e il desiderio di voler aiutare. La generosità fa parte di ciò che ci rende umani; la nostra capacità di lavorare insieme e di aiutarci a vicenda è stata assolutamente essenziale per la nostra sopravvivenza come specie. L’empatia è una caratteristica che si è conservata nel nostro patrimonio genetico poiché vantaggiosa alla sopravvivenza della nostra specie. Non ci deve quindi stupire sapere che spendere denaro per qualcun’altro favorisca il nostro essere felici. Questo perché quando ci comportiamo in modo generoso - che si tratti di donare denaro in beneficenza o di regalare a una persona cara qualcosa che desidera davvero - creiamo una maggiore interazione tra le parti del nostro cervello associate all'elaborazione delle informazioni sociali e alla sensazione di piacere. Lo dice la scienza. In uno studio condotto dall'Università di Zurigo, i ricercatori hanno dato a 50 persone 100 dollari e hanno chiesto a metà di loro di spenderli per se stessi e all'altra metà di spenderli per qualcun altro nelle quattro settimane successive. Tramite tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI) volte a misurare l'attività cerebrale associata alla generosità e al piacere durante un compito di condivisione sociale, i ricercatori hanno scoperto che chi spendeva soldi per gli altri aveva migliori interazioni con gli altri e sperimentava livelli di felicità più elevati rispetto a coloro che avevano speso i soldi per loro stessi. Fare del bene fa bene agli altri e a noi stessi! Ecco tutti gli effetti positivi su mente e corpo. É dimostrato quindi come le buone azioni generino benessere psicofisico. Ci permettono di entrare in relazione con persone lontane da noi e di dare un significato importante alla nostra esistenza. Il dono si riflette anche in benefici psicologici; spesso le persone riferiscono di provare una sensazione di "calore", un piacere intrinseco nel fare qualcosa per qualcun altro. Questo perchè una parte della ricompensa neurale nel fare un regalo rispetto a ricevere un premio o vincere del denaro è che, essendo un atto sociale, attiva anche percorsi cerebrali che rilasciano ossitocina, un neuropeptide che favorisce lo sviluppo di sentimenti di fiducia, sicurezza e connessione. L’ossitocina, a differenza della dopamina (che invece è prodotta quando riceviamo un premio), è un ormone a più lento rilascio e comporta quindi una sensazione di benessere più duratura nel tempo. Il dono comporta anche un miglioramento dell’autostima e promuove un punto di vista positivo sulla vita che spesso nella quotidianità si rischia di perdere. Fare del bene riduce anche i livelli della pressione, riduce i sentimenti depressivi e ansiosi e riduce l’impatto dello stress. Il dono rappresenta un momento significativo di interazione che caratterizza la vita di tutti gli individui. A seguito del dono si registra anche un aumento dell'emoglobina ossigenata nella corteccia prefrontale dorsolaterale sia in chi dona che in chi riceve. Questo è dovuto al fatto che quest'area cerebrale è particolarmente coinvolta nei meccanismi di interazione sociale, come l'empatia, lo sviluppo della teoria della mente altruistica e la soppressione dei comportamenti egoistici. La corteccia pre-frontale dorsolaterale è anche implicata nella risoluzione di compiti di natura cognitiva, essendo anche la sede della memoria di lavoro, della flessibilità cognitiva e della pianificazione. Non stupisce quindi che in uno studio condotto in Italia sia emerso che il semplice atto del donare migliorava le performance medie in compiti cognitivi dei donatori rispetto ai non donatori. Gli effetti della gratitudine. La gratitudine per chi ha ricevuto il dono ha effetti positivi a livello neurofisiologico. Si registrano infatti: una maggiore soddisfazione circa la propria vita, ottimismo, estroversione, bassi livelli di stress. Inoltri. É dimostrato che la gratitudine aumenta il comportamento morale stimolando la costruzione di forti legami sociali. La gratitudine può essere associata ad un aumento dell'autoefficacia percepita, ovvero della sensazione di essere capaci di portare a termine le attività, inducendo pertanto anche un miglioramento delle prestazioni cognitive grazie all'attivazione delle aree prefrontali. Promuove inoltre lo sviluppo di legami di cooperazione grazie al sentimento di forte reciprocità che ne scaturisce. E adesso non rimane che sperimentare tutto ciò entrando nella nostra Rete del Dono per Luca! Clicca qui per donare! Leggi la storia di Luca Bibliografia. Balconi, M., & Fronda, G. (2020). The “gift effect” on functional brain connectivity. Inter-brain synchronization when prosocial behavior is in action. Scientific Reports, 10(1), 5394. Mick, D. G., & Faure, C. (1998). Consumer self-gifts in achievement contexts: the role of outcomes, attributions, emotions, and deservingness. International Journal of Research in Marketing, 15(4), 293-307. Algoe, S. B., & Haidt, J. (2009). Witnessing excellence in action: The ‘other-praising’emotions of elevation, gratitude, and admiration. The journal of positive psychology, 4(2), 105-127. Froh, J. J., Sefick, W. J., & Emmons, R. A. (2008). Counting blessings in early adolescents: An experimental study of gratitude and subjective well-being. Journal of school psychology, 46(2), 213-233. Balconi, M., Fronda, G. & Vanutelli, M. E. A gif for gratitude and cooperative behavior. Brain and cognitive efects. Soc. Cogn. Afect. Neurosci. Lukinova, E., Myagkov, M. (2016). Impact of short social training on prosocial behaviors: an fMRI study. Frontiers in Systems Neuroscience, 10, 60.
- Rete del Dono per Luca
Adotta un progetto di Compagno Adulto per sostenere Luca Ci sono delle vite un pò più complicate di altre. La storia di Luca (nome di fantasia) è una di quelle. Uno dei nostri ragazzi è in un momento di grande fragilità. Vogliamo continuare a fornire a Luca una rete di sostengo in questo momento difficile e per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. I suoi genitori lo hanno voluto fortemente e sono andati a prenderlo in un paese lontano. Lo hanno sostenuto nel tempo nell’affrontare tantissime difficoltà sia fisiche che emotive. Hanno sempre provato a fornirgli gli aiuti e le terapie più indicate per sostenerlo nella crescita. Lavoriamo con lui da tanti anni e lo abbiamo visto affrontare grandi difficoltà, con la scuola, con i coetanei, nel fare i conti con il suo passato. Ora è sul finire della sua adolescenza e ancora un evento gli ha stravolto la vita. L’epilogo di una lunga e infame malattia ha portato via il papà di Luca, e tutto per lui e la sua famiglia è irrimediabilmente cambiato. Siamo accorsi in suo aiuto il giorno del funerale di suo padre e lo abbiamo visto tenero, addolorato, vestito di tutto punto mentre posava una mano sulla spalla dello zio. Ascoltava le sue parole di saluto per il papà e si faceva forza per fare forza agli altri. Vorremmo restituire a Luca quel gesto di affetto ora. Chiediamo il vostro aiuto per posare idealmente sulla sua spalla una mano amorevole che possa assicurargli il proseguo del suo progetto di Compagno Adulto. Questa spesa ormai per la famiglia non è più sostenibile. Il modello di lavoro che utilizziamo è quello del Compagno Adulto, ovvero un intervento terapeutico domiciliare specifico per le adolescenze difficili. Supportiamo i ragazzi nella costruzione di relazioni sane e di una maggiore comprensione di loro stessi, delle loro emozioni, li sosteniamo nella scoperta e nella definizione della loro identità. Lo facciamo stando con loro per strada, nelle loro camerette, nelle piazze, nei videogiochi, nei telefilm. L’obiettivo al momento è aiutare Luca nell’affrontare il dolore della perdita del papà e proseguire nel percorso tracciato finora per accompagnarlo ad un inserimento lavorativo e ad una maggiore autonomia. Metteremo tutti in campo delle risorse per questo progetto, ciascuno con le proprie competenze e possibilità. Il suo Progetto di Compagno Adulto non può fermarsi proprio ora. Dona per sostenerlo. Per donare ci siamo affidati a Rete Del Dono e per sostenere la nostra raccolta fondi Adotta un Compango Adulto potete cliccare qui
- Caro diario,
qualche settimana fa siamo stati contattati da delle giovani studentesse della RUFA. Si erano messe in testa di esplorare quella strana dimensione parallela che sa di fantasmagorico: "La Salute Mentale in Adolescenza". - In bocca al lupo!- abbiamo pensato all'inizio. E' difficilissimo parlare di sofferenza e di difficoltà emotive o di comportamenti a rischio senza banalizzare. Si corre spesso il rischio di trovare il male in qualche nuovo fenomeno di moda o di vedere solo il peggio della vita che i ragazzi hanno on line perdendo di vista le cose importanti da capire. Per lavorare su questo progetto avevano una serie di quesiti e riflessioni da affidare a chi opera in questo ambito. Non ci siamo tirati indietro. Abbiamo dato spazio al confronto e, caro diario, detto tra noi è stato divertente. Nelle nostre chiacchierate abbiamo parlato di come gli adolescenti siano riusciti a venir fuori da questa pandemia, facendo del loro meglio ma non senza difficoltà. Abbiamo discusso della DAD, degli effetti dell'isolamento forzato e della loro vita on line. Ci siamo soffermati tanto sulla difficoltà dei grandi nel dare senso al malessere dei ragazzi. L'attenzione poi di queste studentesse si è spostata su una dimensione che angoscia sempre molto i genitori con figli adolescenti. Quello spazio fatto di silenzi, di cose difficili da dire, impossibili da farsi raccontare. Si tratta di quel luogo della relazione in cui spesso si insinua il timore che il legame con i propri figli possa non aver retto alla loro adolescenza, all'influenza delle cattive compagnie, al peso delle esperienze pericolose, alle bugie e a tutti i "niente" che si ricevono come risposta alla domanda "cosa hai fatto oggi?". Da questo progetto sono nati una pagina Instagram dedicata ai ragazzi, un sito internet e una pagina Facebook dal nome Caro Genitore. Qualcuno potrebbe addirittura aver trovato per le strade di Roma dei diari a cui alcuni adolescenti hanno affidato i propri pensieri. Ci hanno promesso anche dei bellissimi adesivi con su scritto "Oggi sto una merda!". L'idea ovviamente ci è subito piaciuta. Ci è sembrata in linea con la spontaneità che i ragazzi ci regalano quando iniziano a raccontarci come stanno davvero! Caro Diario ora andiamo, abbiamo i progetti del prossimo anno da organizzare. Alla prossima. Fiori d'Acciaio
- Bullismo e Cyberbullismo, introduzione pratica per genitori
Cosa è il bullismo? Con il termine bullismo ci si riferisce ad episodi di oppressione fisica o psicologica, reiterati nel tempo e perpetuati da una o più persone nei confronti di qualcuno percepito come più debole. In una indagine dell’Istat emerge che un adolescente su cinque, di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, subisce atti di bullismo più volte al mese e che oltre il 60% dei ragazzi assiste annualmente a episodi di bullismo. E' importante ricordare che oltre ad episodi apertamente aggressivi come strattoni, schiaffi, aperte intimidazioni o minacce, rientrano in questa categoria di prevaricazioni anche il rubare oggetti, estorcere denaro o la meno evidente ma dolorosa costante esclusione dalle attività di gruppo o della classe. Cosa è il cyberbullismo? Il Cyberbullismo consiste nell'invio di messaggi offensivi, insulti o di foto umilianti tramite sms, e-mail, materiale condiviso in chat o sui social network, al fine di deridere o molestare una persona per un periodo più o meno lungo. Il Cyberbullismo è particolarmente pericoloso perché, compiendosi in rete, travalica i limiti dello spazio e del tempo: la vittima vi è esposta potenzialmente in qualsiasi momento e le prevaricazioni sono visibili in modo permanente da un pubblico sterminato. Per la vittima di un cyberbullo, dunque, non ci sono tregue o vie di fuga. Il pericoloso processo di deresponsabilizzazione Gli autori (ma anche gli spettatori) di atti di bullismo e cyberbullismo mettono in atto un meccanismo psicologico noto come disimpegno morale, tramite cui l’individuo si autogiustifica, disattivando parzialmente o totalmente il controllo morale sul proprio comportamento, evitando così i sentimenti di svalutazione, senso di colpa e vergogna. Nel Cyberbullismo questo meccanismo è ancora più forte a causa della scarsa responsabilizzazione che i ragazzi sentono nel postare online contenuti anche molto intimi sia propri che altrui. Sentono sostanzialmente una minore responsabilità perché il gesto viene compiuto online e non nella vita vera e questo li porta ad essere ancora meno empatici con la vittima. Tutti quelli che partecipano anche solo con un like o un commento diventano, di fatto, corresponsabili delle azioni del cyberbullo facendo accrescere la portata dell’azione. La legge ci aiuta a cogliere la serietà del problema! Bisogna tenere in considerazione un aspetto molto importante: mettere un “like” su un social network, commentare o condividere una foto o un video che prende di mira qualcuno, mette ragazzi e ragazze nella condizione di avere una responsabilità morale e legale. In Italia, grazie alla Fondazione Carolina, è stata emanata la legge 71/17 che introduce il concetto di Cyberbullismo nel nostro scenario legale. Questa legge si pone a tutela dei minori supportando la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo e prevede misure prevalentemente a carattere educativo e rieducativo. Quali sono gli effetti psicologici di bullismo e cyberbullismo sulle vittime? Per le vittime le conseguenze possono essere molto negative e tra queste troviamo: problemi di autostima, difficoltà nell'apprendimento e nel rendimento scolastico, senso di solitudine e inadeguatezza, isolamento sociale, depressione, ansia, disturbi alimentari, disturbo post traumatico da stress (PTSD). Quali sono i rischi psicologici per il bullo? Non sono solo le vittime di bullismo e cyberbullismo ad aver bisogno di sostengo e di intervento! Il bullo stesso è vittima delle sue dinamiche prevaricatorie e spesso manifesta: difficoltà nel controllo della rabbia, una scarsa empatia, difficoltà a riconoscere e distinguere le proprie emozioni, sentimenti di inadeguatezza e bassa autostima. Sono questi tutti fattori di alto rischio per lo sviluppo psichico dei ragazzi che andrebbero affrontati e trattati per evitare che possano definire totalmente la loro identità adulta aumentando il rischio di sviluppare importanti sintomi psicologici o disturbi di personalità. Cosa possiamo contro il bullismo e il cyberbullismo? Cosa possiamo fare, come insegnanti e come genitori, per contrastare e prevenire il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo? Il primo passo è quello di essere degli adulti sensibili e in grado di cogliere i segnali di sofferenza delle vittime, così come il disagio dei bulli. I ragazzi devono poter contare su dei punti di riferimento affidabili cui potersi rivolgere per chiedere aiuto superando il silenzio e la vergogna. Come adulti, dobbiamo essere in grado di educare i ragazzi alla costruzione di buone relazioni interpersonali, basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e delle fragilità altrui. Quali sono i segnali che devono allertarmi rispetto ad episodi di bullismo e cyberbullismo? Questo è un elenco di segnali a cui i genitori dovrebbero prestare particolare attenzione e che potrebbero indicare la presenza di dinamiche riconducibili ad episodi di bullismo o cyberbullismo: - segni sul corpo, graffi, lividi, - vestiti sporchi e/o strappati; - il bimbo/ragazzo “perde” spesso oggetti personali o del corredo scolastico, - non vuole andare a scuola o cerca delle "scuse" per non andarci, - dorme male e fa brutti sogni, - cambia strada per andare e tornare da scuola o chiede di farsi accompagnare piuttosto che prendere l’autobus, - manifesta difficoltà di concentrazione, si annoia facilmente, i voti a scuola peggiorano, - mangia molto di più o molto di meno, - ha frequenti crisi di pianto o di rabbia, - è molto silenzioso e depresso, - accusa di frequente mal di testa, mal di stomaco, mal di pancia o altri sintomi somatici, - smette di uscire, ha meno amici o nessun amico, - chiede più soldi o più denaro del solito, - scatta se qualcuno si avvicina al suo cellulare, o lo tiene nascosto. Lo stato di disagio vissuto dalle persone coinvolte potrebbero rendere necessario rivolgersi ad un servizio deputato ad offrire un supporto psicologico. Alcune informazioni utili per genitori e insegnanti Il Ministero dell'Istruzione da alcuni anni sta portando avanti dei progetti specifici per monitorare questi fenomeni e supportare docenti, genitori e ragazzi in difficoltà. Un genitore preoccupato per il proprio figlio può rivolgersi alla scuola chiedendo di parlare con un membro del Team Anti- Bullismo e Cyberbullismo che le scuole stanno istituendo al proprio interno. Il genitore potrà trovare così supporto ed essere guidato in una valutazione più attenta della situazione al fine di attivare eventualmente tutte le risorse, anche specialistiche, necessarie. Il Ministero dell’Istruzione ha anche attivato un numero verde – 800 66 96 96 – a cui sia i genitori che i ragazzi possono chiedere informazioni e supporto per districarsi in situazioni critiche e ricevere sostegno. In caso di difficoltà vissute nel mondo on line è importante ricordare che è possibile segnalazione e chiedere la rimozione di contenuti online offensivi e/o indesiderati. Ciascun minore ultraquattordicenne o i suoi genitori o chi esercita la responsabilità legale sul minore che sia stato vittima di cyberbullismo può inoltrare al titolare del trattamento dei dati personali o al gestore del sito internet o del social media un'istanza per l'oscuramento, la rimozione o il blocco dei contenuti diffusi nella rete. Se entro 24 ore il gestore non avrà provveduto, l'interessato potrà rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali, che rimuoverà i contenuti entro 48 ore. Il Garante della Privacy ha pubblicato nel proprio sito il modello per la segnalazione/reclamo in materia di cyberbullismo da inviare a: cyberbullismo@gpdp.it. Se desideri ottenere ulteriori informazioni riguardanti le iniziative contro il bullismo del Ministero dell’Istruzione consulta l’utilissimo portale Generazioni Connesse con informazioni e materiale utile per lavorare con bimbi e ragazzi di ogni età.
- Il Caso di Sofia: Un Intervento di Compagno Adulto
Sofia è un'adolescente di sedici anni. Arriva in associazione per richiesta della mamma, la quale si dichiara estremamente preoccupata per dei comportamenti che la ragazza ha assunto negli ultimi mesi. <> dice la signora durante i primi colloqui. Sofia viene infatti descritta come un'adolescente che non ha mai creato problemi, una ragazza assolutamente tranquilla, un angelo. Da qualche tempo, invece, ha iniziato ad avere atteggiamenti strani, incomprensibili. A scuola, durante le lezioni a distanza, è disattenta o semplicemente non si connette. Durante la didattica in presenza, inoltre, la mamma è stata più volte chiamata dalla preside perché Sofia tende a scappare. La ragazza, però, si fa sempre facilmente trovare, risponde alle telefonate e si fa venire a prendere. Dalla narrazione, la psicologa percepisce una velata ma profonda rabbia da parte della signora, come se le stesse chiedendo: "perché mia figlia mi sta facendo questo?" <> dice ad un certo punto. Quando Sofia aveva otto anni, il marito si ammalò gravemente e morì dopo pochi mesi. La donna perse anche il suo papà quando era piccola e racconta che da quel momento si occupò sempre della mamma che rimase devastata dalla perdita. La signora ha anche un altro figlio di tredici anni, Luca e lo presenta come un ragazzo fragilissimo, estremamente sensibile. <>. Luca è il figlio che ha sempre avuto bisogno di attenzioni, quando era piccolo aveva difficoltà a parlare, balbettava, aveva incubi ricorrenti, devastanti attacchi d'ansia. Le sue difficoltà emersero quando il papà morì e per questa ragione il ragazzo iniziò a dormire con la mamma. <>. Durante il primo lockdown, Luca tornò a dormire con lei. In quelle settimane, però, anche Sofia iniziò a manifestare segni di malessere. Aveva incubi ricorrenti e costringeva così la mamma, ogni notte, ad andare da lei per tranquillizzarla. La psicologa cerca, durante i colloqui, di approfondire la rete di amicizie della ragazza, ma la mamma sembra saperne poco. A scuola i professori le hanno sempre detto che la ragazza tende a stare in disparte e a socializzare pochissimo. Viene così chiesto alla mamma come sia arrivata in associazione. È stato lo psicologo della scuola a suggerirlo. Colpisce la frammentazione del racconto su questo punto. Sono stati i professori a consigliare a Sofia di incontrare lo psicologo dello sportello d'ascolto, in quanto un giorno la ragazza si presentò a scuola indossando una maglietta con le maniche arrotolate e gli insegnanti notarono dei tagli superficiali sulle sue braccia. Sofia accettò di incontrare lo psicologo senza alcuna resistenza particolare. Anche durante il primo colloquio individuale con la psicologa in associazione, Sofia si mostrerà collaborativa nell'accettare l'intervento di Compagno Adulto, mentre parallelamente verrà attivato un intervento di sostegno alla genitorialità per la mamma. Il caso di Sofia ci permette di soffermarci su alcuni aspetti centrali del lavoro del Compagno Adulto, un intervento rivolto proprio a quegli adolescenti ad alto rischio, sbilanciati sul piano degli agiti e la cui capacità simbolica è fortemente in difetto, rendendo impossibile l'espressione delle proprie emozioni. Il fare insieme dell'intervento, la condivisione dunque dell'esperienza reale, svolge un ruolo cruciale, di mediazione, verso la possibilità di accedere ad un primo livello di figurabilità, sostenendo la capacità di mentalizzazione del ragazzo. Perché l'intervento possa però prendere forma è necessario, prima di ogni altra cosa, che si costruisca una solida Alleanza con l'Adolescente. Viene scelta per Sofia una giovane Compagna Adulta e viene concordato un intervento di due volte a settimana, ciascun incontro di due ore. Le prime settimane sono per l'operatrice profondamente faticose. Sofia propone alla Compagna Adulta di guardare dei film in salotto non accennando mai alla possibilità di ritagliarsi uno spazio più intimo, privato. La mamma, inoltre, è sempre a casa e Sofia non fa altro che richiamare la sua attenzione. La ragazza rimane perlopiù in silenzio e ogni sforzo dell'operatrice di iniziare una conversazione, per esempio commentando il film, sembra risultare assolutamente vano. L'operatrice si sente catturata da un forte senso di frustrazione e noia. Trascorre gli incontri aspettando che questi si concludano, manifestando dunque un profondo disagio nello stare nel silenzio della ragazza. Sente il bisogno di fare, perché stare appare intollerabile. Stare in quello che potremmo definire il silenzio emozionale di Sofia. Un silenzio che assume invece le sembianze di un vuoto da colmare, pericoloso, dove il rischio è quello di rimanere imbrigliati nell'immobilità. Un silenzio, dunque, per cui non si può trovare uno spazio. La Compagna Adulta decide così di condividere questo stato di forte agitazione durante le supervisioni individuali e con il gruppo di operatori durante le riunioni di èquipe. Dietro il lavoro individuale con Sofia, vi è infatti un dialogo e confronto costanti tra associazione e operatori al fine di arginare il rischio di cadere nell'onnipotenza o nella disperazione dell'impotenza che l'operatrice sembra qui manifestare. Introduciamo così un altro aspetto centrale dell'intervento di Compagno Adulto, l'importanza della creazione di un'identità di gruppo, di un'Alleanza con l'Istituzione di cui il Compagno Adulto fa parte. Il progetto di cura non appartiene al singolo operatore ma al gruppo integrato, il quale deve elaborare un pensiero condiviso in grado di rimettere in moto le potenzialità evolutive dell'adolescente. L'operatore si identifica con la funzione pensante del gruppo che diviene così un terzo differenziante nella relazione con l'adolescente, in grado di contenere, sostenere e ampliare l'esperienza (Cordiale & Montinari, 2012). Il lavoro di supervisione, inoltre, risulta centrale per quanto riguarda il monitoraggio controtransferale dell'operatore. La tendenza all'agito dell'adolescente mette infatti a dura prova la tenuta emotiva, d'ascolto e di relazione dell'operatore, vissuto che l'operatrice di Sofia sembra qui sperimentare. Il gruppo diviene per lei uno spazio concreto, una dimensione interna fondamentale per istituire un pensiero su quanto accade durante gli incontri con la ragazza. Attraverso il lavoro di risignificazione gruppale, la Compagna Adulta inizia a dare forma al suo vissuto controtransferale. Si sente infatti attaccata da Sofia, la quale con il silenzio manifesta il rifiuto a costruire con lei un rapporto. Sofia chiama la mamma, chiedendole chiaramente di essere vista nella complessità della sua persona. Sofia non vuole più essere liquidata nell'immagine statica, mortificante della tranquilla ragazza angelo, espressione di un Falso Sé che la imprigiona in una dimensione di irrealtà e non esistenza. Ma che cosa le sta accadendo adesso? Che cosa ci sta dicendo Sofia con il "suo" sintomo? Durante il primo lockdown, il fratello più piccolo tornò a dormire con la mamma ed è lì che Sofia iniziò a richiedere le sue attenzioni, costringendola a lasciare il letto condiviso con il figlio per prendersi invece cura di lei. Scappa da scuola, si fa ritrovare, si arrotola le maniche e mostra i segni dei suoi tagli, accetta qualunque aiuto le venga offerto purché la mamma la riconosca nel suo dolore. Sofia chiede accudimento e la domanda che emerge nel gruppo di lavoro è: chi ha accudito chi nel corso della sua storia? La ragazza ha rivestito, negli anni, i panni della forte di casa mentre la mamma e il fratello si consolavano dormendo assieme, abbandonandosi al dolore del lutto. Sofia non ha mai trovato contenimento, rispecchiamento per le sue emozioni. La storia della mamma ci suggerisce, inoltre, che sia sempre stato implicito il dovere da parte dei ragazzi di riconoscerla nel suo eterno ed ingiusto dolore, vittima di un destino crudele che le portò via prima il padre e poi il marito. Luca, l'uomo della famiglia, sembra avere il compito, nella sua fragilità ed eterna dipendenza dal materno, di dimostrarle ogni giorno che lui avrà sempre bisogno di lei e mai la abbandonerà. I figli, con ruoli diversi, sono chiamati a prendersi cura di lei, così come lei in passato si prese cura del dolore di sua madre. È qui che emerge la legge della famiglia, l'accordo implicito da rispettare cui bisogna rimanere leali (Boszormenyi-Nagy & Spark, 1988). Sofia è invece diventata il membro sleale della famiglia che improvvisamente chiede con veemenza di essere riconosciuta come figlia e non più come custode di un sacro e intoccabile dolore materno. In questo scenario complesso, cosa viene però richiesto all'operatrice? Quale ruolo le fa giocare la famiglia? Se da parte della mamma arriva la richiesta di aggiustare il sintomo della figlia sleale, Sofia sembra utilizzare la figura della Compagna Adulta come un novo oggetto che le permette di manifestare agli occhi del genitore il dolore mai riconosciuto. Il rapporto con l'operatrice non può raggiungere quel livello di esclusività, intimità e condivisione empatica che permetterebbe un primo svincolo dagli oggetti primari e così l'accesso ad un processo di significazione e figurabilità del mondo interno. Gli incontri sono continuamente inquinati dalla presenza della mamma. L'operatrice sembra così riversare la sua frustrazione sulla figura della madre. La fatica e l'aggressività con cui la donna risponde alle richieste della figlia sono visibili agli occhi della Compagna Adulta che prova nei suoi confronti un'antipatia che si sostanzia in un pensiero violento e lapidariamente giudicante di "incapacità materna", agito poi nella riluttanza ad instaurare con lei un rapporto di fiducia e collaborazione. L'operatrice, però, non riconosce che l'aggressività agita con cui la madre si relaziona con Sofia, non è molto diversa dalla sua aggressività che si esprime attraverso il bisogno incombente di scappare durante gli incontri. La sfida dell'adolescente, di cui parlava Winnicott (1991), non viene accolta da nessuna parte. Sofia sta cercando qualcuno che rispecchi il suo bisogno di genio, di integrazione, crescita e realizzazione dell'opera, senza trovare mai un adulto disposto a stare con lei nel dolore che le impedisce di immergersi nel processo creativo (Gutton, 2018). Attraverso il lavoro di supervisione individuale e di gruppo, l'operatrice impara ad entrare lentamente in una dimensione di ascolto nei confronti del proprio mondo interno. La Compagna Adulta impara a cogliere ed accogliere il messaggio di Sofia, ne riconosce il valore comunicativo, seppur difensivo, all'interno della relazione terapeutica. Quel silenzio, inizialmente vissuto come pericolo di immobilità psichica, diviene invece nella mente dell'operatrice, un discorso di cui non si conoscono ancora le parole ma che chiede di essere ascoltato. Sofia sta mettendo alla prova la sua Compagna Adulta. Solo nell'ascolto del suo silenzio, può sentirsi libera di fidarsi e dunque di aprirsi alla conoscenza dell'Altro. La Compagna Adulta si rende conto che la ragazza sceglie sempre film ambientati nello spazio ed inizia, ora, a nutrire un'autentica curiosità nei confronti di questa passione. Inizia a vivere con lei il film, uscendo da quell'iniziale stato di congelamento interiore che spogliava le proprie domande e commenti sul film di ogni spontaneità. Seppur nel silenzio, Sofia e l'operatrice iniziano a costruire assieme uno spazio emozionalmente vissuto e condiviso. Al contempo, la Compagna Adulta inizia a ritagliarsi del tempo anche per la madre. Le fa domande, si interessa della sua vita e questo avvicinamento coincide con una graduale riduzione delle richieste di attenzione che Sofia le rivolgeva durante gli incontri, interruzioni che forse servivano in qualche modo ad ammonirla. L'adolescente, infatti, pur nel conflitto, difficilmente accetterà di costruire una relazione con l'estraneo, con l'Altro, se il legame con lui entra in competizione con quello genitoriale. Di qui, ancora una volta, l'importanza di costruire una buona Alleanza con il Genitore. L'operatrice si concede la possibilità di entrare in una posizione di ascolto che le permetta di liberarsi di un pensiero immobilizzante e ritrovare, invece, una funzione intuitiva capace di mobilitare le proprie risorse creative. <> scherza un giorno la Compagna Adulta. Sofia appare sorpresa. Forse l'operatrice le sta dicendo che porta con sé qualcosa di lei anche quando va via? <> Iniziano a guardare assieme diversi video e questa condivisione segna un passaggio importante nella loro relazione. Sofia le dice, a fine incontro, che in camera ha un libro sulle stelle e che vorrebbe farglielo vedere. Dopo un paio di mesi passati in salotto, per la prima volta Sofia la invita nella sua camera per sfogliare assieme questo libro cui sembra essere molto affezionata. Più avanti l'operatrice scoprirà che si tratta di un regalo del padre. Il libro diviene così il nuovo oggetto condiviso. Gli interventi prendono lentamente forma muovendosi armonicamente attorno ad un linguaggio puramente simbolico, dove le stelle, i pianeti, i discorsi su un universo lontano in cui perdersi e allontanarsi dalla Terra, divengono per Sofia, per la prima volta, una materia viva che si può condividere con un Altro. Lentamente, durante gli incontri, Sofia e l'operatrice iniziano a parlare di questa Terra da cui sembra così indispensabile fuggire. <<È che ci sono troppe persone qui>> arriverà a dire la ragazza. L'indicibile diventa osservabile attraverso l'utilizzo delle immagini, permettendo lentamente al linguaggio metaforico di trasformarsi nei mesi in un dialogo sempre più calato nella vita concreta, in quella vissuta. Sofia inizia a dare un nome alle sue emozioni, ad esprimere le sue paure circa l'incontro con gli Altri. Le difficoltà ad entrare in contatto con i pari, nel corso dell'intervento, sono state oggetto di discussione con i docenti della scuola di Sofia, un confronto che ha permesso di riflettere sulla possibilità di estendere l'intervento su più piani, proponendo alla ragazza di partecipare a delle attività gruppali all'interno dell'associazione, ad esempio un laboratorio espressivo creativo. Di qui emerge l'importanza di un altro aspetto, ovvero dell'articolazione dell'intervento con il lavoro di rete allargata e dunque la costruzione di un'Alleanza Inter-Istituzionale, in questo caso con la scuola. Intanto, con il procedere degli incontri, l'operatrice sente di avere creato con Sofia un rapporto di maggiore fiducia e decide così di proporle di passare un po' di tempo fuori casa. Sofia accetta e propone di fare una passeggiata in un parco. Per la prima volta, Sofia e l'operatrice escono. Questo rappresenta per la ragazza un passaggio ricco di significato, probabilmente supportato dal lavoro che la mamma sta parallelamente conducendo. La ragazza inizia a sentirsi più sicura di allontanarsi da lei senza il terrore di venire dimenticata. Inizia a riconoscere la relazione con l'operatrice come uno spazio che le è proprio, in cui sperimentare una prima dimensione di svincolo, uno spazio transizionale in cui giocare ruoli diversi e conoscere così nuove parti di Sé, anche quelle più distruttive che ad un certo punto riemergeranno nella relazione terapeutica sottoforma di sottili attacchi provocatori che adesso prendono la forma del verbale: <>. L'operatrice sa che la ragazza, ancora una volta e forse ora più di prima, le sta chiedendo di sopravvivere ai suoi attacchi. Sofia ha bisogno di stare nel conflitto con un adulto sufficientemente buono capace di farsi usare, di contenerla e sostenerla nello sperimentare, all’interno di una relazione sicura, la propria distruttività. Se l’operatrice (e con lei la relazione) sopravvive, forse Sofia potrà avvicinarsi lentamente anche al conflitto con il materno, passando da una dimensione agita ad una realtà pensabile. Sofia e l’operatrice lentamente iniziano ad alternare uscite al parco a pomeriggi passati in camera, ritmicamente oscillando tra il dentro e il fuori, tra il vissuto di appartenenza e quello di differenziazione dalla famiglia, espressione concreta del lavoro di integrazione identitaria che la ragazza sta attraversando. Ad un certo punto dell’intervento, tornano anche a parlare dell'universo e del libro sulle stelle cui Sofia è tanto affezionata. I tempi non sono ancora maturi per accedere ad una narrazione profonda del dolore non-elaborato del lutto, ma l’intimità del rapporto e la sicurezza in esso sperimentata, forse permetteranno un giorno a Sofia di sentirsi sufficientemente pronta per passare da quell’Area Intermedia in cui si gioca con l’oggetto, ad elaborarne, invece, su un piano cosciente, il denso contenuto emotivo di cui la sua immagine si fa portavoce. Bibliografia Boszormenyi-Nagy, I., & Spark, G. M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Roma: Astrolabio. Cordiale S., Montinari G. (2012), Compagno adulto. Nuove forme dell’alleanza terapeutica con gli adolescenti. Milano: Franco Angeli. Gutton, P. (2008). Il genio adolescente, Roma: Magi Edizioni. Winnicott, D. W. (1991). Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze: Martinelli. Tratto dall'elaborato finale della Dott.ssa Eleonora Patriarca, Operatrice d'Acciaio, allieva del Corso di Formazione di Fiori d'Acciaio "Intervento Terapeutico Domiciliare Integrato e Personalizzato per l'Adolescenza". Questo materiale viene pubblicato con l'autorizzazione delle persone coinvolte e per tutelare la loro privacy alcuni dati sono stati modificati.











